Cominciamo dai numeri, per una volta: alla Camera il MoVimento 5 Stelle ha 228 deputati, il centrodestra 267 (la Lega 124, Forza Italia 104, Fratelli d’Italia 33, altri 3), il centrosinistra 118 (il Partito Democratico 109, + Europa e altri 9) e Liberi e Uguali 14; al Senato il M5s ha 113 senatori, il centrodestra 136 (57 Lega, 57 Fi, 14 Fdi, 2 altri), il centrosinistra 59 (PD 53, altri 6), LeU 4. Nessuna coalizione ha la maggioranza per governare da sola, nessuna coalizione ha potenziali alleati della stessa area politica in grado di permettere la nascita di un governo. Insomma, il quadro è molto intricato e non sarà semplice giungere a una soluzione in tempi brevi.

Il Presidente della Repubblica comincerà le consultazioni dopo l’insediamento del nuovo Parlamento, previsto per il 23 marzo. Considerando che Mattarella non sembra intenzionato ad avallare salti senza rete di protezione, il nocciolo della questione è capire quali margini ci sono per dare il mandato a un leader che abbia una buona maggioranza a sostegno.

Salvini ha fatto capire di poter essere l’uomo giusto e di essere già al lavoro sulla squadra di governo, senza però spiegare dove prenderebbe i voti necessari. Nella conferenza stampa post elezioni, il leader leghista ha semplicemente ribadito che intende muoversi nel campo del centrodestra, probabilmente per non incrinare immediatamente il rapporto con Berlusconi, uscito a pezzi dalla consultazione elettorale. “Ho fatto una campagna elettorale in lungo e in largo per Salvini premier, ci hanno dato 12 milioni di voti come coalizione, 5 milioni alla Lega e poi mi dicono cosa fai, ti scansi?”, ha ribadito ieri, facendo capire di non essere disponibile a fare passi indietro. E per sgombrare il campo dalle insinuazioni su quella che per molti è la sua vera strategia: far fallire ogni trattativa per andare nuovamente a votare in tempi brevi. Resta il problema principale: il centrodestra per governare adesso ha bisogno di almeno 49 voti alla Camera e 22 al Senato, condizione essenziale per il raggiungimento della quota minima di maggioranza.

Chi potrebbe sostenere un Governo Salvini, dunque?

Alcuni analisti sono convinti che sia possibile la formazione di una maggioranza grazie a un sottogruppo di “peones”, ovvero quei parlamentari “disponibili” a mettere da parte convinzioni e appartenenze “per un fine più grande”, in questo caso il via libera a un governo e la prosecuzione della legislatura. Tradotto dal politichese: chi non vuole andare a casa e rimettere in discussione la propria elezione potrebbe favorire la nascita di un esecutivo a trazione leghista. È, concretamente, la sola possibilità che ha Salvini di essere a Palazzo Chigi in tempi rapidi. Tant'è vero che la sua proposta strizza l'occhio a questa ipotesi, ricalcando la "linea Di Maio", ovvero: "Non penso ad accordi con partiti, come ho detto già. Stiamo lavorando al programma che offriremo ai parlamentari, al Parlamento. Su alcuni punti vedremo chi ci da' una mano a portarli avanti e chi invece dice di no a prescindere. Quindi niente accordi organici né col Pd né coi 5 Stelle né con la Boldrini".

A parere di chi scrive, la strada però è molto stretta: in primo luogo perché stiamo parlando di un numero comunque molto alto di parlamentari che dovrebbero “tradire il proprio mandato come primo atto della legislatura”, in secondo luogo perché bisogna capire se Mattarella ha intenzione di "fare un tentativo, in terzo luogo perché, fatta eccezione per qualche transfugo / già espulso del M5s, le defezioni dovrebbero arrivare in massa dal PD. Un partito che non ha mai preso neppure in considerazione l’idea di sostenere un esecutivo Salvini. E, se già ci sono fibrillazioni per le voci di una possibile convergenza con il MoVimento 5 Stelle, immaginate cosa potrebbe accadere se anche soltanto si aprisse il dibattito sulla possibilità di favorire, direttamente o indirettamente, la nascita di un governo leghista.

Ieri vi abbiamo spiegato come esista tecnicamente la possibilità di “appoggio esterno indiretto”, ovvero con l’uscita dall’aula dei parlamentari di un gruppo e il conseguentemente abbassamento del quorum in Camera e Senato. In effetti, se i democratici uscissero dall’Aula, il centrodestra avrebbe la maggioranza: ma è opzione che, come extrema ratio, il PD potrebbe prendere in considerazione solo in caso di nome “gradito” a Palazzo Chigi. Salvini non rientra tra i papabili, ovviamente.

Resta quella che ieri abbiamo definito “opzione zero”, ovvero l’accordo con il MoVimento 5 Stelle, che lascerebbe fuori Forza Italia e forse anche Fratelli d’Italia. La maggioranza ci sarebbe, tuttavia appare assurdo pensare che Di Maio accetti di sostenere attivamente un governo guidato da Salvini.