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Nella pubblicistica e nel dibattito politico internazionale si tende spesso ad associare la figura di Yair Lapid all’area del “centro-sinistra” o del progressismo laico. Si tratta di una lettura errata. Lapid, fondatore e leader incontrastato dal 2012 del partito Yesh Atid (“C’è un Futuro”), incarna la tradizione del sionismo di destra laico e nazional-liberale. Le sue battaglie politiche fondamentali non hanno mai riguardato la fine dell’occupazione o i diritti dei palestinesi, ma la difesa del ceto medio produttivo di Tel Aviv, il secolarismo delle istituzioni, il contrasto ai privilegi finanziari dei rabbini ultra-ortodossi e l’ammodernamento economico dello Stato.
Nato a Tel Aviv nel 1963, Lapid porta un cognome di enorme peso nella storia culturale e politica d’Israele. Suo padre, Yosef “Tommy” Lapid, era un superstite dell’Olocausto, giornalista famosissimo e politico anticlericale che arrivò a ricoprire l’incarico di Ministro della Giustizia nel governo di Ariel Sharon con il partito Shinui. Yair non ha svolto una carriera nei comandi dell’esercito: a causa di un attacco d’asma durante l’addestramento nella Brigata Blindata, ha completato il servizio di leva come giornalista e corrispondente per il settimanale militare Bamahane.
Per oltre vent’anni, Yair Lapid è stato una delle icone assolute dei media israeliani: conduttore del programma d’informazione più seguito del Paese su Channel 2, volto di campagne pubblicitarie, autore di romanzi gialli e di libri di grande successo, editorialista di punta del quotidiano Yedioth Ahronoth.
Nel 2012 compie il salto: lascia la televisione e fonda Yesh Atid, intercettando la rabbia del ceto medio laico sceso in piazza durante le proteste sociali del 2011 per il caro-vita.
Il suo percorso nelle istituzioni di governo registra tappe fondamentali.
Il debutto da Ministro delle Finanze con Netanyahu (2013-2014): al suo esordio elettorale nel 2013, Yesh Atid ottiene uno straordinario risultato conquistando 19 seggi. Lapid si allea con la destra dei coloni guidata da Naftali Bennett tramite il cosiddetto “patto dei fratelli” e stringe un’alleanza di governo con Benjamin Netanyahu, assumendo il Dicastero delle Finanze. L’esperienza si conclude nel dicembre 2014 con il suo licenziamento da parte di Bibi a seguito di duri scontri sull’approvazione del bilancio statale e sulle esenzioni fiscali per la prima casa.
L’architettura del Governo del Cambiamento e la premiership (2021-2022): dopo anni di opposizione rigorosa a Netanyahu, nel 2021 Lapid dimostra una notevole abilità tattica. Rinuncia alla premiership diretta pur di convincere Naftali Bennett a formare una coalizione eterogenea di otto partiti, estesa dalla destra nazionalista fino al partito arabo Ra’am. Lapid assume la carica di Ministro degli Esteri e premier alternato. Nel luglio 2022, dopo la caduta dell’esecutivo, subentra come 14° Primo Ministro d’Israele, guidando il Paese fino alle elezioni del novembre dello stesso anno.
Le posizioni di Lapid su Gaza e sulla Cisgiordania riflettono pienamente l’impostazione della destra laico-nazionale.
Sulla Striscia di Gaza: nel suo mandato da Primo Ministro, nell’agosto 2022, Lapid non ha esitato a lanciare l’Operazione Breaking Dawn contro la Jihad Islamica Palestinese a Gaza, condotta con tre giorni di intensi bombardamenti aerei e l’eliminazione dei vertici militari dell’organizzazione. Dopo il 7 ottobre 2023 ha appoggiato senza riserve la campagna di distruzione dell’infrastruttura armata di Hamas, sostenendo che a Hamas non dovesse restare alcuno spazio al confine con Israele.
Sulla Cisgiordania e gli insediamenti: Lapid sostiene la soluzione a due Stati, e lo ha fatto anche dal palco dell’Assemblea generale dell’ONU nel 2022, ma la motiva soprattutto come strumento di “separazione demografica” per evitare che Israele diventi uno Stato a maggioranza araba. Sotto il profilo territoriale, le sue posizioni rimangono rigide: rivendica la sovranità israeliana permanente sui principali blocchi di insediamenti in Cisgiordania (Ariel, Ma’ale Adumim, Gush Etzion), si oppone con decisione alla divisione di Gerusalemme, definita “capitale indivisibile e unita dello Stato ebraico”, e rifiuta qualsiasi diritto al ritorno per i profughi palestinesi.
La filosofia di Lapid è condensata in una sua celebre frase, pronunciata alla Conferenza di Herzliya nel 2014: “Non cerchiamo un banchetto nuziale con i palestinesi, ma un accordo di divorzio”.
Ascolta la puntata per capire chi è l’uomo che si propone come alternativa a Netanyahu.