
In risposta alla dichiarazione di Roberto Vannacci, che ha negato l'esistenza del reato di femminicidio, pubblichiamo la lettera di Damiano Rizzi, psicoterapeuta, la cui sorella Tiziana Rizzi è stata vittima di femminicidio il 9 luglio 2013, uccisa dal marito all'età di 36 anni.
Generale Vannacci, le confesso che da uomo, prima che mia sorella fosse uccisa da suo marito, non sapevo bene cosa fosse un femminicidio. Nemmeno della violenza di genere e dei diritti delle donne ci capivo granché. Glielo dico in tutta sincerità e senza alcuna vergogna, perché credo sia il punto di partenza, inconsapevole eppure reale, di moltissimi uomini.
La morte inaspettata e brutale di mia sorella mi ha costretto a fermarmi e a interrogarmi, non solo su cosa sia un femminicidio, ma su quali radici profonde lo facciano emergere insieme a tutta la violenza sulle donne.
Mia sorella stava con l'uomo che l'ha uccisa da quando aveva 14 anni; morta per femminicidio a 36. Lui italiano. Lei, italiana. Una vita intera trascorsa accanto a chi, alla fine, ha deciso di toglierle il respiro. In casa, quel giorno, c'era mio nipote, un bambino di due anni e mezzo che ho adottato. Adesso è mio figlio.
Potrà ben immaginare che, all'inizio, schiacciato da un dolore innaturale, ho dovuto scegliere se coltivare la vendetta o provare a capire. Ho scelto la seconda strada, iniziando a leggere, a incontrare, a informarmi.
Il femminicidio, Generale, è uccidere una donna proprio perché è donna. Qui sta la differenza fondamentale con l'omicidio, è una differenza che vorrei provare a spiegarle con calma, perché è il cuore di tutto. L'omicidio è un atto criminale che può colpire chiunque, per i moventi più vari: una rapina che finisce male, una rissa, un conto in sospeso, il denaro. È un evento, per quanto orribile, sostanzialmente individuale: c'è un colpevole, c'è una vittima, c'è una storia singola.
Il femminicidio no. Il femminicidio non è mai un evento isolato: è la punta di un iceberg culturale. Ha un movente specifico, antico, condiviso da generazioni di uomini: punire una donna per ciò che è, per ciò che vuole, per ciò che non concede più — la libertà di andarsene, di amare un altro, di dire no, di esistere come individuo separato. Dietro a ogni femminicidio non c'è un singolo "mostro": c'è un'intera idea di proprietà maschile sulla donna, tramandata in silenzio per secoli. Per questo, due donne uccise alla settimana in Italia non sono due tragedie individuali: sono un fenomeno strutturale e culturale.
Non è quindi un omicidio qualunque che capita a una donna: è un omicidio che accade perché è una donna. I numeri lo dicono in modo inequivocabile: oltre l'80% delle donne uccise viene ammazzato da un uomo con cui aveva o aveva avuto un
legame familiare o sentimentale – il partner, il marito, l'ex, a volte il padre. Nel caso degli uomini uccisi, quella stessa quota si ferma intorno all'11%. Sono due fenomeni diversi, Generale. Vanno chiamati con due nomi diversi. Nei femminicidi, la violenza matura proprio dove dovrebbe esserci cura.
E qui, mi permetta, le parlo a cuore aperto. Lei tutto questo non lo sa, o non lo vuole vedere, perché nessuno glielo ha mai insegnato; e nel suo percorso – fatto di gerarchie, di ordini, di forza – probabilmente non si è mai preso il tempo di informarsi da solo.
È esattamente lo stesso punto da cui partivo io prima che uccidessero mia sorella. Non credo che debba morire una sorella, Generale, per scegliere di provare a capire. La sola risposta seria a tutto ciò è insegnare nelle scuole un'educazione sessuale e affettiva comprensiva, fin da piccoli: imparare il consenso, il rispetto, il limite, il riconoscimento delle emozioni, la differenza tra desiderio e possesso. Senza quella educazione non si è nemmeno in grado di distinguere un femminicidio da un omicidio qualsiasi. Non saperlo, Generale, continua a essere una forma di violenza sulle donne: perché chi non sa riconoscere la differenza non può nemmeno sentirsi davvero responsabile.
La violenza, lo ricordiamo, la fanno gli uomini. I maschi sono il problema quando si tratta di violenza, e l'unica strada per uscirne è che si sentano finalmente coinvolti, che siano educati.
Generale Vannacci, glielo dico nel modo più netto di cui sono capace: tra la forza e la comprensione c'è la vita. La forza sa solo imporre e schiacciare. La comprensione invece previene, educa, salva. In quello spazio sottile che separa le due – in quel margine fatto di studio, di ascolto, di capacità di mettersi nei panni dell'altra – c'è esattamente la vita di mia sorella che non è stata salvata, e la vita delle donne con cui vorremmo continuare a vivere.
La differenza tra studiare i fenomeni e ignorarli, alla fine, è esattamente la stessa che passa tra la violenza e il tentativo di capire. Ignorare è già una forma di violenza. Capire è già una forma di soluzione.
Le confesso un'ultima cosa, Generale. La più intima. In questo mio percorso doloroso ho capito una verità che prima mi sfuggiva: io sono nato maschio. Maschio si nasce. È una questione anagrafica, biologica, quasi banale.
Ma uomini si diventa. Lo dico per me. E lo dico per il figlio di mia sorella, che sto crescendo. Voglio che, alla fine della mia vita, resti l’idea di un uomo che ha provato a darsi completamente per migliorare il Paese in cui vive. Qualcosa di bello. Qualcosa di
alto. Qualcosa che valga la morte di mia sorella. Qualcosa che non sia soltanto rabbia trattenuta, o un nome inciso su una lapide.
Per questo devo accettare la fatica più difficile che esista per un maschio: smettere di esserlo, per diventare un uomo. Vale per me, ancora di più, perché sto crescendo un maschio la cui madre è stata uccisa per femminicidio. E vale, credo, anche per lei.