
“Weapons of mass migration”: armi di migrazione di massa. Non è una trovata giornalistica: si chiamano così anche nella letteratura scientifica, ormai, almeno dall’uscita nel 2010 di un libro molto documentato di Kelly Greenhill, che ne analizza i precedenti storici. L’espressione indica l’uso dei migranti, dei loro spostamenti, per scopi politici e, di fatto, bellici.
Le ha usate in passato la Turchia, facendo partire qualche barca al bisogno, per ricordare all’Unione Europea che era l’ora di firmare un altro assegno, in nome dell’accordo, peraltro esplicito, che prevedeva un ‘tappo’ turco all’immigrazione dall’Asia all’Europa in cambio di denaro. Lo hanno fatto svariate volte i trafficanti libici, come pure il governo tunisino e quello egiziano nei confronti dell’Italia. L’ha fatto la Bielorussia per conto della Russia, per creare problemi ai paesi europei confinanti che sostengono l’Ucraina. Accade regolarmente, in numeri modesti ma con messaggi comprensibilissimi, persino ai confini tra paesi europei. In fondo, seppure in maniera disorganizzata e con obiettivi limitati, l’ha fatto a lungo anche l’Italia facendo finta di non vedere i flussi in uscita verso altri paesi europei di irregolari sbarcati sulle nostre coste, di cui faceva comodo liberarsi scaricando il problema su altri: fino a che non gli è stato ricordato che non è cosa. Ed è probabilmente quello che è accaduto, in maniera più sofisticata e con effetti a catena più visibili, a Ceuta.
Quanto accaduto nei giorni scorsi a Ceuta non c’entra infatti con le normali dinamiche migratorie, e nemmeno con eventi eccezionali ad esse legate (come era stato, poniamo, l’arrivo della nave Vlora dall’Albania nel 1991, con più di 20mila migranti a bordo). L’arrivo di quasi 60mila persone (in una città che ne conta 85mila!), che poi in gran parte ritornano indietro senza proteste nel giro di ventiquattr’ore, non è un flusso migratorio, men che meno spontaneo: è una specie di flash mob geopolitico, la scena clou di un film distopico, il trailer di una guerra ibrida organizzata, costruita a tavolino e prevedibile nei suoi esiti, da utilizzare per costruire le puntate della prossima stagione. Servita ad alcuni, ma non ad altri.
Le vere vittime: gli aspiranti migranti, rientrati o morti
Di certo non è servita agli aspiranti migranti (e in qualche caso presunti tali: non un bagaglio, non una protesta in fase di ritorno – atipici, è il meno che si possa dire). Alcuni portati al confine, anche in camion carichi di giovani, molti altri arrivatici in proprio, mobilitati attraverso i social nei giorni precedenti con l’illusione di una improvvisa apertura, come hanno dichiarato loro stessi, illusi di chissà quale miracoloso cambio di politica spagnola: arrivati a Ceuta, qualcuno dopo ore di nuoto, altri incoraggiati dalle guardie di frontiera marocchine, hanno scoperto che niente era vero. E sono tornati docilmente indietro, molti con mezzi messi a disposizione dalle stesse autorità marocchine. Nel frattempo, quasi un centinaio di loro è morto: i cadaveri sono stati recuperati a Ceuta, ma anche sulle spiagge marocchine. Ma questa è la parte che ha fatto meno notizia: rischi del mestiere, hanno pensato in molti. Dovevano metterlo in conto: e forse l’hanno fatto.
A chi è servito, allora? E quale ne è stata la causa? Molte, certamente: tra cui non è facile districarsi. Molti anche i beneficiari: anche apparentemente lontani, geograficamente, da Ceuta, ma molto interessati al Mediterraneo.
