"Preferisco avere un figlio morto che un figlio in carcere": queste sono le parole di una madre palestinese che abbiamo intervistato nel nostro ultimo viaggio in Cisgiordania per raccontare l'apartheid e l'occupazione israeliana sul popolo palestinese, a ridosso delle elezioni in Israele del 27 ottobre.
Da sempre lo slogan "due popoli, due stati" rappresenta una rivendicazione politica per chi sostiene il popolo palestinese, ma negli ultimi anni questa proposta è diventata sempre meno realizzabile.
Le radici storiche: dal fallimento degli Accordi di Oslo ad oggi
Per capire cosa stia accadendo bisogna tornare indietro fino agli Accordi di Oslo di metà anni '90. Sono passati più di 30 anni e quegli accordi sono stati infranti dagli israeliani, soprattutto dopo l'assassinio del premier Yitzhak Rabin che li aveva fortemente voluti. Erano intese che sembravano, almeno per i palestinesi, un primo passo verso la libertà.
C'è un dettaglio negli Accordi di Oslo non secondario che va ricordato: le colonie non venivano ritirate. Anzi, in Cisgiordania veniva creata una zona esclusiva sotto il controllo israeliano — la Zona C —, mentre la Zona B era sotto il controllo congiunto israeliano e dell'Autorità Nazionale Palestinese (ANP) e la Zona A sotto il controllo esclusivo di quest'ultima.
Le conseguenze delle scelte fatte ad Oslo e di quelle successive oggi sono fin troppo chiare: la Cisgiordania è un territorio occupato nella sua interezza e, soprattutto, a macchia di leopardo, dove la cosiddetta Zona A rappresenta ormai soltanto piccole enclave palestinesi all'interno di un territorio quasi del tutto in mano agli israeliani.
Il documentario che abbiamo girato racconta esattamente questo, oltre alla brutalità nei confronti dei prigionieri palestinesi e dei civili: da Jenin a Masafer Yatta, dalle prigioni israeliane fino al lavoro di uno dei pochi avvocati israeliani che difendono i prigionieri palestinesi.
Le elezioni israeliane e l'illusione della democrazia
Una fotografia di ciò che avviene a pochi giorni dalle elezioni israeliane, le quali hanno messo al centro del dibattito politico il ritorno alla democrazia e allo stato di diritto; per i palestinesi, tuttavia, queste parole non hanno alcun significato. Diversi candidati hanno un approccio molto simile su come gestire la Striscia di Gaza e sull'eventuale annessione della Cisgiordania. Chi vi si oppone lo fa solo perché non vuole milioni di palestinesi sul proprio territorio e, al contrario, rivendica la segregazione oltre il muro di separazione.
Il dramma dei doppi sfollati: dalla Nakba del 1948 alla distruzione di Jenin
Lo stesso muro che voleva attraversare una donna che abbiamo intervistato: "Prima del 7 ottobre lavoravo in Israele, facevo le pulizie nelle case delle famiglie. Dopo il 7 ottobre 2023 ci hanno revocato tutti i permessi di lavoro e noi stiamo morendo di fame. Per questo la mattina, invece di mettermi in fila al checkpoint, ho dovuto scavalcare il muro. Una mattina sono arrivati i soldati e ci hanno sparato: non mi hanno colpita, ma sono caduta e adesso non riesco più a camminare", ci racconta mentre ci accoglie nella sua casa temporanea, una stanza di uno studentato alla periferia di Jenin.
La sua famiglia è stata sfollata nel 1948, durante la Nakba, dalla città di Haifa fino a Jenin, dove si era insediata. Da oltre un anno sono nuovamente sfollati perché l'esercito israeliano ha raso al suolo il campo profughi di Jenin, dove erano arrivati i suoi nonni e dove lei e i suoi genitori erano nati e cresciuti.
Una vita difficilissima quella all'interno del campo, eppure ci racconta: "Lì avevamo una dignità, avevamo costruito la nostra casa e la nostra famiglia. Oggi non è rimasto più nulla". Si ritrovano così doppiamente sfollati e in attesa di un terzo sfratto, poiché lo studentato dell'Università Americana è pagato dall'Autorità Palestinese, che ha già fatto sapere di non avere i fondi per coprire la stanza in cui vivono in tre.
La resistenza a sud: la testimonianza dei protagonisti di "No Other Land"
Una vita drammatica, esattamente come quella dei palestinesi di Masafer Yatta, la zona nel sud della Cisgiordania raccontata nel film documentario premio Oscar No Other Land e che noi abbiamo documentato attraverso le voci di Basel Adra, regista del film, e di Mohammed Huraini, attivista del movimento Sumud.
I coloni israeliani e la violenza quotidiana nei villaggi
Qui i coloni non sono una presenza lontana: vivono a pochi metri dalle case palestinesi, come a Umm al-Kheir, uno dei villaggi di Masafer Yatta dove i coloni demoliscono le abitazioni e attaccano i residenti.
L'alleanza tra coloni ed esercito nelle "firing zones"
"Qui ogni giorno è peggio del precedente. Eppure in Europa continuate a parlare di coloni violenti come se fossero un fenomeno slegato dallo Stato israeliano: sono semplicemente l'altra faccia dell'occupazione, quella più violenta, che agisce in coordinamento con l'esercito". Queste le parole del regista Basel Adra mentre, insieme a Mohammed Huraini, raggiungiamo la firing zone israeliana, dove i villaggi palestinesi sono totalmente circondati. Le violenze sono costanti, sia fisiche sia psicologiche: colpiscono gli animali, gli allevamenti e le abitazioni. A volte si resta bloccati nel proprio villaggio per giorni perché l'esercito decreta la chiusura totale: nell'occupazione non esistono eccezioni, nemmeno per le cure mediche o per il lavoro.
Gli abusi nelle carceri e il fermo amministrativo
Le eccezioni non esistono neanche in carcere, dove la brutalità quotidiana è diventata la norma: i prigionieri subiscono abusi fisici e sessuali con i manganelli, non ricevono assistenza medica e dispongono di razioni di cibo insufficienti.
La gran parte dei detenuti palestinesi è di fatto composta da ostaggi nelle mani degli occupanti, che usano la detenzione amministrativa senza formalizzare alcuna accusa per prorogare il carcere per anni. Un inferno che la madre palestinese citata all'inizio ha sintetizzato con dolorosa chiarezza: "Meglio un figlio morto che in carcere".