Pensioni, fondo da 850 milioni per l’uscita anticipata e ipotesi 64 anni: cosa cambia in Manovra
Il cantiere della previdenza chiude i battenti prima ancora di cominciare, almeno per ora. Nella conferenza stampa post-Cdm che ha dato il via libera alla manovra da circa 26 miliardi, la tanto annunciata spallata alla legge Fornero si è trasformata in una formula interlocutoria: un fondo dedicato alla flessibilità in uscita, provvisto di una dote finanziaria ma ancora privo di un meccanismo operativo concreto. Con i margini di bilancio blindati e la priorità accordata al taglio dell'Irpef per il ceto medio e agli incentivi per il lavoro, Palazzo Chigi ha scelto la via del rinvio, lasciando in bianco la pagina delle regole d'accesso e prendendosi del tempo prima di tradurre le intenzioni politiche in norme applicabili.
Lo stanziamento da 850 milioni
La cifra messa sul piatto dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni ammonta a 850 milioni di euro. Si tratta di un salvadanaio circoscritto, pensato per tamponare le richieste di uscita anticipata senza sbilanciare i saldi di finanza pubblica. Rispetto alle dimensioni complessive della spesa previdenziale italiana, che viaggia su centinaia di miliardi, la dote stanziata per il 2027 rappresenta poco più di una copertura ponte: una somma calibrata per consentire un turnover limitato ed evitare che l'onda dei pensionamenti gravi interamente sull'Inps.
La manovra, infatti, non introduce canali diretti né riscrive i coefficienti della legge Fornero, limitandosi ad accantonare le risorse necessarie ad alimentare le future finestre d'uscita. Il perimetro finanziario così definito servirà a coprire il disavanzo iniziale provocato dagli anticipi, ma imporrà paletti selettivi: senza risorse aggiuntive, qualsiasi corsia agevolata dovrà necessariamente poggiare su criteri anagrafici e contributivi stringenti, oppure su penalizzazioni economiche attraverso il ricalcolo contributivo dell'assegno. La partita operativa, dunque, non si chiude a Palazzo Chigi ma slitta ai provvedimenti attuativi previsti nelle prossime settimane, dove il governo dovrà tradurre gli 850 milioni in numeri e requisiti concreti.
Il nodo dei 64 anni e il pressing della Lega
A tentare di dare un'impronta politica e una direzione precisa a quello che al momento resta solo uno stanziamento economico è stato Matteo Salvini. Il vicepremier e leader del Carroccio si è intestato la misura parlando di "grande soddisfazione" e fissando pubblicamente l'asticella a 64 anni, contro i 67 previsti dal regime di vecchiaia ordinario. Nelle intenzioni leghiste, il fondo dovrà tradursi in uno scivolo che consenta l'addio anticipato al lavoro superando la rigidità degli attuali scaloni, ma la sostenibilità dei conti imporrà compromessi pesanti.
L'ipotesi sul tavolo, infatti, è quella di vincolare l'uscita anticipata a 64 anni al ricalcolo interamente contributivo della pensione, una clausola che comporterebbe un taglio lineare dell'assegno per chi sceglie di lasciare prima il posto di lavoro.Un compromesso obbligato se si vuole mantenere l'impatto della misura entro il recinto degli 850 milioni. Salvini ha legato l'intervento previdenziale alle altre bandiere del Carroccio inserite nel testo, dall'estensione della flat tax a 100mila euro fino agli aumenti per il comparto sicurezza, rivendicando che una parte delle coperture complessive arrivi dai contributi chiesti ai grandi istituti bancari.
Una partita rinviata al tavolo tecnico
Al di là dei proclami di Palazzo Chigi, l'impianto resta tutto da scrivere. Gli 850 milioni rappresentano un perimetro di spesa rigido entro cui far convivere le aspettative dei lavoratori, i vincoli di rientro della finanza pubblica concordati con Bruxelles e le cautele del ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti, sintetizzate nella formula del "fare il possibile, non l'impossibile".
Resta da capire quale sarà il destino delle opzioni precedenti e se il nuovo fondo darà vita a un canale unico o a una serie di finestre mirate per categorie gravose, mansioni usuranti o donne lavoratrici. La definizione precisa del monte contributivo minimo necessario (se 20, 25 o più anni), l'eventuale soglia minima dell'assegno maturato rispetto all'assegno sociale e la reale entità del ricalcolo contributivo rappresenteranno il vero banco di prova politico dell'esecutivo. Un confronto che si sposterà adesso al tavolo con i tecnici di via XX Settembre e l'Inps, con il rischio concreto che una platea troppo vasta finisca per erodere in pochi mesi le risorse messe a riserva.