Chi aveva interesse a colpire la Spagna
Mettiamo in fila alcuni dati. Il Marocco è una potenza regionale in crescita di influenza: certamente rispetto all’Africa, con una accorta politica culturale, di apertura agli studenti stranieri, e religiosa, oltre che di collaborazione economica e di investimenti. È un fedele alleato degli USA (ha persino aderito, appena un paio di settimane fa, alla cosiddetta forza internazionale per Gaza, voluta da Trump): in cambio Washington sostiene apertamente Rabat sulla questione della sovranità sul Sahara spagnolo (territorio, lo ricordiamo, ricchissimo di fosfati e di risorse energetiche ancora da sfruttare, e oggetto di contenzioso con l’Algeria). Ma è anche stretto alleato di Israele, con cui è attiva una collaborazione economica, tecnologica e militare profonda, che si aggiunge al sostegno politico attraverso la sottoscrizione degli accordi di Abramo, ricambiato da Israele con eguale sostegno sulla questione del Sahara che una volta si chiamava spagnolo, identico nelle forme a quello di Trump, inclusa l’idea di aprire un consolato in terra saharawi. Il suo tallone d’Achille tuttavia è la crescente disuguaglianza sociale e una gioventù che per un quarto non studia né lavora (con un quinto dei laureati che è disoccupato), non sa che fare né dove andare, per la quale l’emigrazione è un sogno proibito e una valvola di sfogo.
La Spagna è in qualche forma nemico, e dunque bersaglio, di tutti e tre i paesi citati. Per quel che riguarda il Marocco, la posizione è ambivalente. Da un lato c’è, in realtà, una corrente di simpatia popolare, dovuta a un’ampia presenza marocchina in Spagna (quasi un milione i residenti marocchini, che ne fanno la principale comunità straniera, a cui vanno aggiunti coloro che hanno preso la cittadinanza spagnola), molto meglio inserita della diaspora marocchina in Italia (dall’interscambio economico ai matrimoni misti, passando per gli sportivi con doppia cittadinanza che giocano in squadre spagnole, i dati e gli esempi lo mostrano visibilmente), e radicata in una nostalgia storica profonda nei confronti di al-Andalus, conquistata dal comandante berbero Tarif ibn Malik, quando gli arabi dominavano buona parte della Spagna, in quella che storicamente è riconosciuta come una sua età dell’oro.
Tuttavia ci sono problemi più antichi, legati al colonialismo (Ceuta stessa, per la sua sola esistenza, ne è un esempio), che diventano contingenti, legati alla geopolitica. Solo pochi giorni prima della ‘invasione’ di Ceuta il premier Sanchez era stato in visita ufficiale in Algeria, storico nemico del Marocco (le frontiere tra i due paesi sono chiuse da anni) sulla questione saharawi e il sostegno al Fronte Polisario. E già in una precedente occasione, quando Madrid aveva ospitato e curato in ospedale il leader del Polisario, nel 2021, Rabat aveva orchestrato un altro ingresso di massa a Ceuta: che, del resto, il Marocco considera legittimamente proprio territorio, insieme all’altra exclave di Melilla (in realtà c’è anche una sorta di scoglio abitato di pochi metri quadri, Penón de Vélez de la Gomera, e delle microisolette nel Mediterraneo marocchino). E, in effetti, qualche domanda, gli europei, e gli spagnoli in particolare, potrebbero porsela: se non vogliono un confine di terra con l’Africa non avrebbero che da andarsene da una terra che non è loro.
Sanchez tuttavia è sgraditissimo anche in Israele: uno dei pochi leader europei ad avere una posizione forte sulla questione palestinese, da cui ha ritirato permanentemente anche il proprio ambasciatore (poi, certo, possono far sorridere amaro le accuse di Israele al Marocco di colonialismo e di sostenere insediamenti illegali, ma tant’è…). Infine gli USA non hanno per niente apprezzato il disimpegno spagnolo sull’Iran, la sua condanna esplicita dell’attacco all’Iran (al punto da negare agli USA l’utilizzo delle basi americane in territorio spagnolo, avendo definito esplicitamente la guerra israelo-americana agli ayatollah come un’operazione illegale), e il rifiuto di collaborare alle operazioni nello stretto di Hormuz.
Le destre europee gridano all'invasione per guadagnare voti
In questo caso, tre indizi non fanno una prova, che probabilmente non c’è: non stiamo parlando di collaborazione organica, ma sicuramente di una evidente convergenza di interessi. In cui dovremmo inserire forse un quarto attore, e una quarta motivazione. Il quarto attore sono le destre europee, amplificate e sostenute dal mondo MAGA, che hanno ampiamente sfruttato l’episodio non per solidarizzare con Madrid, ma per criticare un governo di sponda politica opposta, su molte questioni in controtendenza con il mainstream europeo, denunciando al contempo le sue politiche migratorie non allarmistiche, sospendendo gli accordi di Schengen che poco c’entrano, come ha fatto l’Italia (ma non la Francia, che pure ha una frontiera in comune con la Spagna, e se ci fossero davvero timori di flussi secondari sarebbe stata in prima linea), e mettendo insieme un gran pastrocchio interpretativo (con il ministro degli esteri italiano che è riuscito a confondere le regolarizzazioni spagnole, che hanno consentito l’emergere di un milione di irregolari, con un beneficio economico, fiscale e sociale evidente, con la concessione di cittadinanza e la possibilità quindi di entrare in altri paesi europei).
