Cosa sta succedendo a Ceuta e chi c’è dietro l’emergenza: i fatti messi in fila

Le immagini circolate questa mattina da Ceuta restituiscono l'impressione di una crisi improvvisa e circoscritta. La realtà, tuttavia, è assai più complessa: l'instabilità lungo il confine africano è il risultato visibile di un mosaico geopolitico in cui convergono sentenze giudiziarie, forniture energetiche, nuovi equilibri mediorientali e calcoli di opportunità politica. Nulla di ciò che avviene lungo questa frontiera si consuma, infatti, per caso.
Ceuta, l'enclave in Africa e lo spauracchio di Schengen

Il punto d'origine di questa vicenda è anzitutto geografico e storico. Ceuta, insieme alla vicina Melilla, è un'enclave spagnola incastonata nella costa settentrionale del Marocco: in sostanza, la testimonianza diretta di un'eredità coloniale europea rimasta confinata nel continente africano. Parliamo di due città a tutti gli effetti geograficamente africane, che la Spagna controlla da secoli e che rappresentano l'unico confine terrestre diretto tra l'Unione Europea e l'Africa. Due lembi di terra cinti da imponenti barriere militarizzate, da sempre punto di frizione storica, politica e sociale tra Madrid e Rabat.
Le immagini diffuse fin dalle prime ore di questa mattina, con centinaia di persone intente a superare a nuoto il molo di El Tarajal o a scavalcare le doppie barriere alte sei metri che cintano Ceuta, hanno restituito l'impressione di un'improvvisa ed eccezionale emergenza locale. La realtà storica, tuttavia, descrive una dinamica del tutto diversa: non vi è nulla di spontaneo né di imprevisto in ciò a cui stiamo assistendo. Si tratta di un copione ben noto che si ripete ciclicamente da almeno tre decenni, ovvero da quando l'Unione Europea ha trasformato questo confine nella prima e più militarizzata frontiera d'Africa.
È una dinamica che prescinde dal colore politico dei governi in carica a Madrid: è accaduto nel 2014 sotto l'esecutivo di centrodestra di Mariano Rajoy durante la tragedia di El Tarajal, è accaduto nel maggio del 2021 quando oltre ottomila persone varcarono il confine in sole quarantotto ore a seguito dell'ennesimo strappo diplomatico sul Sahara Occidentale, ed è accaduto ogni qual volta la tensione politica tra Spagna e Marocco ha superato il livello di guardia. Ceuta non è mai stata un semplice varco migratorio, ma un vero e proprio barometro dei rapporti di forza tra le due sponde del Mediterraneo.
È tuttavia proprio di fronte a questo fenomeno strutturale che il Ministero dell'Interno a Roma dispone la chiusura delle frontiere marittime e aeree con la Spagna, annunciando la contestuale sospensione dell'accordo di Schengen. Una decisione maturata in serata nel corso del Comitato Analisi sull'Immigrazione presieduto dal ministro Piantedosi al Viminale, e accompagnata dall'intenzione di concordare con la Francia un rafforzamento dei controlli terrestri, che viene motivata con la presunta esigenza di "tutelare la sicurezza nazionale" dai fatti in corso nell'enclave africana.
Dal punto di vista del diritto europeo, tuttavia, la misura mostra evidenti limiti di applicabilità. A monte della lontananza geografica tra Italia e Spagna, c'è infatti una precisa specificità normativa: Ceuta e Melilla sono escluse dal regime ordinario di Schengen fin dal 1991. Tecnicamente, dunque, il superamento del confine in Nord Africa non equivale all'ingresso nello spazio di libera circolazione continentale. Per potersi trasferire da Ceuta verso la penisola iberica o il resto d'Europa rimane indispensabile un ulteriore e rigoroso controllo d'identità e documenti, condotto dalle autorità di polizia direttamente all'imbarco.
La sentenza della Corte Suprema spagnola

Chiarito il contesto europeo, resta da analizzare cosa abbia scatenato la fiammata sul campo. A fare da innesco è stata una recente e storica sentenza del Tribunal Supremo (la Corte Suprema spagnola). I giudici di Madrid sono intervenuti per porre paletti giuridici molto severi alle cosiddette devoluciones en caliente, cioè i respingimenti immediati ed esecutivi attuati dalle forze dell'ordine direttamente sulla linea di confine a Ceuta per ricacciare indietro chiunque provasse a scavalcare le barriere. La Corte ha stabilito che chiunque tocchi il suolo spagnolo ha diritto a essere identificato e a presentare eventuale domanda di protezione internazionale secondo le garanzie costituzionali e i trattati europei. Questa pronuncia ha inevitabilmente limitato il margine di manovra della polizia di frontiera, creando un temporaneo vuoto operativo. Non solo, la notizia si è diffusa rapidamente sui social nei Paesi di origine e di transito, generando enormi aspettative tra chi cercava un varco.
Ma se la sentenza è stata la miccia, il combustibile è interamente geopolitico.
Lo sgarbo ad Algeri e il ricatto del Marocco sul Sahara Occidentale

