
“Non pensare all’elefante”, diceva il linguista americano George Lakoff. Fuor di metafora: non farti imporre il linguaggio dal tuo avversario o finirai sconfitto. Vent’anni fa Lakoff scrisse questo libro rivolgendosi ai politici democratici, schiacciati dalla doppia vittoria di George W. Bush e dall’egemonia culturale della destra repubblicana e della guerra al terrore. Ma forse oggi in Italia rivolgerebbe i suoi consigli a Giorgia Meloni. Perché se c’è un elefante nella stanza, il suo nome è Roberto Vannacci. Ed è lui l’avversario a destra da cui la presidente del consiglio si sta facendo imporre temi e linguaggio.
L’abbiamo visto con la combo Roggero-Fakir. Se non ci fosse stato Vannacci, Meloni avrebbe sentito il bisogno di chiedere la grazia per un duplice omicida, o di aprire anche solo all’ipotesi di allargare ulteriormente le maglie della legittima difesa, superando i concetti – già di loro eccezionali – di proporzionalità e immediatezza della risposta a una minaccia? E ancora: avrebbe strumentalizzato la morte di una persona di 43 anni nelle mani della polizia per attaccare i pochi manifestanti violenti di una manifestazione che chiedeva semplicemente verità e giustizia per Abderrahim Fakir?
Può essere l’avrebbe fatto comunque, in entrambi i casi. Ma forse ci avrebbe pensato un attimo di più. Perché è evidente che Mario Roggero difficilmente avrà e potrà avere la grazia, in ragione di una condanna che ha già mille attenuanti e di un atteggiamento che tutto mostra fuorché pentimento per quanto ha fatto. Ed è evidente pure che parlare di cambiare la legge sulla legittima difesa, per come l’ha posta il leghista Claudio Borghi, è come minimo molto complicato. E allo stesso modo, appare improvvido assumere le difese senza se e senza ma delle forze dell’ordine di fronte ai filmati di un uomo che implora aiuto con le fascette ai polsi e un agente addosso.
Se Meloni e Salvini sono partiti in quinta è stato per anticipare Vannacci, per toglierli il centro della scena che si sarebbe inevitabilmente preso qualora loro non avessero detto nulla. Missione compiuta? Pare di sì. Di Roggero ci ricordiamo le visite in carcere e la proposta di candidatura di Salvini e la pressione sulla grazia di Giorgia Meloni. Di Fakir, il post di Meloni contro i manifestanti il sindaco Lepore.
Il problema, semmai, è che se l’andazzo è questo, Vannacci si butterà sempre più a destra e la sparerà sempre più grossa, per riconquistare visibilità e affermare la sua proposta politica. E Meloni sarà costretta a inseguire sempre più l’elefante sul suo terreno, con tanti saluti alla leader moderata e rassicurante, che piace ai mercati e che tiene a bada i conti pubblici.
Può darsi questa strategia paghi. Che a nessuno interessi più la moderazione. Che il centro sia solo un grande vuoto. E che questo inseguimento a destra sia davvero l’unico modo per arginare una crescita, quella di Vannacci, che sembra altrimenti inarrestabile. Però gli ultimi sondaggi dicono che Fratelli d’Italia sta scivolando sempre più in basso, sempre più lontano dal 30% dei consensi e sempre più attorno a quel 26% con cui vinse le elezioni del 2022. Dicono anche che Vannacci ormai è stabilmente sopra la Lega. E sottovoce c’è chi prevede che toccherà la soglia del 10% entro la fine dell’anno.
Ecco: se una volta inseguito l’elefante fino in fondo, Meloni scoprisse di aver sbagliato strada, di aver legittimato l’agenda di Vannacci anziché avergliela sfilata di mano? In un colpo, probabilmente, perderebbe elezioni e leadership della destra. Perché è questo quel che accade quando pensi troppo all’elefante. Che l’elefante, prima o poi, ti schiaccia.