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La vicenda di Youssef Siher dovrebbe inquietarci, e la reazione del governo anche di più

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Istigazione a delinquere, partecipazione violenta a cortei, aggravante di terrorismo, pericolo di fuga: nessuna delle accuse è risultata sussistente. E, mentre Giorgia Meloni attacca ancora una volta la magistratura, la vicenda del ricercatore accusato di essere la “mente” del Movimento 17 ottobre deve preoccupare chiunque creda nello stato di diritto.

Per la grande indignazione di Giorgia Meloni, Youssef Siher è libero. La sua non è una scarcerazione per via di nuovi elementi emersi: la giudice per le indagini preliminari ha negato la convalida del fermo disposto dalla procura. Fin da subito, insomma, ne mancavano i presupposti: "L’indagato non prospetta mai il ricorso ad azioni violente o l’adozione di altri comportamenti integranti fattispecie di reato", si legge nell’ordinanza. Eppure, Siher è stato privato della libertà per quattro notti.

Da un proverbio catalano a un’accusa di terrorismo

"Ci pisciano addosso e ci dicono che piove" non è una frase di Youssef Siher. Il ricercatore l’ha resa più complessa («Lo Stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che piove»), ma è uno slogan, quasi un proverbio, che è ben più antico. Quasi vent’anni fa, nel 2008, c’era un programma online, sul sito di Beppe Grillo, intitolato Passaparola, che di solito era un video-editoriale di Marco Travaglio. Fu proprio nella prima puntata di quell’appuntamento che il giornalista usò quella frase, presentandola come un detto catalano, tanto chiara nella sua sintesi da diventare anche il titolo del primo volume della raccolta di quei video. Sono bastate queste parole (unite alla frase «dichiariamo guerra a questo presente infame») perché gli investigatori della Digos e della Postale, insieme al PM, elaborassero le imputazioni che sabato 24 ottobre hanno portato al fermo di Youssef Siher con accuse gravissime.

Esercitare i propri diritti non è pericolo di fuga

Secondo l’accusa, Siher sarebbe indiziato di reati in concorso come istigazione a delinquere e partecipazione violenta ai cortei (il nuovo reato introdotto per decreto dal governo Meloni), il tutto con uso dei mezzi informatici e con l’aggravante di terrorismo. Il fermo viene giustificato da un supposto pericolo di fuga che, spiega la GIP, non sussiste.

Si legge infatti nell’ordinanza che la polizia si reca nell’abitazione, dove trova i suoceri dell’indagato, che spiegano che l’uomo, dal giorno prima, insieme alla moglie e alla figlia, si è recato a Milano, ospite di un’amica. Forniscono l’indirizzo, i recapiti, persino le informazioni sull’auto: bizzarro che chi intende darsi alla latitanza non chieda ai propri familiari di celare il luogo di destinazione. Raggiunto dove si trova, Siher non oppone resistenza, né scappa. Eppure, nella richiesta di convalida del fermo, la procura enfatizza la mancata collaborazione perché l’indagato, pur avendo consegnato i dispositivi, non fornisce agli agenti le password per accedere. Fornire il PIN del proprio cellulare è un obbligo in caso di arresto? No. Anzi, una delle basi della tutela penale risiede nel diritto di non collaborare, tanto che la GIP ritiene che "tale comportamento (tra l’altro neppure inusuale) costituisca un dato di per sé neutro e non possa reputarsi sintomatico della volontà del medesimo di darsi alla fuga".

Movimenti, lingue e relazioni: la cultura politica come indizio

Allo stesso modo, non è indizio di pericolo di fuga il trovarsi altrove rispetto alla propria abitazione: Siher non sapeva di essere indagato, non ha precedenti, è incensurato, e semplicemente, dalla provincia bresciana dove risiede con la famiglia, nel giorno di una manifestazione si trovava nel capoluogo, come accade a moltissime persone senza che tale circostanza venga considerata alla base di un rischio di latitanza, e serva così a (tentare di) giustificare un fermo.

A colpire, nelle valutazioni sul pericolo di fuga, è anche il modo in cui vengono lette le caratteristiche personali di Siher. È un ricercatore, conosce diverse lingue, collabora con centri di ricerca, è una persona politicamente attiva e inserita in una rete di relazioni (movimenti ProPal, sigle sindacali, gruppi contro razzismo e islamofobia). Elementi che, in questa ricostruzione, sembrano concorrere a delineare la capacità di sottrarsi alle indagini. Ma tra avere contatti, conoscere lingue e avere le risorse per rendersi irreperibili c'è una distanza che dovrebbe essere colmata da elementi concreti, non da supposizioni. Soprattutto quando si tratta di giustificare una privazione della libertà personale.

Il gotha dell’intellighentia, cultura del sospetto (e sospetto verso la cultura)

C’è poi anche la narrazione pubblica e politica del caso, che è partita prima ancora delle garanzie all’indagato. Erano le 15.26 di sabato 24 ottobre quando il ministro della difesa, Guido Crosetto, già parlava su Twitter del caso:

Il decreto di fermo viene firmato dal pubblico ministero solo alle 23.30, ma otto ore prima un ministro della Repubblica stigmatizza pubblicamente la figura culturale dell’indagato, partecipando a un flusso di accuse, allusioni e propaganda che non si è ancora fermato.