Con quale scopo? Usare le immagini da Ceuta per gridare all’invasione e cambiare così l’agenda politica europea sulle migrazioni, sterzando decisamente verso politiche securitarie e l’esternalizzazione degli hub al di fuori dell’Europa (il modello Meloni, se si vuole, anche se i centri in Albania non sono certo un esempio di grande riuscita, né di buon investimento economico). Non perché siano le scelte più efficaci: servono anche gestione dei flussi di cui l’Europa e l’Italia hanno bisogno, e politiche di integrazione – sul modello spagnolo, appunto. Ma queste due cose necessitano di programmazione e investimenti, e sono malviste da una quota crescente della pubblica opinione: per le destre che semplicemente non vogliono gli immigrati (e anzi vogliono cacciare anche quelli che ci sono via remigrazione), sono tabù. Mentre le ‘grida’ all’invasione e le critiche alla debolezza dell’Unione Europea, e in generale l’uso dello straniero come capro espiatorio dei propri mali, danno un dividendo elettorale immediato: e molti paesi, Italia inclusa, sono già in clima di elezioni.
Le immagini di Ceuta già sono usate ora e resteranno a lungo nell’opinione pubblica come ‘prove’ di una invasione dell’Europa dai confini fragili e incapace di gestire i flussi, e quindi conviene cavalcarle colpendo la Spagna come responsabile di un’immigrazione mal gestita, anche se la cosa non ha alcun fondamento: anzi, è proprio perché prova a gestirle, ma in modo diverso dalle facili ricette della destra, e con il rischio che ci riescano meglio, che è attaccata. Anche perché l’invasione paventata e evocata nel tam tam politico e mediatico in realtà non c’è stata: anzi, la gran parte degli arrivati a Ceuta sono rientrati nel giro di 24 ore – segno, dopo tutto, di una crisi gestita con efficacia. E non uno di loro entrerà in Europa (o al massimo, chissà, in futuro, qualche decina: molti meno di quanti sbarcano ogni giorno sulle coste italiane).
I politici europei non hanno capito il vero bersaglio a Ceuta
Chi guarda lontano, astraendosi dalle contingenze della cronaca spicciola e dalle polemiche della politica politicante, e dal giudicare per schieramenti pregiudiziali, vede tuttavia anche altro, in questa presunta (o comunque immediatamente rientrata senza danni reali, anche se quelli d’immagine sono pesanti) ‘crisi’ di Ceuta. Problemi che con le migrazioni hanno poco a che fare. E certamente di più, in prospettiva, hanno a che fare con il controllo del Mediterraneo, divenuto cruciale anche per l’interscambio e la geopolitica globale ora che lo stretto di Hormuz, grazie alle poco lungimiranti politiche americane, rischia di essere a lungo controllato, meglio e più redditiziamente di prima, dall’Iran, e quello di Bab el-Mandeb, sull’altro lato del Mar Rosso rispetto al canale di Suez (che controlla di fatto l’accesso del Mediterraneo all’Oceano Indiano), è in balìa degli Houti, che sono anch’essi un proxy dell’Iran.
Pensando ‘largo’, anziché focalizzandoci sull’episodio in sé, potremmo scoprire, un domani, che quanto accaduto a Ceuta ha più a che fare con il desiderio russo di controllare i porti sul Mar Nero, inclusi quelli ucraini, o quello americano di prendersi la Groenlandia. Tutti questi rimandi hanno in comune un interlocutore che forse non si sta accorgendo di esserlo: l’Europa. La cui classe politica, incentivando le sue divisioni e il suo indebolimento, e attaccando proprio paesi e governi, come quello spagnolo, che hanno una posizione più autonoma da Washington, prendendo come scusa le politiche migratorie, rischia di fare il gioco di altri attori geopolitici.