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Riforma intercettazioni, procuratore Melillo scrive a Nordio e Piantedosi: “Grave arretramento nel contrasto a mafia e terrorismo”

Il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo in una lettera a Nordio, Piantedosi e Colosimo denuncia un grave arretramento nelle indagini contro clan e terrorismo a causa dei nuovi limiti all’uso delle intercettazioni, che rischiano di favorire i reati dei “colletti bianchi” e paralizzare l’azione investigativa.
A cura di Francesca Moriero
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Il tono è quello misurato delle comunicazioni istituzionali, ma il contenuto è difficilmente equivocabile: la riforma sulle intercettazioni sta indebolendo le indagini su mafia e terrorismo. A scriverlo, nero su bianco, è il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo, in una lettera inviata ai ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi, oltre che alla presidente della Commissione Antimafia Chiara Colosimo.

Il nodo dell'utilizzabilità in "altri procedimenti"

Il punto è preciso e riguarda una modifica introdotta nell'estate del 2023 dal governo guidato da Giorgia Meloni: la stretta sull'utilizzabilità delle intercettazioni in procedimenti diversi da quelli per cui sono state autorizzate. Tradotto: si limita la possibilità di utilizzare le conversazioni in procedimenti diversi da quelli per cui sono state autorizzate. Un vincolo che scatta proprio nel momento più delicato di un'indagine: quando da un fascicolo emerge un'altra pista. Oggi quel passaggio si interrompe, salvo nei casi in cui si tratti di reati con arresto obbligatorio in flagranza. Tutto il resto resta fuori.

Scudo per i "colletti bianchi" e rischi per il terrorismo

Come si legge sul Corriere della Sera, sarebbe qui, secondo Melillo, il problema. Fuori da quel perimetro resta un'area enorme di reati che sono invece centrali proprio nelle indagini sulle mafie: corruzione, concussione, reati fiscali e societari, traffici illeciti, autoriciclaggio, intestazioni fittizie. Tutto ciò che permette cioè alle organizzazioni criminali di muoversi nell'economia legale, di costruire relazioni, di espandersi senza armi ma con capitali e connessioni. In altre parole: il mondo dei "colletti bianchi", provocando, si legge, "un sostanziale arretramento dell'efficacia dell'azione di contrasto a quei fenomeni": il risultato, secondo il procuratore, è infatti un arretramento concreto della capacità investigativa. Non perché manchino gli strumenti in assoluto, ma perché diventano meno utilizzabili proprio nei passaggi decisivi delle indagini, quelli in cui un'informazione raccolta in un fascicolo apre un'altra pista, spesso ben più rilevante. La criticità non si ferma però esclusivamente alla criminalità organizzata. Nella lettera si segnala infatti anche un impatto diretto anche sul contrasto al terrorismo. Alcune fattispecie chiave (come per esempio l'associazione sovversiva, l'assistenza agli associati o le attività di propaganda e reclutament) rischiano infatti ora di restare fuori dalla possibilità di utilizzare intercettazioni raccolte in procedimenti collegati. E sarebbero proprio queste, sottolinea Melillo, le dinamiche attraverso cui le reti si formano e si rafforzano, spesso coinvolgendo anche minori.

Paradossi normativi e cortocircuiti logici

Poi ci sarebbero i paradossi normativi e qui la faccenda diventa quasi surreale. Le nuove regole creerebbero dei cortocircuiti logici difficili da spiegare: oggi ci troviamo nella situazione per cui un'intercettazione nata per un'altra indagine può essere usata come prova per un reato minore, ma diventa carta straccia se riguarda il cuore degli affari mafiosi. Qualche esempio concreto per capire l'anomalia? Si possono recuperare prove "trasversali" per una truffa o per il possesso di un documento falso, ma quelle stesse registrazioni non valgono nulla se svelano un'operazione di riciclaggio o, peggio ancora, un patto di scambio elettorale tra politici e clan. È un vero e proprio rovesciamento delle priorità, come spiega Melillo: lo Stato finisce sostanzialmente per avere le mani legate proprio davanti ai reati più strategici per la sopravvivenza delle mafie.

L'impatto economico e organizzativo

Ci sarebbe poi un effetto meno visibile ma molto concreto e cioè l'impatto organizzativo. Per evitare di perdere elementi probatori, le procure sono costrette a duplicare le attività, disponendo le stesse intercettazioni in procedimenti diversi. Più fascicoli, più autorizzazioni, più costi. E soprattutto una dispersione di risorse che, in un sistema già sotto pressione, finisce per rallentare le indagini.

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