Le elezioni politiche del 4 marzo hanno fornito responsi chiari: il boom del MoVimento 5 Stelle, il netto sorpasso della Lega Nord su Forza Italia, il crollo eclatante del Partito Democratico e la marginalizzazione di Liberi e Uguali. Allo stesso tempo, però, il combinato disposto fra legge elettorale e frammentazione del consenso in tre poli ha determinato una situazione per cui appare impossibile dire chi abbia davvero “vinto le elezioni”. Né il MoVimento 5 Stelle né il centrodestra hanno infatti la maggioranza dei seggi nelle due camere, ma soprattutto nessuno dei due schieramenti sembra poter contare su potenziali alleati nella propria area politica di riferimento.

Guardiamo prima di tutto cosa dicono i numeri, anche se manca qualche seggio, che tuttavia non dovrebbe modificare la situazione. Alla Camera dei deputati la maggioranza si raggiunge a quota 316 seggi: ebbene, il MoVimento 5 Stelle potrà contare su 228 deputati, il centrodestra su 267 (Lega 124, FI 104, Fratelli d’Italia 33, altri 3), il centrosinistra su 118 (PD 109, altri 9) e Liberi e Uguali su 14. Al Senato la maggioranza si raggiunge a quota 158 seggi (non considerando i senatori a vita): il M5s ha 113 senatori, il centrodestra 136 (57 Lega e Fi, 14 Fdi, 2 altri), il centrosinistra 59 (PD 53, altri 6), LeU 4.

La coalizione più vicina alla maggioranza assoluta è quella di centrodestra, che avrebbe bisogno di 49 deputati e 22 senatori, o meglio, per avere un minimo margine di sicurezza, di almeno una sessantina di deputati e una trentina di senatori. Supporti che dovrebbero arrivare dalle altre forze politiche elette in Parlamento, ovviamente. Ed è qui che cominciano i problemi, quelli veri.

Escludendo che il M5s possa appoggiare un governo di centrodestra, resta il Partito Democratico, che avrebbe i numeri per “aiutare” la nascita di un esecutivo. Ma la battaglia per la leadership interna al centrodestra l’ha vinta Salvini ed è impossibile che il PD appoggi l’ascesa del leader leghista a Palazzo Chigi. Allo stesso tempo, appare ininfluente che il centrodestra “cambi cavallo” e si affidi a un uomo gradito al PD: in questo caso sarebbe Salvini ad abbandonare il gruppetto, e le larghe intese non avrebbero più la maggioranza. Insomma, a meno di colpi di scena clamorosi, il primo che va escluso dalla competizione è proprio Berlusconi, uscito peraltro a pezzi dalla competizione elettorale.

Spostiamoci ora nel campo opposto, quello 5 Stelle. La linea di Di Maio è nota da tempo: una proposta di governo, con una squadra già pronta, da presentare agli altri partiti in modo da ottenere il via libera in Parlamento. Tradotto: nessuna disponibilità ad alleanze organiche, né a destra né a sinistra; nessuna offerta di posti nell’esecutivo o di poltrone ministeriali. E allora, come può nascere un Governo Di Maio? Da dove arriverebbero gli 88 voti alla Camera (facciamo 100, considerando le prime defezioni in casa 5 Stelle) e i 45 (facciamo 50) voti al Senato?

In queste ore si sta parlando con insistenza della possibilità di un accordo col il Partito Democratico, che in teoria avrebbe i numeri per permettere la nascita di un governo 5 Stelle. Il MoVimento, questo è un punto essenziale, non si è mai rivolto direttamente al PD, né ha messo sul tavolo un’offerta politica, se si eccettua un generico riferimento alla nomina dei Presidenti di Camera e Senato. Il segretario ancora in carica del PD, inoltre, ha categoricamente smentito che ci sia la minima possibilità di appoggiare qualunque esecutivo, asserendo che il posto del PD nella prossima legislatura sarà all’opposizione. Parallelamente, i militanti del PD hanno dato vita a una mobilitazione social, #senzadime, con la quale fanno sapere di volersi opporre in ogni modo a una apertura al M5s. Il leader della minoranza interna, i capigruppo uscenti di Camera e Senato, e “nuovi” autorevoli esponenti del partito hanno rafforzato tale posizione chiudendo a ogni ipotesi di sostegno al M5s. Ufficialmente solo Michele Emiliano si è detto favorevole a una convergenza, spalleggiato indirettamente da Eugenio Scalfari e da qualche altro sparuto intellettuale.

