
Malati di mente, vagabondi, immigrati, oziosi, sovversivi. Quando lo Stato smette di vedere persone e comincia a individuare categorie da separare, la memoria dovrebbe metterci in allarme. La storia lo sa.
Abderrahim Fakir. Quarantadue anni. Domenica mattina, nel cortile di via Italo Svevo, al Pilastro, quartiere simbolo della periferia popolare bolognese, urlava: "Chiamate un’ambulanza, mi vogliono uccidere". Chiedeva soccorso, non stava aggredendo nessuno. È morto lì, in posizione prona, mentre due poliziotti gli tenevano schiacciata la schiena per immobilizzarlo.
Si chiama asfissia posizionale: è il rischio noto che si verifica quando una persona in stato di eccitazione viene mantenuta a pancia in giù con pressione sul torace.
Non è una dinamica sconosciuta. È la stessa pratica di immobilizzazione che, dopo la morte di George Floyd negli Stati Uniti, provocò un’ondata di indignazione mondiale e spinse molti corpi di polizia a rivedere procedure e addestramento sul rischio di asfissia posizionale.
Su un paziente in delirium acuto l’intervento corretto richiede un’équipe medico-infermieristica in grado di praticare, se necessario, una sedazione farmacologica in stato di necessità (art. 54 c.p.). Non una volante. Non uno spray urticante. Meno che meno un ginocchio sulla schiena.
Chi lavora con pazienti psichiatrici lo sa. Se non lo sa chi arriva per primo in via Svevo, il problema non è soltanto del singolo agente: è di uno Stato che non ha fatto arrivare quel sapere dove era necessario.
La legge Basaglia ha chiuso i manicomi e ha riconosciuto alla persona con disturbo psichico la dignità di paziente, non di pericolo sociale.
Ma quel passaggio di civiltà non è arrivato fino in fondo. La formazione delle forze dell’ordine dedica ancora pochissimo spazio alle emergenze psichiatriche e l’Italia non dispone nemmeno di un registro pubblico dei decessi in custodia. Le stime di Acad, Antigone e “Verità e Giustizia” parlano di oltre duecento morti in vent’anni, molti durante immobilizzazioni prolungate.
Perché la forza continua a precedere la parola? Perché sopravvive una cultura che distingue fra chi appartiene al “noi” e chi viene percepito come disturbo, rumore, pericolo. Quando “quello lì” non è uno di noi, un ginocchio sulla schiena sembra meno grave.
Mentre a Bologna muore Abderrahim, si continua a discutere della richiesta di grazia per Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour, nel Cuneese, che ha sparato alle spalle a tre rapinatori in fuga, uccidendone due.
Giorgia Meloni ha detto di comprendere il trauma di Roggero. Carlo Nordio ha avviato l’istruttoria. Matteo Salvini ne ha fatto una bandiera identitaria, rilanciando l’idea che "la difesa è sempre legittima". Roberto Vannacci l’ha trasformata in un manifesto culturale. Altri esponenti della maggioranza si sono accodati.
La grazia non è un gesto di solidarietà. Non è un abbraccio. Non è una misura alternativa alla detenzione. È un atto di clemenza che interviene su una condanna definitiva. È lo Stato che, in nome di tutti, decide di rinunciare, in tutto o in parte, all’esecuzione della pena.
Concedere la grazia a chi ha ucciso inseguendo e sparando alle spalle significa trasmettere un messaggio preciso: che la vendetta privata può diventare un’opzione; che l’esasperazione possa cancellare la responsabilità di un’esecuzione.
La legittima difesa è stata esclusa in tre gradi di giudizio. I magistrati hanno applicato le norme approvate dal Parlamento, non un principio di loro invenzione.
Chiedere la grazia dopo il giudicato non significa correggere un errore, ma riscrivere il patto sociale.
Il patto che si sta riscrivendo dall’alto – Palazzo Chigi, via Arenula, il Viminale, un generale al Parlamento europeo – dice una cosa semplice: non tutte le vite meritano la stessa protezione. Il messaggio che arriva fino al cortile di via Svevo è chiaro: se "quello lì" muore, il problema è più piccolo. Questo processo ha un nome: deumanizzazione.
Chiedere conto dell’operato della polizia è sacrosanto. È ciò che accade in ogni Stato di diritto: lo fanno le manifestazioni, le inchieste, le denunce. È la coscienza civile che prende parola e dice: no, non si muore così, non a 42 anni, non a terra, non mentre si chiede aiuto.
Se questa rabbia non ci fosse, avremmo perso qualcosa di essenziale. Perché la rabbia che chiede giustizia è il lutto pubblico che si trasforma in cura collettiva.
Ma non confondiamola con la violenza. La violenza è lo spray urticante su un uomo terrorizzato, il ginocchio sulla schiena, la grazia concessa a chi ha ucciso sparando alle spalle.
La violenza si apprende per imitazione e si consolida quando le istituzioni la esercitano senza conseguenze. I ragazzi osservano. Osservano un uomo che muore mentre chiede aiuto. Osservano lo Stato prendere in considerazione la grazia per chi ha ucciso, come se la reiterazione delle rapine subite negli anni potesse trasformare un’esecuzione in un gesto ammissibile.
Osservano i mezzi di informazione decidere quali vittime meritano un nome e un cognome e quali restano "un uomo di 42 anni, marocchino".
E imparano. Imparano che esistono vite che pesano più di altre. Che ci sono corpi su cui si può esercitare la forza e altri che meritano protezione. Che la sopraffazione può essere tollerata, se colpisce le persone “giuste”.
Poi, un giorno, uno di loro alza le mani su un compagno, su una ragazza, su un padre. E noi ci domandiamo da dove venga tutta questa violenza giovanile.
Viene da ciò che abbiamo mostrato. Viene da ciò che abbiamo tollerato.