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Hanno trovato il capro espiatorio perfetto. Youssef Siher è tutto quello che la destra italiana cercava: un volto, un nome e soprattutto una storia da appiccicare alle vetrine spaccate di Milano.
Così il problema non è più una generazione che scende in piazza perché sente di non avere un futuro. Diventa un atto violento da reprimere e da trasformare nel simbolo di ciò che, secondo questa narrazione, non funziona in Italia: l’integrazione, specie se ha un cognome arabo ed è islamico.
Bastava sfogliare ieri le prime pagine dei quotidiani di destra per vedere come il “mostro” sia stato sbattuto, letteralmente, in prima pagina. Nessuno contesta che si dovesse dare la notizia di una persona fermata e indagata. Ma da lì a presentarlo come la testa del serpente, il “capo del branco” della Verità, “l’ayatollah dei maranza” del Giornale o il “professorino islamico” del Tempo, ce ne passa.
La cosa assurda è che Siher è l’esatto contrario del fallimento dell’integrazione. Trent’anni, bresciano, figlio di genitori marocchini, laureato, un master, uno stage all’Ispi, collaborazioni giornalistiche con quotidiani nazionali come Il Foglio e Il Fatto Quotidiano.
Lo sanno anche i suoi accusatori: Crosetto ha tenuto a precisare che “non è un emarginato” e che “ha frequentato il gotha dell’intelleghentia italiana”. Libero ha titolato “Non è disagio, è Islam”. Ed è qui che la costruzione si scopre. Se un ragazzo nato e cresciuto in Italia, che ha studiato con ottimi risultati, ha lavorato qui, resta prima di tutto “islamico”, allora il problema non è mai stato l’integrazione. Il problema è il suo nome, la sua fede, le sue origini.
Nessun titolo, nessun curriculum basterà mai.
Siher è indagato per istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo. È un’accusa pesantissima, ed è proprio per questo che andrebbe maneggiata con cautela. Persino chi ha raccontato il fermo riconosce che solo l’inchiesta potrà stabilire se la gestione di un canale social abbia avuto davvero un ruolo nei saccheggi del 17 ottobre. Oggi la Procura chiederà la convalida del fermo, poi toccherà a un giudice decidere.
Intanto, però, la rete si è allargata. Alla vigilia dei cortei sono state eseguite oltre 150 perquisizioni tra Milano, Monza e altre venti città. A Milano sono finiti nel mirino anche due studenti giovanissimi, incensurati, legati ai collettivi. Il loro avvocato le ha definite “immotivate”: sono state fatte in base all’articolo 41 del Testo unico di pubblica sicurezza, quello che autorizza a cercare armi, esplosivi o droga. Ieri è stata indagata anche la moglie di Siher, Sagia Hammoud, mediatrice interculturale nata e cresciuta a Como.
Poi è arrivato sabato, il giorno delle città blindate. In tutta Italia sono state identificate 4.292 persone e 371 sono state portate negli uffici di polizia, 110 delle quali minorenni. Gli arresti, alla fine, sono stati nove. Nove su oltre quattromila persone controllate. Solo a Milano le identificazioni sono state 2.885 e 167 le persone accompagnate in Questura, 56 delle quali minorenni, trattenute preventivamente come prevede il nuovo decreto sicurezza approvato appena quattro giorni prima. Le strade verso piazza Duomo erano chiuse, a Roma si è caricato e sono stati usati gli idranti, a Torino e Bologna i lacrimogeni. Più che gestire le piazze, si è scelto di trattarle come un problema di ordine pubblico da contenere a ogni costo.
Eppure sabato in piazza c’erano decine di migliaia di persone, diecimila solo nel corteo di Milano. C’erano nonostante il clima di paura alimentato nei giorni precedenti, le perquisizioni, i fermi preventivi e le identificazioni di massa. Questo dice una cosa semplice: la protesta è molto più grande di un singolo amministratore di una pagina Instagram.
A Bologna, in via Marconi, un ragazzo bloccato a terra dagli agenti si è sentito male. L’ambulanza ha impiegato più di venti minuti ad arrivare e, appena il giovane è stato caricato, la polizia ha riacceso gli idranti proprio nel punto in cui il mezzo di soccorso era ancora fermo. Sono scene che ricordano quelle dell’esercito israeliano nei territori palestinesi occupati. Usare gli idranti attorno a un’ambulanza che soccorre un ferito dovrebbe essere considerato osceno, e dovrebbe essere quella la notizia in prima pagina.
Non è un episodio isolato, e non nasce dal nulla. Siamo il Paese delle scene di Genova 2001, della Diaz e di Bolzaneto, per cui la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per tortura. Il Paese di Federico Aldrovandi, morto a diciott’anni durante un controllo di polizia all’alba a Ferrara, e di Stefano Cucchi, morto una settimana dopo l’arresto mentre era nelle mani dello Stato. Un Paese che, governo dopo governo, risponde sempre più spesso alle piazze, soprattutto a quelle dei giovani, con la repressione.
In questo clima è impensabile che gli agenti impegnati nell’ordine pubblico non abbiano ancora un codice identificativo sulla divisa, come accade in gran parte d’Europa. Sono arrivate le bodycam, i numeri sulle divise no. E così ogni volta che vediamo le immagini di cariche e di violenze contro i manifestanti, ci scontriamo con lo stesso muro di gomma eretto dallo Stato.
Invece ieri in prima pagina c’era Siher. Il suo fermo è arrivato a ridosso delle manifestazioni, e la politica non ha perso un minuto per usarlo come prova che dietro la rabbia delle piazze ci fosse una regia, e una regia “islamica”.
Si può essere d’accordo o meno con le posizioni che Siher ha espresso in questi anni ma il metodo è gravissimo. Lo è ancora di più quando un ministro della Repubblica come Crosetto parla di lui come dell’ideatore del Movimento 17 ottobre, come se un fermo per un’indagine fosse una condanna definitiva. Come se la politica avesse già deciso chi è il colpevole, prima ancora dei giudici.
Il problema è quando abbiamo smesso di pensare al noi e ci siamo fermati all'io, quando la dimensione collettiva ha lasciato spazio a quella individuale. Oggi dovremmo protestare contro questo metodo anche solo perché domani può succedere a noi o a chi ci sta vicino, a quel punto ci accorgeremmo della gravità e della violenza.
Una pagina social creata da un operaio che con altri blocca la sua fabbrica in dismissione, un ragazzo che chiede blocchi stradali contro il cambiamento climatico, un gruppo di studenti che chiede una scuola meno assoggettata al mondo del lavoro: sono potenziali terroristi?
Dopo 4 anni di governo di destra i nuovi reati si sono moltiplicati decreto dopo decreto e le pene aumentate, se ci aggiungiamo anche la gogna politica e mediatica allora davvero siamo in pieno maccartismo. E la risposta a questa caccia alle streghe non può essere che collettiva