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L’Odissea di Nolan per spiegare Ceuta: le civiltà finiscono quando dimentichiamo come accogliere gli stranieri

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La xenía dell’Odissea diventa la chiave per leggere la crisi migratoria in Europa. Dall’antica legge greca dell’ospitalità alle politiche che trasformano lo straniero in una minaccia, il Mediterraneo diventa il simbolo di un’accoglienza negata. Perché le civiltà non finiscono quando arrivano gli stranieri, ma quando dimenticano come accoglierli.

C’è una parola antica che racconta con precisione una delle questioni più contemporanee d’Europa. È una parola greca: xenía.

Significa ospitalità, ma non nel significato che le attribuiamo oggi. Per i Greci era una legge sacra, un ordine preciso: davanti a uno straniero, la prima cosa che conta è ciò di cui ha bisogno. Solo dopo ci si domanda chi sia, da dove arrivi o che cosa voglia. Prima: acqua, cibo, un posto dove riposare.

È da qui che Christopher Nolan riporta l’Odissea nel presente: non dalla grandezza del mito, né dalle imprese che hanno fatto di Ulisse un eroe, ma dal momento in cui l’eroe perde tutto e resta soltanto un uomo.

Ulisse ritorna a Itaca da naufrago: nudo, sporco di sale, sfinito. Un corpo restituito dal mare. Chi lo incontra non gli chiede subito il nome, la provenienza, le ragioni del suo viaggio. Prima gli offre ristoro, un giaciglio. Solo quando ha smesso di tremare, arrivano le domande.

La xenia era la legge di Zeus: lo straniero è sacro proprio perché non si sa ancora chi sia.
Una legge antica, che l’Europa sembra avere dimenticato.

Basta pensare a Ceuta.

Ai video di Elon Musk che mostrano le persone in movimento come “zombie”, come non-umani in marcia verso le nostre coste. Al governo Meloni che sospende Schengen senza neppure attendere di capire cosa stia accadendo. Al Marocco, alleato di Israele e Stati Uniti, che usa i migranti come arma politica per mostrare all’Europa che i confini coloniali sono fragili, per colpire la Spagna e rivendicare pezzi di deserto subsahariano – l’ennesima terra promessa… dagli Stati alleati.

Non c’è nessuna invasione: i numeri smontano il racconto. Gli sbarchi sono crollati, con il progressivo spostamento del controllo delle frontiere europee nei Paesi di transito sull’altra sponda del Mediterraneo. La risposta ha un nome tecnico: esternalizzazione delle frontiere. Uno più onesto: li abbiamo spinti fuori dalla nostra vista.

Il confine dell'Italia oggi non è Lampedusa, è mille chilometri più a sud, e funziona a tre livelli. In Tunisia il memorandum UE del luglio 2023 — 255 milioni di euro — ha fatto crollare le partenze dell'80% (UNHCR): non perché la gente rinunci, ma perché la polizia tunisina intercetta sulla costa e deporta i subsahariani nel deserto libico e algerino.

La Corte Africana per i Diritti Umani documenta abbandoni di massa, morti di sete, un "ping-pong nel deserto" fra Paesi che speculano sulla vita e sulla morte di esseri umani.

In Libia i 785 milioni versati dall'Italia dal 2017 alla Guardia costiera hanno prodotto 17.190 intercettazioni nel 2023 e 21.762 nel 2024 (+27%, dati OIM), riportate in centri dove le Nazioni Unite e le Organizzazioni Umanitarie certificano tortura, stupri, vendita di esseri umani.

In Albania, infine, i centri di Shëngjin e Gjader — promessi per 36 mila persone l'anno — ne hanno visto passare 25 a fine 2025 e circa 90 nell'aprile 2026, contro 144 posti operativi sui mille progettati, al costo di quasi un miliardo di euro.

Sempre la stessa contabilità replicata a distanze crescenti: paghi qualcun altro perché faccia sparire il problema dalla tua vista.

Ma il viaggio non è finito. Non sono finite le guerre, la fame, le persecuzioni, i Paesi in cui nascere significa non avere quasi nessuna possibilità di scegliere. Non sono finite le madri che mettono insieme i risparmi di una famiglia per far partire un figlio con il terrore di non vederlo mai più, né i ragazzi che attraversano il deserto sapendo che davanti c’è il mare perché, dietro di loro, non vedono più niente a cui tornare.

