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OPINIONI

Lettera a quei padri omofobi che non accettano un figlio omosessuale

La lettera dello psicoterapeuta Damiano Rizzi dopo il duplice omicidio di Camaiore: “Cari papà, non avete paura dell’omosessualità di vostro figlio, ma di quello che il suo desiderio dice di voi. I figli non hanno bisogno della nostra approvazione, hanno bisogno di noi. Non esiste una forma normale di vita. Esiste la nostra e la loro”.
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Due giorni fa un padre di 63 anni, Piero Moriconi, ha ucciso con un fucile da caccia a Camaiore il figlio omosessuale, Mirko, e la moglie, Kety Andreoni, che provava invano a metterlo al riparo. Al riparo da chi? Da cosa? Dalla sua omofobia.

Una paura strutturale verso le persone omosessuali, costruita e purtroppo alimentata dalla cultura in cui viviamo. Una paura che si traduce in un rifiuto di disprezzo e violenza.

Una paura appresa: nessun bambino nasce omofobo. Si diventa omofobi nel modo in cui si è educati a guardare l'altro, nel modo in cui si è abituati a chiamare le cose e da come ci viene insegnato a definire cosa è "normale" e cosa no.

L'omofobia uccide in due modi. Apertamente, quando si trasforma in fucile. Silenziosamente, ogni giorno, quando si trasforma in silenzio domestico, in battute al bar, in leggi non scritte, in diagnosi mancate, in categorie di persone che imparano a sentirsi odiate prima ancora di essere riconosciute.

Tutto questo va smontato, pezzo per pezzo. Perché se non si capisce cos'è l'omofobia, non si capirà mai davvero cosa è successo a Camaiore. E continuerà a succedere.

Faccio lo psicoterapeuta dell'infanzia e dell'adolescenza. Nel mio studio e nel Pronto soccorso in cui lavoro incontro, ogni settimana, ragazzi che non riescono più a dormire perché non sanno come dirlo. Padri che, a loro volta, perdono il sonno perché lo hanno intuito.

Alcuni di quei ragazzi ci hanno pensato. A una corda, a una finestra. Ai farmaci. Alcuni ci provano. In barella, mi guardano come si guarda chi potrebbe essere l'ultima persona ad ascoltare. Perché nessuno ha ascoltato prima.

L'omofobia, molto spesso, prende la forma della vergogna. Per quello che osservo da anni, molti padri, quando un figlio trova il coraggio di parlare del proprio orientamento – o affida alla madre il compito di farlo – reagiscono rifugiandosi in tre frasi che servono a rassicurare loro stessi, non il figlio: "sei confuso", "sei ancora piccolo", "è una fase".

Sembrano frasi accoglienti, non lo sono. Sono il primo modo, civile, di rispedire al mittente una verità che non si vuole sentire. Quando un figlio trova la forza di dire chi è, in molti padri non si accende l'amore. Si accende la vergogna.

Non per il figlio: per sé. Per ciò che penseranno gli amici, i colleghi, il bar, il cognato, il prete. Per l'immagine del maschio costruita in trent'anni di silenzi e di pacche sulle spalle. È una vergogna che brucia e che, se non viene riconosciuta, cerca un colpevole.

Quel colpevole, quasi sempre, è il figlio. E quando non lo è, il genitore accusa sé stesso: "Cosa ho sbagliato con te?". Ma anche questa domanda nasconde la stessa convinzione: che ci sia un errore da spiegare, come se essere ciò che si è fosse un difetto da correggere.

La vergogna è un sentimento antico. Non riguarda quello che si fa, ma quello che si è. O, peggio, quello che si crede di essere agli occhi degli altri. Se solo si riuscisse a mettere a tacere il timore del giudizio degli altri – perfetti sconosciuti, conoscenti, amici, parenti, vicini – ci si accorgerebbe che non esiste vergogna più grande di tradire la fiducia di un figlio.

Di ferirlo proprio nel momento in cui trova il coraggio di affidare la parte più fragile e autentica di sé. Il mondo giudicherà sempre, la casa dovrebbe essere il luogo in cui quel giudizio finisce. Dove i figli possono sentirsi finalmente visti, accolti e riconosciuti per ciò che sono.

C'è una fase, nello sviluppo di ogni essere umano, in cui deve avvenire una separazione. Il figlio comincia a sentirsi diverso dal padre. Non contro: diverso. Un soggetto a sé, con un proprio desiderio, una sua direzione.

È un passaggio doloroso anche per il genitore, perché chiede di rinunciare al figlio immaginato per accogliere il figlio reale. Troppo spesso il padre non vuole perdere la propria idea di figlio. Si aggrappa, resiste. E il figlio smette di essere persona: diventa un'appendice narcisistica del genitore.

La sua omosessualità, in quella geografia malata, non è la sua: è una crepa nello specchio del padre. E le crepe, alcuni uomini, le chiudono col fucile. Cari papà, non avete paura dell'omosessualità di vostro figlio, avete paura di quello che il suo desiderio dice di voi.

Quando il figlio reale si presenta – con la sua sessualità, le sue scelte, il suo corpo, le sue amicizie – il genitore vive un lutto. Se il lutto non viene attraversato, diventa rabbia. Se la rabbia viene legittimata dal contesto, diventa violenza. È qui che la mia stanza di terapia incontra la piazza, la politica, il Paese. Perché in Italia, oggi, si ha paura in compagnia.

