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Le preferenze, la raccolta firme e il candidato premier: tutte le polemiche sulla nuova legge elettorale

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La nuova legge elettorale proposta dalla maggioranza di centrodestra fin dal primo giorno è stata circondata di battibecchi e polemiche. Ed è anche normale che sia così. Perché una legge di questo tipo dovrebbe essere scritta tenendo conto di tutto l’arco parlamentare. E, soprattutto, dovrebbe essere messa a terra in tempi non sospetti. Invece il governo Meloni ci si è messo al lavoro in fretta e furia, facendo tutto da solo, escludendo ovviamente le opposizioni, ma anche riducendo al minimo indispensabile i margini del dibattito parlamentare. E questo perché non vuole perdere tempo: vorrebbe chiudere la partita prima dell’estate. Per poi, forse, essere libero di andare al voto anticipato?

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Anche se non si dovesse andare a elezioni prima del previsto, comunque manca solo un anno alla fine naturale. Motivo per cui le opposizioni accusano la maggioranza di voler mettere in piedi dei meccanismi che le assicurino di rimanere al potere, visto che con gli ultimi sondaggi alla mano e l’attuale legge elettorale, il campo largo avrebbe effettivamente la possibilità di condurre i giochi in entrambi i rami del Parlamento. A maggior ragione se Futuro Nazionale, il partito di Vannacci, non dovesse entrare a far parte della coalizione di destra. E visto il tenore degli ultimi scambi, è probabile che sia così.

Lo scontro alla Camera

Oggi alla Camera non sono mancate le scintille. Riccardo Magi è anche stato espulso dall’Aula dopo aver strappato un manifesto che riproduceva le liste bloccate, con la scritta “il tuo voto non conta nulla” e continuato a protestare durante l’intervento della ministra per le Riforme, Elisabetta Casellati. Parlando poi con i giornalisti in Transatlantico ha aggiunto che questa legge elettorale è una sorta di colpo di Stato mite. In generale i toni sono stati molto accesi per tutta la discussione. Il Partito democratico ha accusato la destra di farsi una legge per i suoi propri interessi, il Movimento Cinque Stelle ha detto che Meloni vuole cambiare le regole in dirittura d’arrivo per assicurarsi di non perdere. Alleanza Verdi e Sinistra ha detto che il governo sta provando a usare questa legge come cavallo di Troia per  fare il premierato, che sarebbe invece una riforma costituzionale.

Cosa prevede la nuova legge elettorale

Ma cosa prevede il testo?

Lo Stabilicum prevede un sistema proporzionale, con un premio di governabilità di 70 seggi alla Camera e 35 in Senato, per arrivare a un massimo di 220 seggi complessivi a Montecitorio e 113 a Palazzo Madama. Questo premio può essere attribuito a quella lista o coalizione che prende più voti, comunque superando il 42%. La soglia di sbarramento resta al 3% per le singole liste e al 10% per le coalizioni. Sia liste che coalizioni, al momento del deposito del contrassegno, dovranno indicare il nome del loro candidato premier, pur rispettando la prerogativa del presidente della Repubblica di nominare il presidente del Consiglio. Questo è uno dei punti maggiormente controversi. Perché, appunto, il nostro ordinamento di repubblica parlamentare prevede che sia il capo dello Stato, tenuto conto dei risultati delle elezioni e della conformazione del parlamento, ad incaricare un esponente politico a formare il nuovo governo. Il fatto che i partiti si presentino già con un nome in tasca va contro questo principio.

In realtà però, più che voler limitare i poteri di Sergio Mattarella, questa mossa potrebbe essere interpretata come un tentativo di pestare i piedi al centrosinistra. A quel campo largo che un leader unico non ce l’ha. Chi dovrebbe proporre la coalizione? Schlein? Conte? Già l’alleanza del campo progressista ha avuto i suoi alti e bassi, sicuramente dover indicare un o una leader non gioverebbe.

Le preferenze

E poi c’è un altro tema che sta alimentando le polemiche. Quello delle preferenze. Il testo di questa proposta non le prevede, nonostante tutti i partiti di destra, in un’occasione o in un’altra, si siano spesi per il diritto degli elettori di indicare direttamete i nomi di chi vogliono mandare in parlamento. Cosa che ovviamente con le liste bloccate non avviene, sono le segreterie dei partiti a decidere i candidati a cui poi andranno i seggi. Su questo fronte, però, c’è anche una guerra interna al centrodestra. Che vede il generale Vannacci andare alla carica contro Giorgia Meloni in persona e chiederle che il voto sull’emendamento per reintrodurre le preferenze avvenga alla luce del sole, non in segreto.

Meloni vs Vannacci

Il leader di Futuro Nazionale la vuole cogliere in fallo su un tema a lei molto caro, quello della coerenza. Perché appunto, nonostante gli appelli del passato, anche il centrodestra alla fine non è così smanioso di tornare alle preferenze. E questo per Vannacci sarebbe un segnale del fatto che Meloni non voglia veramente ridare la sovranità al popolo, ma preferisca mantenere il potere nelle mani delle segreterie dei partiti. “Metteteci la faccia ogni tanto”, ha detto rivolto al centrodestra. Quel centrodestra con cui gli attacchi sono quasi quotidiani ormai.

Oggi Vannacci ha anche accusato Meloni di aver fatto un regalo al “pariolino radical chic Calenda”, stabilendo (sempre in questa legge elettorale) che i gruppi politici formatisi prima del 2026 siano esonerati dalla raccolta firme necessaria per presentare la propria lista elettorale. Cosa che invece Futuro Nazionale dovrà fare.

Meloni comunque era stata chiarissima qualche giorno fa, quando aveva detto che al di là dell’attenzione mediatica, di quello che dicono le opposizioni, e dei tramacci di Matteo Renzi, poi quello che conta alle urne sono il centrodestra e il centrosinistra.

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