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La politica di Vannacci ha legittimato l’aggressione di Barboni, anche se ora lui lo rinnega

Quando la politica legittima la disumanizzazione e organizza il risentimento, la violenza non tarda mai a trovare chi è disposto a compierla. Per questo Roberto Vannacci c’entra con l’aggressione ai danni di un cittadino iracheno avvenuta lo scorso sabato a San Benedetto del Tronto.
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Quando il dibattito pubblico normalizza i linguaggi dell’esclusione e del disprezzo, prima o poi qualcuno si sentirà autorizzato a trasformare quelle parole in violenza. Da qui bisogna partire per capire ciò che è accaduto a San Benedetto del Tronto. Perché non siamo davanti soltanto a un’aggressione, ma alla materializzazione di un clima, alla traduzione fisica di un linguaggio. Stiamo vivendo il momento esatto in cui una pedagogia dell’ostilità smette di essere propaganda e diventa gesto di sopraffazione.

In mezzo alla strada, un uomo di origine irachena, visibilmente in difficoltà psichica, viene prima strappato dalla sua bicicletta, che viene scagliata via come se fosse essa stessa un’estensione intollerabile della sua presenza. Poi viene aggredito, esposto allo sguardo dei passanti, umiliato pubblicamente, trasformato in un bersaglio. A compiere l’aggressione è Giuseppe Barboni, imprenditore e iscritto a Futuro Nazionale, il movimento guidato da Roberto Vannacci.

Ciò che rende questa scena ancora più grave non è soltanto la brutalità del fatto. È la sua pretesa di legittimità. È il sottotesto morale che la accompagna: l’idea, ormai sempre più diffusa, che esistano corpi meno intoccabili di altri, vite meno degne di tutela, persone che possono essere trattate non come soggetti di diritto, ma come ostacoli da rimuovere. Per questo l’aggressione non viene nascosta, rimossa o vissuta come una colpa. Viene esibita.

È lo stesso Barboni a pubblicare i video del pestaggio, come se cercasse consenso, come se non avesse bisogno di giustificarsi, ma di essere confermato. E quel consenso, in larga parte, arriva. È questo l’aspetto più allarmante: la violenza non solo viene compiuta, ma viene esibita al giudizio pubblico come un gesto comprensibile, persino meritorio.

La violenza legittimata dalla politica non viene più percepita come una vergogna, ma come un linguaggio condivisibile. L’aggressore viene rapidamente assorbito nel circuito mediatico della provocazione, fino a trasformarsi in un personaggio. Il quadro si completa: la sopraffazione non è soltanto tollerata, ma spettacolarizzata. Il brutale smette di apparire intollerabile e diventa racconto, intrattenimento, visibilità. E anche se ora l'ex generale prende le distanze da quel fatto, resta che gran parte della cifra politica di Vannacci si è costruita su questo.

La violenza politica non nasce mai all’improvviso. Matura lentamente, per saturazione simbolica. Si prepara attraverso parole, slogan, semplificazioni, nemici costruiti ad arte. Prima si erode l’empatia. Poi si normalizzano il disprezzo e l’umiliazione. È accaduto con la retorica della "pancia del Paese" evocata per legittimare la rabbia come criterio politico; con i "taxi del mare"; con etichette come “buonisti” o “pacifinti”: parole che non aprono il confronto, ma chiudono la possibilità stessa di riconoscere l’altro come interlocutore. Formule che non alimentano il dibattito, ma riducono l’altro a un bersaglio.

Infine arriva qualcuno che, sentendosi investito di una funzione, compie il gesto che altri hanno già reso pensabile. A quel punto non si percepisce più un aggressore, ma l’interprete di una volontà collettiva, l’esecutore di un ordine morale, il braccio di una rabbia che considera condivisa.

Lo aveva già detto Freud con impressionante lucidità in Psicologia delle masse e analisi dell’Io. Nella massa, il soggetto arretra. Si alleggerisce dal peso del giudizio personale, si consegna all’identificazione con il capo, con il gruppo, con la parola d’ordine. Il dubbio si ritira. La complessità diventa intollerabile. L’ambivalenza viene vissuta come debolezza. Al suo posto subentrano l’obbedienza emotiva, il sollievo dell’appartenenza, il piacere regressivo di sentirsi parte di un "noi" finalmente compatto perché contrapposto a un "loro" da colpire, da degradare e poi espellere. Una dinamica psichica profonda, in cui l’angoscia individuale cerca scarico in un bersaglio esterno e la frustrazione si trasforma in licenza morale.

