Spesa militare, l’analisi Milex: nel 2027 sfondata quota 40 miliardi, per le nuove armi stanziati 17,2 miliardi
Mentre sindacati e studenti scendono in piazza contro i tagli che colpiscono settori chiave come scuola, sanità e pensioni, i conti pubblici imboccano (ancora) una strada del tutto diversa quando si tratta di spese militari. I numeri contenuti nelle tabelle dell'ultima legge di Bilancio, analizzati dall'Osservatorio Milex, mostrano infatti che nel 2027 l'Italia supererà per la prima volta nella sua storia la soglia dei 40 miliardi di euro l'anno per la difesa. Parliamo per l'esattezza di 40,044 miliardi di spesa diretta, con un incremento secco di oltre 6 miliardi (+18%) rispetto ai quasi 34 miliardi previsti per il 2026. Una crescita record che spinge la spesa militare all'1,67% del PIL (o all'1,72% considerando anche le quote per le basi statunitensi e i programmi europei), favorita dall'attivazione della clausola di salvaguardia con cui l'esecutivo deroga ai vincoli di bilancio per finanziare il comparto bellico.
17,2 miliardi per nuove armi: il bilancio della Difesa sale a quota 38,8 miliardi
A guidare questa impennata è prima di tutto il bilancio proprio del Ministero della Difesa, che da solo sfiora i 39 miliardi salendo a 38,823 miliardi di euro, con un aumento del 19,8% rispetto all'anno precedente. Ma a cambiare non è soltanto la cifra complessiva, bensì la destinazione dei soldi: a correre sono soprattutto gli acquisti di nuovi armamenti, mentre le risorse per il personale militare restano quasi al palo con un modesto +4,4%. Nel solo ministero di via XX Settembre i fondi per il rinnovo e l'acquisizione di materiale bellico schizzano da 9,89 a 13,52 miliardi di euro (+36,7%). Se a questo importo si sommano i canali di finanziamento del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (3,69 miliardi), la spesa complessiva per nuove armi tocca i 17,21 miliardi di euro. In pratica, il 43% dell'intero budget militare italiano servirà a comprare armamenti.
Un volume finanziario così imponente sta però mandando sotto pressione la stessa struttura della Difesa, che fatica a gestire e spendere l'enorme massa di denaro stanziata. Per questa ragione lievitano anche le spese di amministrazione e funzionamento: i costi per gli uffici non operativi salgono a 4,30 miliardi di euro (+56%), con i fondi per la sola direzione amministrativa (Bilandife) che raddoppiano e passano da 802 milioni a 1,82 miliardi. Più che rendere efficiente la macchina o migliorare la gestione, la priorità sembra essere quella di predisporre le risorse necessarie per coprire le fatture dei nuovi acquisti di sistemi d'arma.
Spesa militare in crescita del 50% dal 2023 e il ritardo sul Documento programmatico
Questa impennata non è un episodio isolato, ma segna il compimento di una traiettoria iniziata cinque anni fa. Confrontando le stime del 2027 con il 2023, anno della prima manovra del governo Meloni in cui la spesa diretta ammontava a 26,7 miliardi, il budget per la difesa segna un aumento del 50%, pari a 13,3 miliardi in più. Ancora più drastica la crescita sul fronte dei soli armamenti, che dal 2023 al 2027 fanno registrare un salto dell'81%, passando da 9,5 a oltre 17 miliardi di euro. Si tratta di una concentrazione di risorse senza precedenti, pensata anche per avvicinare i target imposti in sede NATO, che puntano a far salire la spesa per la sicurezza al 5% del PIL entro il 2035.
A rendere ancora più critico questo scenario interviene un pesante problema di trasparenza politica. Il Parlamento si trova infatti a esaminare e approvare questi numeri record alla cieca, dato che il Documento Programmatico Pluriennale (DPP) della Difesa, atteso per legge entro la scorsa primavera, non è ancora stato depositato alle Camere a distanza di oltre sette mesi. Senza questo testo programmatico, deputati e senatori non hanno modo di verificare con esattezza quali commesse siano state effettivamente avviate, quanto costeranno i singoli sistemi d'arma nei prossimi anni e come verranno spalmati i pagamenti, lasciando l'intera operazione di riarmo al riparo da un reale controllo parlamentare.