Quella tra Meloni e la premier danese Frederiksen è un’alleanza tossica per l’Europa
Lunedì 10 agosto Giorgia Meloni e la premier danese Mette Frederiksen hanno pubblicato sui social un messaggio congiunto: "Cari tutti, siamo consapevoli che molti potrebbero interrogarsi sulla nostra collaborazione", in cui rivendicano, come uniche due donne leader di governo nell'Unione, una linea durissima sull'immigrazione, la richiesta di centri di rimpatrio in Paesi terzi e la difesa del "patrimonio culturale cristiano" europeo.
C'è qualcosa di profondamente tossico, per chi si riconosce nel campo liberal-progressista-ecologista o semplicemente europeista, nella firma di Mette Frederiksen sotto questa lettera. Perché conferisce ulteriore credibilità a un impianto costruito su narrazioni parziali e in parte false, su un lessico identitario e divisivo, che la sinistra e non solo aveva sempre riconosciuto come proprio avversario anche perché non offre soluzioni positive efficaci.
E in Italia l'effetto pratico è duplice: toglie spazio, ancora una volta, alla tragedia climatica di queste settimane e agli altri innumerevoli problemi che non affronta; e strizza l'occhio, legittimando in qualche modo, anche alla versione più estrema e retrograda, di questa stessa supposta difesa "cristiana" dell'Europa: il manifesto di Futuro Nazionale, pubblicato da Vannacci proprio ieri, che chiede vent'anni di residenza e "l'assimilazione alla civiltà greca, romana e cristiana" per ottenere la cittadinanza italiana, definendo la presenza di altri popoli "una minaccia all'esistenza di una identità sociale". Non è un approccio poi così diverso da quello della lettera, portato naturalmente alle sue conseguenze più estreme. Anche questo è un cedimento imperdonabile per chi si dice progressista: aprire ulteriore spazio ad un programma di per sé contrario ai valori europei diventa discutibile e “moderabile” invece che totalmente inaccettabile.
La strategia controproducente di Frederiksen
Frederiksen sembra muoversi da una convinzione precisa: drenare consensi alla destra richiede di sposarne le posizioni anche più culturalmente e operativamente controverse. In Danimarca la strategia ha funzionato elettoralmente; è al terzo mandato, mentre il partito di destra Dansk Folkeparti è in calo dal boom del 2015 e genera pochissimo dibattito interno, perché la sinistra danese ha virato su posizioni restrittive sulle migrazioni già da un decennio e perché i danesi si sentono al sicuro da regressioni autoritarie.
Mette Friedeksen governa un paese ai vertici OECD per sicurezza percepita, eppure il 2022 è stato ribattezzato in patria "tryghedsvalg", l'elezione della sicurezza, combattuta proprio sul sentimento di insicurezza quotidiana nonostante condizioni oggettive tra le migliori al mondo. È una leva che a Frederiksen ha sempre funzionato in casa, indipendentemente dai dati reali, e che ora esporta in un contesto europeo dove l'effetto però non è lo stesso: quello che in Danimarca è calcolo elettorale consolidato senza grandi rischi apparenti, altrove diventa legittimazione di un intero campo politico che mina alle sue basi il progetto europeo.
Le politiche "rigorose" sulle migrazioni non sono solo durezza e chiusura
"Abbiamo promosso una politica migratoria rigorosa, sia nelle nostre Nazioni sia in Europa", scrivono le due leader. Vale la pena fermarsi su questa parola, perché rigore non equivale solo a durezza e chiusura. Significa gestire l'intero ciclo: prevenire l'irregolarità con procedure che funzionano, offrire canali legali che rispondano alla domanda di lavoro, cooperare con i Paesi terzi senza scaricare la violenza altrove ma aiutandoli a trattenere i propri cittadini dando loro prospettive concrete, e naturalmente anche gestire confini e rimpatri in modo umano.
Sui risultati concreti, almeno in Italia, il quadro è impietoso: i rimpatri forzati restano sotto i livelli pre-pandemia, solo il 20% degli ordini di espulsione si traduce in un rimpatrio reale, il modello Albania costa 120 milioni l'anno per 527 persone processate su 36mila promesse; nei CPR ci sono persone rinchiuse per mesi a fare nulla, in strutture che intanto sottraggono fondi a politiche di integrazione già scarse e sporadiche. Fondi che servirebbero a insegnare la lingua, riconoscere le competenze professionali, sostenere l'accesso alla casa e al lavoro non vengono stanziati, mentre si spende per contenere centinaia di persone in un limbo amministrativo. È il rovescio esatto del "rigore" rivendicato: si spende molto per contenere pochi, mentre si taglia su ciò che servirebbe a includere molti.