Nessuna violenza collettiva nasce nel vuoto. Ha bisogno di parole che la preparino, di una cornice che la assolva, di un linguaggio che abitui a considerare alcuni esseri umani meno degni di protezione. Prima si costruisce il nemico. Poi lo si svuota del suo volto. E quando un volto scompare, colpirlo diventa più facile. La disumanizzazione non è un eccesso del linguaggio: è il suo uso più pericoloso.

Per questo il punto non è soltanto il singolo aggressore, ma il clima che lo rende pensabile. Il contesto emotivo e politico che trasforma la brutalità in prova di forza e l’umiliazione in scena pubblica. Quando una società smette di scandalizzarsi davanti alla violenza esibita, significa che l’anestesia morale ha già cominciato il suo lavoro. E che il confine tra ordine e barbarie si sta consumando sulla pelle dei più vulnerabili.

Roberto Vannacci va nominato qui non come comparsa laterale, ma come figura centrale di una precisa operazione di legittimazione. La sua responsabilità è quella di avere contribuito, con il proprio lessico pubblico, a rendere più abitabili il disprezzo, l’esclusione e la degradazione dell’altro. Il 17 agosto 2023 Vannacci dice degli omosessuali: "Normali non lo siete, fatevene una ragione". Il 27 aprile 2024 afferma che "l’antifascismo non ha alcun senso", definisce Mussolini uno "statista" e rilancia l’idea di classi separate per studenti con disabilità. Il 29 luglio 2024, in un passaggio rilanciato da La7, rivendica che "il cameratismo non ha nulla a che vedere con ciò che ci vorreste dire voi". Il 9 dicembre 2024, nel podcast analizzato da Fanpage, difende i richiami alla Decima Mas e, alla domanda se quei riferimenti servano a strizzare l’occhio all’estrema destra, risponde: "Perché no?". Il 14 giugno 2026 sostiene che "il femminicidio non esiste"; il 16 giugno 2026, ancora ANSA riporta la frase secondo cui un reato contro un omosessuale non può essere considerato più grave. Non sono uscite marginali. Sono tasselli coerenti di un’opera di sdoganamento.

Anche il manifesto di Futuro Nazionale insiste su identità, disciplina, tradizioni, sicurezza, comunità; mentre il programma ufficiale risulta ancora in fase di definizione. Talvolta non serve neppure un programma compiuto. Basta un campo simbolico netto. Basta la costruzione insistita di un "noi" puro, assediato, meritevole di difesa, opposto a un "loro" opaco, minaccioso, degradato. È lì che si produce la licenza interiore. È lì che l’aggressività trova forma, nome, direzione.

Ridurre quanto accaduto a un eccesso individuale sarebbe non solo un errore, ma una forma di complicità intellettuale. Non siamo davanti alla devianza di un singolo ma al punto in cui il clima si è fatto linguaggio e muscolo. È il momento in cui la parola politica, avendo smesso di contenere la pulsione, comincia ad alimentarla. In cui il discorso pubblico non argina più il risentimento, ma lo organizza, gli dà una sintassi, un bersaglio, perfino una parvenza morale. Quando la politica legittima la disumanizzazione e organizza il risentimento, la violenza non tarda mai a trovare chi è disposto a compierla.

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Psicologo clinico, psicoterapeuta dell’età evolutiva e psico-oncologo. Professore a contratto e cultore della materia in Psicologia dello Sviluppo presso l’Università degli Studi di Pavia, Dipartimento di Scienze del Sistema Nervoso e del Comportamento, e professore a contratto e membro dell’Unità di Ricerca sul Trauma in età evolutiva del Dipartimento di Psicologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Fondatore e Presidente della Fondazione Soleterre. Voce attiva sui temi della salute mentale, dell’infanzia, dei diritti umani e della prevenzione della violenza di genere.
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