Quando un'ordinanza smonta un decreto d'urgenza o smentisce una linea securitaria, la reazione della maggioranza punta molto spesso allo stesso bersaglio: non il merito degli articoli di legge, ma la biografia del magistrato. Simpatie personali, vecchie firme o filmati ripescati dal passato vengono usati per trasformare l'applicazione delle norme in un atto di ostilità politica, accreditando l'idea che ogni decisione sgradita sia il frutto di un sabotaggio contro la volontà popolare.
Il caso Siher e il doppio standard su Gaza
L'episodio del fermo di Siher a Milano è solo l'ultimo in ordine di tempo a mostrare questa dinamica. Quando la giudice per le indagini preliminari Tiziana Landoni ha respinto la richiesta di custodia cautelare rilevando l'assenza dei presupposti di legge, il dibattito pubblico non si è soffermato sugli elementi probatori del fascicolo. Nel giro di poche ore è stata rintracciata e data in pasto alle prime pagine la notizia della sua adesione a un appello pubblico per il cessate il fuoco a Gaza e la salvaguardia dei civili. Così la decisione giudiziaria è stata subito liquidata come una presa di posizione ideologica, con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni arrivata a definire l'ordinanza "vergognosa" e un'"insopportabile mortificazione" delle forze dell'ordine da parte di "certa magistratura", parole che hanno spinto i consiglieri del Csm a chiedere l'apertura immediata di una pratica a tutela della gip. Parole di fronte alle quali il Tribunale di Milano ha fatto quadrato ricordando che la vergogna appartiene ad altre categorie sociali, mentre diciassette consiglieri del Csm hanno depositato la richiesta ufficiale di aprire una pratica a tutela della gip, denunciando una delegittimazione istituzionale inaccettabile.
Una polemica, quella della maggioranza, che ha omesso, tra le altre cose, un fatto decisivo: lo stesso documento sulla Palestina era stato firmato anche dalla pubblica ministero Francesca Crupi, titolare dell'accusa che in quell'udienza aveva invece chiesto il carcere per Siher. Insomma, un evidente doppio standard: la firma è diventata la prova di un pregiudizio inaccettabile solo per chi non ha disposto la misura cautelare, sparendo invece dai radar quando riguardava chi ne chiedeva il carcere.
Autunno 2024: i centri in Albania e l'anatema di Bologna
La stessa logica due anni prima aveva portato lo scontro al punto di rottura sul terreno più identitario per la maggioranza: la gestione dei flussi migratori. A fine ottobre la sezione immigrazione del Tribunale di Roma, presieduta da Silvia Albano, non ha infatti convalidato il trattenimento dei primi richiedenti asilo portati nei centri di Gjader, in Albania. I giudici non hanno firmato un atto politico: hanno applicato la sentenza emessa il 4 ottobre dalla Corte di Giustizia europea, vincolante per tutti i Paesi dell'Unione, che fissa criteri stringenti per poter considerare uno Stato di provenienza davvero "sicuro". La reazione del governo è stata immediata: i trattati internazionali sono stati ignorati e i giudici accusati di boicottare le scelte dell'esecutivo. Il clima è così degenerato rapidamente, fino alle minacce di morte recapitate alla stessa Albano, costretta a vivere sotto scorta.
Pochi giorni dopo, a inizio novembre, la scena si è ripetuta a Bologna. I magistrati emiliani hanno sollevato un rinvio pregiudiziale alla Corte UE per verificare la conformità del nuovo decreto legge sui Paesi sicuri con l'ordinamento europeo. Matteo Salvini non è entrato nel merito del diritto: ha bollato i giudici come "comunisti", invitandoli a togliersi la toga per candidarsi alle elezioni.
L'autunno 2023: i video di Apostolico e il caso Breggia
La strategia dell'attacco personale si era manifestata con la stessa precisione anche nell'autunno del 2023, con Iolanda Apostolico, giudice a Catania. Dopo la sua decisione di non convalidare il trattenimento di quattro migranti nel cpr di Pozzallo, disapplicando il decreto Cutro per insanabile contrasto con le direttive europee sui rimpatri, la contestazione politica non ha atteso i gradi di giudizio successivi.
Sui canali social della Lega è comparso un filmato del 2018, girato durante una protesta al porto di Catania contro il blocco della nave Diciotti, in cui si riconosceva la giudice tra i manifestanti. Il dispositivo giuridico è stato archiviato all'istante: per la maggioranza l'ordinanza non era un atto di diritto, ma la vendetta personale di una contestatrice in servizio. Un copione analogo a quello toccato anni prima a Firenze a Luciana Breggia, finita nel mirino per le sue decisioni sui requisiti di iscrizione anagrafica dei richiedenti asilo previsti dai primi decreti sicurezza.