I problemi ci sono: attribuirli all'immigrazione non è la soluzione
La lettera attribuisce all'"immigrazione illegale" tre effetti: più criminalità, più pressione sui servizi pubblici, erosione della fiducia. Sulla criminalità, vale la pena ribadire che il nesso reale è con l'irregolarità, non con l'immigrazione in sé: uno studio Bocconi, con l'ingresso di Romania e Bulgaria nell'UE nel 2007 come esperimento “in vivo”, mostra che è lo status legale, non l'origine, a spiegare perché la recidiva delle stesse persone si sia dimezzata una volta ottenuto l'accesso legale al lavoro. Sui servizi pubblici il calcolo dei costi sui sistemi sociali è più complicato di quanto la lettera lasci intendere: l'irregolarità non dà accesso alla gran parte dei diritti (non si accumulano pensioni, la sanità resta emergenziale), mentre a beneficiare del lavoro nero sono spesso i datori che lo impiegano senza versare contributi, un costo che ricade sul sistema fiscale per altra via, non attraverso i servizi sociali.
Sulla fiducia erosa, della Danimarca abbiamo già detto. Quanto all'Italia, la percezione di insicurezza è ai minimi storici, il 6,4% nel 2023 contro il 19,4% del 2015. Un dato questo che rende più plausibile l'ipotesi opposta a quella della lettera: che sia anche una narrazione ripetuta a contribuire a produrre insicurezza percepita, non un reale peggioramento delle condizioni.
Certo, i problemi ci sono: buona parte della tensione sociale attorno all'immigrazione nasce da una scarsità di risorse reale. L'esempio della casa è esplicito: a Milano ci sono 23mila famiglie in graduatoria per una casa popolare, mentre 8mila alloggi restano sfitti per anni, spesso fatiscenti e mai ristrutturati. È qui che si genera la cosiddetta "guerra tra poveri": non perché gli stranieri "rubino" case agli italiani, ma perché decenni di abbandono dell'edilizia pubblica lasciano un numero di alloggi disponibili molto inferiore alla domanda, italiana e straniera insieme. Raccontarla come un problema di immigrazione, invece che di investimento pubblico mancato, è un altro modo in cui la retorica sposta l'attenzione dalle cause reali.
Sul nesso tra immigrazione e violenza sessuale, invocato da Frederiksen nella sua conferenza stampa annuale del gennaio 2026, dove ha detto, in sostanza, che chi fugge da guerre per approdare "nel Paese migliore al mondo" finisce per aggredire donne e ragazze, "la vittima diventa il carnefice" — i dati danesi ufficiali raccontano una storia più complicata. Il rapporto "Indvandrere i Danmark 2025" di Statistics Denmark, nella sua analisi dell'indice di criminalità per paese di origine, mostra che sono reddito, istruzione e condizione occupazionale a spiegare gran parte delle differenze nei tassi di criminalità tra gruppi di popolazione, non l'origine nazionale in sé. È lo stesso studio Bocconi citato sopra, applicato ora ai dati del Paese di Frederiksen: generalizzare da singoli casi, per quanto gravi, a un'affermazione collettiva sul comportamento degli irregolari o dei rifugiati è un salto che i dati ufficiali del suo stesso governo non sostengono.
Gli ingressi irregolari scendono perché ci affidiamo a regimi (e gli diamo armi contro di noi)
Il calo degli attraversamenti irregolari verso l'UE (-26% nel 2025, -37% nel primo semestre 2026) viene rivendicato dalla lettera come effetto della linea dura. È legato invece per lo più ad accordi operativi concreti con Libia, Tunisia, Marocco e Mauritania, accordi che però spesso lasciano nelle mani di regimi sempre più autoritari, e sempre meno capaci di rispondere ai bisogni dei propri cittadini, anche uno strumento di pressione efficace verso l'Europa.
Il prezzo umano di questi accordi è documentato: abbandoni nel deserto al confine con il Mali, detenzioni in carceri libiche note per abusi sistematici, riconsegne a regimi che reprimono il dissenso, mentre dall'altra parte, quella europea, la risposta è la fine, di fatto, del diritto d'asilo per chi in queste condizioni riesce comunque ad arrivare. La crisi di Ceuta, con circa 70mila persone in fuga dal Marocco a rischio della vita in pochi giorni, dimostra che l'esternalizzazione non risolve le cause della partenza: la sposta soltanto, scaricandone il costo umano su chi ha meno potere contrattuale in questa catena.