Il viaggio viene semplicemente fermato prima. E questa pressione è destinata a crescere: guerre, crisi climatiche e povertà continueranno a mettere in movimento milioni di persone. Possiamo spostare i confini, alzare muri, pagare altri perché li blocchino. Possiamo fermarli alle frontiere, ma non possiamo fermare ciò che li mette in cammino: la disperazione di chi non ha più nulla da perdere, nulla su cui scommettere. Se non la propria vita. Insieme al desiderio di vederla migliore.

È così che una parte del Mediterraneo è diventata invisibile: non impedendo alle persone di fuggire, ma impedendo loro di arrivare.

Nel frattempo, in Italia, le domande di asilo restano tra 130 e 160 mila l'anno – molte più degli sbarchi ufficiali – e i rimpatri effettivi non superano i 6 mila. Il prezzo umano è quasi 1.900 morti nel Mediterraneo centrale nel 2025 (OIM), migliaia di deportati nel deserto, un numero impossibile da contare di dispersi.

Non è un piano migratorio. È una macchina per far sparire il problema dagli occhi degli elettori. È una macchina di morte che non fermerà il desiderio di vita.

Quello che resta è una scelta politica: trasformare lo straniero in un nemico prima ancora di guardarlo in faccia. O trasformarlo in un’arma. L’esatto opposto della xenía: se lo straniero smette di essere un ospite e diventa una minaccia, a finire non è soltanto l’ospitalità. Nella grammatica antica, finisce la civiltà.

Ulisse, in quei porti, non troverebbe più nessuno pronto a offrirgli acqua.

L'Ulisse di Nolan torna a Itaca da mendicante, non da generale. Ha capito che aver bruciato le mura di Troia significa aver bruciato il mondo intero: distruggere l'altro è distruggere sé stessi, perché nel proprio si annida sempre un pezzo dell'altrui.

Chi guarda oggi le rovine di Gaza, sta guardando quelle mura bruciare di nuovo. E con esse, bruciare un pezzo di noi.

Ulisse capisce il senso della vita solo da naufrago, mendicante, invisibile. Sono gli ultimi, chi arriva su un barcone, chi dorme sotto un ponte, chi resta in fondo alla fila, a restituirci la misura reale della civiltà. Dell’ingiustizia e della lotta per i diritti umani. Di tutte e di tutti, perché non si trasformino in privilegi.

Gli ultimi, oggi in Italia, sono tanti: l'ultimo report Istat (14 ottobre 2025) certifica 5,7 milioni di persone in povertà assoluta (il 9,8% dei residenti), 2,2 milioni di famiglie, un milione e 283 mila minori (il 13,8%): il massimo storico dall'inizio della serie moderna, e le stime 2025 confermano il dato.

Dopo quasi quattro anni di governo Meloni la povertà è cristallizzata a livelli record.
È il volto reale del Paese che il governo dice di aver "messo in sicurezza".

Le civiltà non finiscono quando arrivano gli stranieri. Cominciano a finire quando dimenticano come accoglierli. Lo dice un’opera di tremila anni fa, lo ripete un film del 2026, lo urlano ogni giorno i poveri della terra.

Una civiltà che smette di guardare il mondo con gli occhi dei suoi più fragili diventa cieca. E perde il diritto di chiamarsi civile.

La domanda non è se apriremo le porte. È se, a forza di chiuderle, ci accorgeremo che dentro non è rimasto più niente per cui valga la pena lottare e, quindi, vivere.

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Psicologo clinico, psicoterapeuta dell’età evolutiva e psico-oncologo. Professore a contratto e cultore della materia in Psicologia dello Sviluppo presso l’Università degli Studi di Pavia, Dipartimento di Scienze del Sistema Nervoso e del Comportamento, e professore a contratto e membro dell’Unità di Ricerca sul Trauma in età evolutiva del Dipartimento di Psicologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Fondatore e Presidente della Fondazione Soleterre. Voce attiva sui temi della salute mentale, dell’infanzia, dei diritti umani e della prevenzione della violenza di genere.
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