Mentre scrivo, dopo aver letto una argomentata e inequivocabile ordinanza della giudice per le indagini preliminari, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni pubblica un video sui suoi canali social, per denunciare quella che definisce una "decisione vergognosa". Si accoda anche il vicepresidente Antonio Tajani. Il potere esecutivo attacca il potere giudiziario sulla libertà di un privato cittadino: uno scontro istituzionale surreale se si pensa che una delle accuse mosse a Siher, e smontata dalla decisione della giudice (o, meglio, non provata dalla procura), è quella relativa all’aggravante di terrorismo e alla sua carica potenzialmente eversiva.

Rivoluzione, istruzioni per l’uso: tra terrorismo e disobbedienza civile

Nell’ordinanza di mancata convalida del fermo, si spiega infatti che, se pure i reati di istigazione a delinquere e violenza in occasione di manifestazioni fossero provati (e così non è), non è ravvisabile l’aggravante di terrorismo. Perché venga integrata questa circostanza, infatti, come più volte precisato tanto dalla Cassazione quanto dalla Corte Costituzionale, occorrono diversi requisiti: l’offesa di dimensioni macroscopiche, l’idoneità a creare panico nella popolazione o a costringere i pubblici poteri o a sovvertire l’ordine democratico. Nessuna di queste caratteristiche si ritrova nei contenuti delle comunicazioni social di Siher. Anzi.

L’attività del canale Telegram, delle comunicazioni su Whatsapp, dei contenuti su Instagram e TikTok rappresenta infatti la "mera programmazione di manifestazioni settimanali, capaci di sensibilizzare e coinvolgere il maggior numero possibile di persone", spiega l’ordinanza. Non solo: l’accusa sostiene che, nel computer di Siher, ci fosse un documento sulla disobbedienza civile, che individuava tre linee di azione (letteralmente: "manifestare il proprio dissenso, coinvolgere il maggior numero possibile di persone e proteggere i partecipanti alla protesta"), suggerendo ai manifestanti scarpe comode, felpe con cappuccio e kefiah o mascherina FFP2 per proteggersi dai lacrimogeni, acqua, kit di pronto soccorso. Nel documento di diverse pagine, c'era anche il suggerimento di usare scudi, avere con sé vernice spray per oscurare i vetri dei mezzi della polizia, e di lanciare i lacrimogeni indietro, contro la polizia. Queste ultime azioni, però, non vengono pubblicate da Siher: si trovano nel documento originale sul notebook ma sono omesse dal vademecum condiviso sui canali social, che contiene solo consigli sanitari, difensivi, di protezione. L’istigazione a delinquere di cui è accusato è allora "manifestare il proprio dissenso, coinvolgere il maggior numero possibile di persone e proteggere i partecipanti alla protesta".

"Colpirne uno per educarne cento", tra autoritarismo ed eversione

La vicenda di Youssef Siher mostra come il confine tra il contrasto all'illegalità e la criminalizzazione del dissenso si sia fatto drammaticamente labile. Trasformare l'organizzazione di una protesta di piazza in un impianto d'accusa da terrorismo eversivo, sbandierato dai ministri prima ancora che confermato da un giudice, risponde a una logica chiaramente intimidatoria: una forma di deterrenza verso chiunque intenda manifestare dissenso contro questo governo, che accorre ad attaccare prima l’indagato, per la sua cultura, per le sue idee, per la sua origine etnica o la sua fede, e poi a scagliarsi contro la magistratura nel momento esatto in cui applica, insieme alla legge, i princìpi fondamentali del diritto penale. Nessuno può essere privato della libertà senza che un giudice valuti requisiti e accuse, nessuno deve essere obbligato ad autoincriminarsi, l'onere della prova spetta a chi accusa, nessuno può essere punito per le proprie idee se queste non si traducono in azioni delittuose, e nessuno può essere perseguitato per fare da monito alla piazza.
Quando la politica rispolvera l'idea di "colpirne uno per educarne cento", il principio di legalità cede il passo alla propaganda autoritaria. Ma nel momento in cui l'esecutivo attacca l'autonomia della magistratura per aver applicato garanzie e tutele, pretendendo che un cittadino resti in carcere per l'espressione del proprio dissenso, il cortocircuito è completo: perché a incrinare la tenuta delle istituzioni democratiche non sono i messaggi Telegram di un gruppo di manifestanti, ma la retorica di un governo che non tollera né il dissenso sociale, né il controllo di legalità dei giudici.

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Nata nel 1992 in provincia di Milano. Si è laureata in giurisprudenza con una tesi su Danilo Dolci e il diritto al lavoro, grazie alla quale ha vinto il premio Angiolino Acquisti Cultura della Pace e il premio Matteotti. É stata assegnista di ricerca in diritto del lavoro. È autrice dei libri Potere forte. Attualità della nonviolenza (effequ, 2019) e Argomentare è diabolico. Retorica e fallacie nella comunicazione (effequ, 2022). Ora si occupa di diritto nel mondo cooperativo.
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