Le due paroline magiche “appoggio esterno”, però continuano a circolare nei palazzi e in molti sono convinti che la partita sia tutt’altro che chiusa. Prima di tutto, però, bisognerebbe capire di cosa stiamo parlando, e in aiuto ci viene Openpolis:

Specialmente in legislature con governi o di coalizione o che non hanno un sostegno eccessivamente ampio, può succedere che alcuni gruppi parlamentari diano un appoggio esterno all’esecutivo, sostenendolo pur non facendone parte. Questo può avvenire in due mondi. Il primo caso, quello più comune, è un appoggio esterno diretto. Alcuni gruppi parlamentari, pur non avendo membri nella squadra di governo, possono decidere di sostenere l’esecutivo votando a favore dei provvedimenti da esso presentati. Il secondo caso invece è un appoggio esterno indiretto, che comporta o l’astensione o l’assenza dall’aula al momento del voto. Quest’ultimo caso è quello più interessante. La soglia di maggioranza per l’approvazione di un atto può infatti variare a seconda del numero di presenti. Se generalmente è di 316 deputati e 158 senatori (161 considerando gli attuali senatori a vita), questo target può abbassarsi (anche di molto) se ci sono assenze fra i parlamentari. Decidendo di uscire dall’aula, i gruppi in appoggio esterno indiretto facilitano il lavoro del governo, e quindi l’approvazione dell’atto.

La seconda opzione potrebbe funzionare e portare Di Maio al Governo? Numericamente no, perché, a prescindere dal voto di fiducia, anche se i membri Pd – + Europa uscissero dall’Aula il M5s non avrebbe lo stesso la maggioranza + 1 dei seggi (630 – 118 = 502, maggioranza a quota 252, M5s con 228 deputati; 316 – 59 = 257, maggioranza a quota 129, M5s con 113 senatori); neanche col supporto di LeU. Servirebbe, insomma, un appoggio esterno diretto. E si torna al punto di partenza.

Il punto, diciamoci la verità, è che non esistono le condizioni politiche per un governo di questo tipo. Per cambiare l'inerzia e la storia di questa legislatura servirebbe un passo chiaro dello stesso Di Maio in direzione del PD: un'offerta politica, una piattaforma di lavoro comune, una tempistica definita per l'approvazione di provvedimenti urgenti e, necessariamente, delle garanzie di rappresentanza. Quella che sta per andare in scena, infatti, rischia di essere la replica di quanto accaduto con Bersani nel 2013, solo che a parti invertite: una richiesta di appoggio senza condizioni, senza garanzie, sulla scia di punti programmatici non condivisi e anche un po' raffazzonati (erano gli "8 punti per l'Italia" con Bersani, sono i "20 punti per la qualità della vita degli italiani" con Di Maio). Al netto di ogni valutazione di merito (chi scrive pensa che M5s e PD abbiano piattaforme lontanissime e non conciliabili), in questo modo si darebbe almeno una parvenza di serietà alla fase che attraverseremo nelle prossime settimane, facendo piazza pulita di strategie e calcoli elettoralistici.

Quasi impossibile, invece, che si concretizzi l’ultima opzione in campo: un governo M5s – Lega. È l’ipotesi zero, quella che spaccherebbe in due il paese e che rappresenterebbe uno spartiacque per l’intera Europa, con la prima grande nazione a essere guidata da forze antisistema. Salvini e Di Maio, per ora, non si parlano. Entrambi si sono proclamati unici e soli vincitori della consultazione elettorale. Entrambi premeranno su Mattarella per chiedere il mandato di formare un governo. Entrambi dicono di non avere bisogno degli altri e sanno di mentire. Salvini ha ribadito di volersi muovere all’interno del campo del centrodestra, ma non ha spiegato dove intende prendere i circa 25 senatori e 50 / 60 deputati di cui ha bisogno la coalizione. Di Maio spera nella volontà di non mollare la poltrona di un numero molto alto di parlamentari, che fra assenze, astensioni e adesioni per “responsabilità” potrebbero avallare il monocolore 5 Stelle.

Difficile, molto difficile, che in queste condizioni Mattarella li stia finanche a sentire. E forse sarebbe giusto così.