Quando Vannacci scrive che gli omosessuali "non sono normali" e vende migliaia di copie, il messaggio che arriva è che quella vergogna ha una legittimazione pubblica. Quando il Parlamento, nell'ottobre 2021, affonda la legge Zan tra gli applausi di parte dell'Aula, dice a molti che quel silenzio è ancora legittimo.

Quando la destra di governo definisce "ideologia gender" qualunque percorso di educazione sessuale e affettiva, sta privando genitori e figli degli strumenti per capirsi prima ancora di parlarsi. I dati lo dicono.

L'Italia è al terz'ultimo posto dell'Europa occidentale per diritti delle persone LGBTQIA+. Quasi quattro persone LGBTQIA+ su dieci hanno subito molestie nell'ultimo anno. I ragazzi come i miei pazienti hanno un rischio di suicidio fino a quattro volte superiore ai coetanei eterosessuali.

Non sono numeri. Sono volti, nomi, vite. Sono i genitori che mi ripetono la stessa frase: "Non so più cosa fare con mio figlio". La destra italiana – e una parte trasversale del Paese – continua a confondere la sessualità con l'atto sessuale. Ma la sessualità non è un atto. È un modo di desiderare il mondo, una pulsione ad amare, a costruire una vita.

Significa smettere di pensare al letto dei propri figli e cominciare a immaginare la loro tavola di Natale, accanto alla persona che avranno scelto di amare. Chiunque essa sia.

L’omofobia si traduce anche in possesso. Sui figli, sul loro desiderio, sulla loro voglia di vivere e di amare, noi genitori non abbiamo alcun diritto. Abbiamo il privilegio, quando siamo fortunati, di esserci mentre prendono la loro forma.

Il padre che ha premuto il grilletto non ha sparato a un figlio gay. Ha sparato a un figlio che non era più suo. Ha sparato a una moglie, che, mettendosi in mezzo, gli ricordava che neanche lei lo era mai stata. Il possesso è la forma più antica della violenza familiare: trasforma le persone in oggetti, e gli oggetti in colpe quando smettono di obbedire.

Un femminicidio e un omicidio omofobico (omocidio) che non cambia la sua disumanità aggiungendo che “mio figlio era instabile, tossicodipendente, alcolista”, come se servissero a spiegare. Non spiegano niente. Trasformare una vittima nel responsabile della propria morte è una delle operazioni più vigliacche che si possano compiere.

Quel fucile ha colpito tre cose insieme: omofobia, femminicidio, intolleranza verso tutto ciò che esce dalla mente di chi spara. Tre violenze sotto un unico grilletto. Un unico filo a tenerle insieme: lo sguardo di chi si sente “normale” e per questo si ritiene autorizzato a sparare a chi non lo è ai suoi occhi.

Finché non smonteremo quell'idea di normalità come misura del diritto di esistere, continueremo a contare morti che chiameremo con qualsiasi nome, tranne il loro. Nella relazione tra un padre e un figlio omosessuale, il limite non è il figlio. È il genitore che non lo accetta.

È la paura che va curata, non la sua natura. È la vergogna che va attraversata, non la sua vita che va corretta. Lo dico con il rispetto che si deve a chi soffre, e con la fermezza che si deve quando qualcuno muore: l'orientamento sessuale di un figlio non è il problema. Il problema è il dolore che quel figlio continua a trovare negli occhi di chi dovrebbe amarlo senza condizioni.

L'uomo che ha sparato non ha trovato nessuno che glielo dicesse in tempo. Nessuno gli ha insegnato a riconoscere la propria vergogna. Ha trovato, invece, un Paese che per anni gli ha restituito l'idea che quella paura fosse comprensibile. Quando una paura viene continuamente confermata invece che affrontata, c'è sempre il rischio che qualcuno, un giorno, prema un grilletto.

Se in questo momento avete un figlio che vi sta dicendo qualcosa che vi spaventa, non abbiate fretta di rispondere. Guardate prima la vostra paura o fatevi aiutare ad affrontarla. Da qualcuno che vi insegni a capire vostro figlio, non a temerlo: uno psicologo, un libro, un gruppo di genitori. Non un generale.

I figli non hanno bisogno della nostra approvazione, hanno bisogno di noi. Proviamo a esserci. Non esiste una forma normale di vita. Esiste la nostra. Ed estiste quella dei nostri figli.

Di tutti quelli che, proprio in questo momento, stanno cercando di nascere a sé stessi sotto lo sguardo dei propri genitori. È quello il primo sguardo che conta. Accogliere ogni vita nella sua unicità, è l'unica normalità che dovremmo imparare.

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Psicologo clinico, psicoterapeuta dell’età evolutiva e psico-oncologo. Professore a contratto e cultore della materia in Psicologia dello Sviluppo presso l’Università degli Studi di Pavia, Dipartimento di Scienze del Sistema Nervoso e del Comportamento, e professore a contratto e membro dell’Unità di Ricerca sul Trauma in età evolutiva del Dipartimento di Psicologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Fondatore e Presidente della Fondazione Soleterre. Voce attiva sui temi della salute mentale, dell’infanzia, dei diritti umani e della prevenzione della violenza di genere.
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