
Quando ho deciso di scrivere una lettera aperta al Generale Vannacci per provare a spiegargli senza polemica che cosa è un omicidio e che cosa è un femminicidio, sapevo di toccare un nervo. Non immaginavo, però, di vederlo scoperto così, in diretta, sotto forma di migliaia di commenti firmati quasi sempre da uomini. Leggendo quei commenti si capisce perché in Italia, ogni tre giorni, una donna viene uccisa: non basta una legge, non basta una sentenza, se così tanta parte del Paese continua a ripetere che femminicidio e omicidio sono la stessa cosa.
Ho letto i commenti uno per uno. Il primo, scritto proprio sotto il nome di mia sorella, dice: “Tua sorella è stata uccisa esattamente come sarebbe stato ucciso tuo fratello”. Da lì in poi, un coro: “Tua sorella è stata uccisa per omicidio”. “Il femminicidio è un omicidio come tutti gli altri, UOMINI E DONNE SONO UGUALI”. “Che differenza c’è tra omicidio e femminicidio? Nessuna, in entrambi i casi una persona muore”. Sotto, un commento da centinaia di cuori (e va da sé poco cuore): “Sia che un marito uccida la moglie, o che la moglie uccida il marito, è giusto ci sia uguaglianza di pena”. Qualcuno ironizza: “Allora c’è il femminicidio, l’uominicidio, il padricidio, il mammicidio, l’infanticidio… e così arriviamo dove?”. Qualcun altro parla di “privilegio di essere maschio differenziato dalla donna”. Un altro ancora, provocatorio: “E se una donna uccide un uomo, che differenza c’è?”. E poi: “Esiste l’omicidio, non il femminicidio, si è sempre detto omicidio, cosa cambia?”.
La sintesi di tante risposte è: “Noi la pensiamo come Vannacci”. È in questa frase – non in quella del Generale – che si misura il problema. Sembrano voci diverse, ma dicono tutte la stessa identica cosa: “Non vogliamo vedere”. Non si vuole vedere che esiste un reato chiamato omicidio e uno chiamato femminicidio. Un modo di uccidere le donne che si chiama violenza di genere.
Lo dice il diritto, non un’opinione femminista. La Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia nel 2013, definisce la violenza contro le donne come una “violazione dei diritti umani” basata sul genere. La legge 168/2023, il cosiddetto “Codice Rosso rafforzato”, ne riconosce esplicitamente la specificità. Infine l’ISTAT, nel rapporto 2024, ci dice che il 92% delle donne uccise in Italia muore per mano di un uomo che conosceva: marito, ex, fidanzato, padre, figlio. Negli omicidi maschili, quella percentuale crolla al 4%. Non è la stessa cosa. Non lo è nei dati, nelle dinamiche e soprattutto nelle responsabilità collettive.
A questo punto qualcuno obietterà – e Vannacci stesso lo ha fatto, brandendolo come una bandiera – che persino l’Associazione Nazionale Magistrati, nel parere al disegno di legge sul femminicidio, ha sollevato dubbi sulla creazione di un reato autonomo: il rischio, sostiene l’ANM, è una tensione con l’articolo 3 della Costituzione, quello che garantisce l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. Vannacci lo porta per avvalorare la sua tesi: se lo dicono i magistrati, il femminicidio non esiste.
Peccato che l’ANM non abbia mai detto questo. Ha affermato qualcosa di molto più tecnico e molto più serio: che la specificità del femminicidio va riconosciuta come aggravante e come strumento di prevenzione, non necessariamente come fattispecie penale a sé. È una discussione giuridica legittima, che non impatta sulla sostanza del fenomeno.
Se gli uomini non si sentono coinvolti, non si ridurranno né la violenza di genere né i femminicidi. Possiamo scrivere tutte le leggi, aprire tutti i centri antiviolenza possibili, formare tutti i magistrati e tutti i poliziotti d’Italia: ma se il Paese continua a pensare che: “la compagna uccisa con un coltello è morta esattamente come sarebbe morto un collega in un agguato”, allora la prevenzione non parte nemmeno.