Le ragioni per cui i controlli dalla parte marocchina si sono improvvisamente allentati rimandano a uno snodo diplomatico fondamentale: la visita ufficiale del premier Pedro Sánchez ad Algeri. L'Algeria rappresenta il principale antagonista geopolitico di Rabat in un confronto storico che trova il suo perno nel Sahara Occidentale, territorio strategico affacciato sull'Atlantico che il Marocco considera parte integrante della propria sovranità e di cui l'Algeria sostiene invece il movimento indipendentista, il Fronte Polisario.
In questo perenne braccio di ferro la Spagna, da ex potenza coloniale dell'area, si trova da decenni stretta in un equilibrio precario. Se da un lato Madrid non può prescindere dal gas algerino per garantire la propria sicurezza energetica, dall'altro necessita della cooperazione di Rabat per la stabilità dei propri confini meridionali. La scelta di Sánchez di volare ad Algeri per ricucire i rapporti e stringere nuove intese commerciali è stata perciò interpretata dal regno alawita come un vulnus inaccettabile.
È in questo contesto che scatta una leva di pressione che il Marocco adotta in modo sistematico: trasformare la gestione della frontiera a Ceuta in un vero e proprio rubinetto politico. Ogni qual volta Madrid assume posizioni sgradite, come avvenne nel 2014 con il governo Rajoy o nel 2021 in occasione del ricovero in Spagna del leader del Polisario, Brahim Ghali, le autorità marocchine allentano deliberatamente i controlli dal loro lato del confine. È la cosiddetta "diplomazia dei corpi", una strategia che converte la pressione migratoria in uno strumento di ritorsione e ricatto politico nei confronti dell'esecutivo spagnolo.
Il grande gioco: l'asse Washington-Tel Aviv e il fattore Trump

A spiegare la durezza dell'attacco a Madrid concorrono anche dinamiche che travalicano i confini del Mediterraneo, legate agli equilibri plasmati dagli Stati Uniti e da quello che noi conosciamo come "Medio Oriente". Il punto di svolta risale alla presidenza di Donald Trump e alla firma degli Accordi di Abramo. Per spingere il Marocco a normalizzare ufficialmente i propri rapporti diplomatici con Israele, Washington ha offerto a Rabat una moneta di scambio dal valore incalcolabile: il riconoscimento formale della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale. Con un solo atto unilaterale, la Casa Bianca ha cioè scardinato decenni di risoluzioni dell'ONU che chiedevano un referendum di autodeterminazione per il popolo Sahrawi, blindando le pretese del regno di Mohammed VI. Da quel momento, forte dell'impostazione americana, Rabat ha iniziato a pretendere che anche i Paesi europei abbandonassero la loro storica neutralità per allinearsi alla linea di Washington.
In questo scacchiere si inserisce il corto circuito con la Spagna. Il governo guidato da Sánchez ha scelto di non piegarsi a questa dinamica, rivendicando un ruolo di forte rottura e autonomia in politica estera. Madrid non solo ha mantenuto aperto il dialogo con l'Algeria, ma ha assunto una posizione di aperto contrasto con il governo di Benjamin Netanyahu: la Spagna ha infatti riconosciuto ufficialmente lo Stato di Palestina, ha denunciato duramente il genocidio a Gaza e ha disposto il blocco dei propri porti alle navi che trasportano armamenti diretti verso Israele.
Si è così saldata un'implicita convergenza d'interessi. Da una parte il Marocco sfrutta la leva migratoria a Ceuta per spingere la Spagna a cedere definitivamente sul Sahara Occidentale; dall'altra, Israele e il blocco conservatore americano vedono nell'esecutivo spagnolo un avversario politico da indebolire e mettere alla berlina di fronte all'opinione pubblica europea.
Tutti questi fili finiscono per annodarsi in modo palese nelle ultime uscite diplomatiche. Quando l'ambasciatore israeliano all'ONU, Danny Danon, sceglie di attaccare pubblicamente Madrid definendo Ceuta una "enclave coloniale" e accusando il governo spagnolo di fare "la predica" mentre gestisce l'emergenza, il velo della propaganda cade del tutto. Non a caso il ministro spagnolo Óscar Puente ha rilanciato quel messaggio con un amaro e laconico "Inizia a essere tutto abbastanza chiaro" postato sul suo profilo X (ex twitter).
La crisi a Ceuta, insomma, non è mai stata una semplice questione migratoria, ma il terminale visibile di una partita geopolitica molto più grande, giocata sulla pelle delle persone tra Madrid, Rabat, Washington e Tel Aviv.