Il problema del lavoro
Esistono invece alternative: le Talent Partnerships UE, il THAMM Plus italiano con Marocco e Tunisia, ma restano marginali non per difetto di modello, bensì di investimento e visibilità. Il THAMM Plus, avviato nel 2024 e finanziato dal Fondo fiduciario UE per l'Africa, punta a portare in tre anni 500 lavoratori marocchini e 2.000 tunisini verso l'Italia; a oggi ne sono stati formati 580 e 469 sono pronti all'assunzione. Le cifre esatte del finanziamento complessivo non sono pubblicate in modo trasparente e accessibile (e questo è un problema in sé) ma il confronto di scala è comunque eloquente: poche migliaia di persone coinvolte in tre anni, a fronte di un fabbisogno che Unioncamere stima in quasi 1,3 milioni di assunzioni difficili da coprire in Italia nel solo primo semestre 2026, ovviamente non solo di stranieri, ma anche di stranieri.
A questo dato si aggiunge il fatto che nel 2025 il Decreto Flussi, lo strumento che regola l'ingresso legale per lavoro, su 181.450 posti programmati dal governo per l'ingresso legale di lavoratori stranieri, solo 14.349 sono arrivati a un permesso di soggiorno effettivamente rilasciato entro dicembre (dato "Ero Straniero", presentato al Senato). Anche questo è un governo inefficiente e “stupido” delle migrazioni, che facilita la narrativa della destra e non ha interesse ad affrontare un problema difficile ma gestibile.
Inoltre, le due leader danno l'impressione che gli irregolari siano una categoria di persone che delinque per definizione. Ma almeno in Italia l'irregolarità è spesso prodotta, non scelta: e ancora una volta l’esempio più chiaro è il Decreto Flussi. Il meccanismo va reso esplicito: un datore ottiene il nulla osta, ma il visto consolare per Pakistan, Bangladesh o Marocco può richiedere oltre un anno; il posto di lavoro spesso non c'è più, o il datore assume comunque la persona senza attendere la fine della procedura; se il rapporto si interrompe prima che il permesso sia concluso, quella persona resta senza titolo di soggiorno valido, non per aver violato una regola, ma perché il tempo burocratico ha superato il tempo della sua vita reale. C'è, come abbiamo visto, un disallineamento strutturale tra domanda e offerta di lavoro in Italia, stimato in 44 miliardi di euro l'anno da Unioncamere e CNEL, e le inefficienze burocratiche insieme alla chiusura dei canali legali di ingresso sono tra le cause, non le uniche, di questo divario.
Il mancano rispetto dei diritti
Quanto alla CEDU: la lettera rivendica di aver già ottenuto un cambiamento, riferendosi alla Dichiarazione di Chisinau di maggio 2026, con cui 46 Stati del Consiglio d'Europa hanno chiesto alla Corte un'applicazione meno vincolante degli articoli 3 e 8 per i condannati stranieri. È presto per dire se avrà un effetto pratico: per ora è una dichiarazione politica che invita a rivedere la giurisprudenza, non ancora una sentenza che l'abbia modificata.
Tra i valori europei che le due leader dicono di voler difendere non potrà essere riconosciuto comunque quello di espellere le persone senza garanzie procedurali; eppure in Italia questo già può succedere, nonostante la CEDU. I CPR, condannati nel 2016 per trattenimento privo di garanzie (sentenza Khlaifia), oggi registrano solo il 13,7% delle uscite da Ponte Galeria come rimpatrio effettivo. Anche le carceri italiane sono sotto lo stesso tipo di condanna strutturale, condannate nel 2013 per sovraffollamento (sentenza Torreggiani), con 6.539 ricorsi accolti nel solo 2025 per trattamenti inumani, condanna che riguarda naturalmente l'intera popolazione detenuta, italiani compresi. Insomma, Meloni chiede di ammorbidire l’azione della CEDU perché non rispetta, né ritiene di dover rispettare, gli standard minimi che la stessa Convenzione impone, sia nei confronti degli stranieri sia dei propri cittadini.
La risposta progressista
Il problema che la lettera intercetta, le difficoltà reali di gestione, la pressione su alcuni territori, il bisogno di sicurezza, l’obbiettiva necessità di gestire le tensioni ai confini, esiste e va affrontato. Ma le soluzioni e l’approccio proposto lo aggravano, mentre modelli che funzionano restano ai margini: per esempio il sistema SAI di accoglienza diffusa nei Comuni italiani, che il rapporto ANCI 2026 conferma funzionante e replicabile su scala europea e gli altri che abbiamo citato più sopra, oltre a politiche concrete su casa e lavoro.
È da questi modelli che una risposta progressista dovrebbe ripartire; non certo dall’inseguimento degli approcci culturali e politici delle destre, nell'illusione fallace di drenarne consensi, cosa che può funzionare per una elezione, ma che accentuerà divisioni e insicurezza. E infine: che a firmare la lettera di Ceuta siano state le uniche due donne a capo di un governo nell'Unione dovrebbe essere, per il resto della leadership e dell'attivismo femminile europeo, un motivo in più per reagire con altrettanta forza e visibilità, non certo un imbarazzo da osservare in silenzio.