Il femminicidio non inizia con il coltello. Inizia con una frase detta a tavola, con un “sei isterica”, con un “sei mia”, con un controllo sul cellulare, con un commento sotto un post che dice “esagerate sempre”, con un “noi la pensiamo come Vannacci” scritto sotto la lettera di un uomo che prova a spiegare come ha fatto lui a maturare questa consapevolezza, dopo che sua sorella è stata uccisa dal marito.
Inizia lì, nella normalizzazione. E finisce in cronaca.
L’EIGE, l’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere, lo ripete da anni: i Paesi che hanno ridotto i femminicidi sono quelli che hanno lavorato sugli uomini. Spagna su tutti, dove la legge integrale del 2004 ha imposto formazione obbligatoria nelle scuole, nei tribunali, nelle forze di polizia, e ha portato a un calo del 25% dei femminicidi in vent’anni. Non è magia: è il riconoscimento di un fatto. Senza una parola che nomini il problema, il problema resta invisibile. “Femminicidio” non è una parola contro gli uomini: è una parola che serve agli uomini per capire da dove arriva la mano che uccide. E per fermarla.
Poi, però, in mezzo a tutti quei commenti, ne ho letto uno che mi ha fatto fermare. Tre righe, niente maiuscolo o polemica: “Grazie per avermi illuminato. La ringrazio profondamente”. Un uomo che ha ascoltato, ha coltivato il dubbio e ha cambiato qualcosa dentro di sé. Non è stato l’unico. Sotto la lettera ne sono arrivati altri: padri che mi hanno scritto in privato dicendo “rileggerò certe cose con mio figlio”. Ragazzi di vent’anni che mi hanno confessato di non aver mai pensato che omicidio e femminicidio fossero diversi. Sono meno della moltitudine di insulti, lo so. Ma esistono, e dimostrano che il cambiamento è possibile. Non possiamo pensare che avvenga dall’oggi al domani, come se bastasse premere un interruttore.
La cultura non funziona così, le persone non funzionano così. Si cambia uno alla volta. Un maschio alla volta che diventa uomo. Un fratello che smette di sentirsi autorizzato a controllare la libertà della sorella, chiedendole dove va, con chi esce e a che ora torna. Un ragazzo che smette di scambiare la gelosia per amore e il controllo per attenzione. Un collega che trova il coraggio di non ridere alla battuta sessista, e magari di contestarla, anche quando questo significa esporsi al giudizio o all’ironia del gruppo. Un padre che spiega al figlio piccolo che “no” è una parola intera. Un Generale che magari un giorno, la smetta di dire che il femminicidio è una parola inutile.
Questo passaggio, da maschio a uomo, dobbiamo compierlo insieme. Facendo rete. Grazie a quei pochi commenti illuminati e a tutti gli uomini che leggono in silenzio. Uno alla volta dobbiamo “illuminare” gli altri, aiutarci a mettere in discussione stereotipi, privilegi e comportamenti che troppo spesso consideriamo normali. Con l’esempio, con le parole e con il coraggio di non voltarci dall’altra parte. È l’unico modo perché una donna in più, domani, possa tornare a casa viva. Perché ogni maschio che diventa uomo rende questa speranza un po’ meno lontana.
E forse è proprio questo il punto che i commenti più rabbiosi non vedono: chiamare le cose con il loro nome non divide, unisce. Dire “femminicidio” non significa creare delitti di serie A e di serie B. Significa accendere una luce su un fenomeno che, se restasse senza nome, continuerebbe a sembrare “un caso”, “una tragedia familiare”, “un raptus”. Invece è un sistema. E i sistemi si smontano solo se si nominano. Si parte da qui, ma bisogna continuare, perché abbiamo appena iniziato.
Sono convinto che finché gli uomini non matureranno questa consapevolezza e non staranno al fianco delle donne nel rivendicare i loro diritti, continueremo a contare vittime tra le nostre madri, figlie, compagne, amiche e sorelle.