Salvini a processo e la velina anonima su Delmastro
Quando sono gli stessi esponenti politici a finire davanti ai giudici, la linea difensiva trasloca direttamente fuori dalle aule di giustizia. Nel processo Open Arms per sequestro di persona e rifiuto d'atti d'ufficio, Salvini ha trasformato i capi d'imputazione in una medaglia da rivendicare, descrivendo l'azione penale come un processo contro la nazione e la difesa dei suoi confini.
Nel luglio del 2023 lo scontro istituzionale ha fatto un ulteriore salto di qualità. La gip di Roma Emanuela Attura ha disposto l'imputazione coatta per il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, indagato per rivelazione di segreto d'ufficio sul caso Cospito. La reazione dell'esecutivo non è passata per una presa di posizione ufficiale, ma per una nota anonima diffusa da "fonti di Palazzo Chigi", che ha accusato esplicitamente un pezzo di magistratura di "svolgere un ruolo attivo di opposizione" in vista delle elezioni. Una contestazione diretta all'autonomia decisionale del giudice,colpevole di non essersi allineato alla richiesta di archiviazione avanzata dalla procura.
Attivisti del clima e il caso Roggero: la giustizia secondo il consenso
Questa stessa insofferenza verso il rigore del codice penale ha contagiato anche la cronaca ordinaria. Tutte le volte che i tribunali hanno assolto gli attivisti per il clima di Ultima Generazione, applicando la particolare tenuità del fatto o escludendo il dolo per l'assenza di danni materiali, la maggioranza ha accusato i magistrati di complicità ideologica con gli "eco-vandali".
Lo schema si è ripetuto poi a parti invertite nel caso di Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour condannato a 17 anni per aver ucciso due rapinatori in fuga e averne ferito un terzo. Nonostante telecamere e perizie abbiano accertato che i colpi erano stati sparati in strada e alle spalle a rapina ormai conclusa, la sentenza è stata trasformata dalla Lega in una condanna alla "legittima difesa", tra presidi di piazza e accuse ai giudici di tutelare i rapinatori a danno delle persone perbene.
Le origini del metodo: da Silvio Berlusconi ai calzini di Mesiano
Niente di tutto questo è frutto di un'improvvisazione del momento: l'abitudine di piegare l'autonomia della giurisdizione al tornaconto del consenso segue un impianto collaudato, che affonda le sue radici nel trentennio berlusconiano. Fu proprio Silvio Berlusconi a inaugurare e rendere sistema la strategia del conflitto permanente con i magistrati. Non si limitò a difendersi nei processi, ma scelse di attaccare frontalmente l'ordine giudiziario: coniò la formula delle "toghe rosse", definì i giudici "cancro della democrazia" o individui "antropologicamente diversi", trasformando ogni indagine per reati societari, fiscali o di corruzione in un presunto complotto ordito dalla sinistra per ribaltare l'esito del voto. Una strategia sorretta per la prima volta dalla potenza di fuoco di un apparato televisivo ed editoriale proprietario, impiegato per colpire non le tesi dell'accusa, ma la vita privata e la credibilità dei singoli magistrati.
L'episodio fondativo e visivamente più esplicito di quella stagione risale all'ottobre del 2009. Subito dopo la sentenza con cui il giudice civile di Milano Raimondo Mesiano aveva condannato la Fininvest a risarcire con 750 milioni di euro la Cir per la corruzione giudiziaria nella vicenda del lodo Mondadori, una troupe di Mediaset lo ha pedinato per strada. Il servizio, trasmesso su Canale 5 all'interno di Mattino Cinque, mostrava il magistrato seduto su una panchina a fumare e poi in attesa dal barbiere, mentre una voce fuoricampo ne derideva i "modi stravaganti" e indugiava ossessivamente sui suoi calzini turchesi. Il messaggio era chiaro: non potendo ribaltare nel merito la corruzione accertata negli atti, si delegittimava il giudice riducendolo a macchietta agli occhi del pubblico.
Dai calzini di Mesiano ai filmati ripescati su Apostolico, fino agli attacchi sull'appello per Gaza firmato da Landoni, la linea insomma non è mai cambiata: spostare il dibattito dalla legge alla persona, per non dover mai spiegare perché un'aula di tribunale ha smentito la propaganda di governo. Dopotutto la Costituzione continua a ostinarsi su un principio ormai ritenuto d'intralcio: pretendere che i giudici rispondano soltanto alla legge e non al gradimento del potere politico. O quantomeno al suo palinsesto.