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E ora torniamo alla vicenda di cui voglio occuparmi. È quella, dolorosissima, di Francesca.

Francesca Tucci aveva 24 anni, viveva ad Afragola, grosso centro dell'hinterland a Nord di Napoli. Le mancavano pochi esami alla laurea in Giurisprudenza. Fidanzata, bella, solare ed estroversa.
Hai presente quando dicono «aveva una vita davanti»? Eh.
Francesca soffriva di una patologia congenita che le provocava disturbi digestivi. Non era una condizione grave, ma fastidiosa nella quotidianità. Per risolverla, si era sottoposta a un intervento chirurgico all'ospedale Cardarelli di Napoli.
Da quell'intervento, Francesca non si è più ripresa.
La Procura di Napoli ha aperto un fascicolo d'inchiesta e, come atto dovuto in questi casi, tre medici risultano iscritti nel registro degli indagati. Si attendono ora i risultati dell'autopsia, che potrebbero chiarire le cause del decesso e stabilire eventuali responsabilità.
Aggiungo un particolare che si è fissato nella mente di molti.
Questo intervento è stato programmato in intramoenia.
Sai cos'è? È quando i medici del Servizio sanitario nazionale lavorano in libera professione all'interno delle strutture pubbliche in cui prestano servizio. Cioè il paziente sceglie il proprio medico di fiducia, e paga di tasca propria la prestazione, che viene effettuata in ospedale. Una parte di quei soldi spetta al medico e all'équipe, un'altra all'azienda ospedaliera.
Il papà di Francesca ha speso diecimila euro per questo intervento.
Noi ad oggi non sappiamo cosa abbia portato alla morte di questa ragazza.
Ti so dire che nel giro di pochi giorni i suoi amici si sono radunati pacificamente sotto l'ospedale chiedendo giustizia. Ai funerali, altro strazio.
In queste ore è successa un'altra cosa particolare: i direttori dei vari dipartimenti dell'ospedale Cardarelli hanno scritto una lettera aperta in cui lamentano i rischi connessi all'esposizione mediatica di vicende del genere: «I processi sui social possono distruggere la sanità di tutti. Le speculazioni, chiunque le promuova, rischiano di minare la fiducia in un sistema sanitario pubblico che ogni giorno si prende cura di chi ne ha bisogno, indipendentemente dalla capacità di pagare».
Io questa lettera l'ho trovata profondamente fuori luogo. La direzione del Cardarelli avrebbe dovuto lavorare per evitare una sortita del genere: appare solo come una difesa di corporazione.
Sai, penso che qualcosa si sia rotto definitivamente nel rapporto tra classe medica ospedaliera napoletana e utenza in un momento preciso.
È accaduto con la vicenda del piccolo Domenico Caliendo, il bimbo di due anni morto dopo un trapianto col cuore ghiacciato all'ospedale Monaldi di Napoli. La fiducia è crollata a zero dopo le notizie su quella incredibile, orribile vicenda.
E anche se non siamo ancora in fase processuale le numerose cose emerse hanno gettato un'ombra cupa, una sfiducia diffusa, difficilmente recuperabile nel breve termine.
Anche dal punto di vista mediatico è cambiato qualcosa. Ci sono studi legali che mandano periodicamente ai giornali notizie sulle cause di risarcimento vinte contro ospedali, cliniche o Asl, ci sono legali specializzati in vicende di presunta malasanità il cui bigliettino da visita circola ormai più di quello dei luminari napoletani della medicina.
Sai che sembra? Non so se lo hai mai visto: "L'uomo della pioggia", il film di Francis Ford Coppola tratto dal romanzo di John Grisham (un portentoso Danny DeVito, bravissimo anche Matt Damon, il protagonista).
La diffidenza è diventata maggiore della speranza.
A nessuno sembra importare: i medici si chiudono a riccio senza aprirsi al dialogo, gli ospedali pensano solo a non esporsi ad azioni legali.
E la politica? Beh, qui c'entra la Regione Campania che tiene in mano la sanità pubblica. Roberto Fico sta cercando il nuovo dirigente del Settore Tutela Salute, forse pescherà all'esterno della cerchia dei dipendenti regionali titolati a quel posto. Capiremo che direzione vorrà prendere anche dalla persona che sceglierà.

Un posto al sole, ancora, ci sarà
Ora che sono cresciutello posso dirlo: negli ultimi venticinque anni a Napoli del verde pubblico non è fregato a nessuno.
Mo' bellebuono, dopo decenni di strafottenza, si lamentano tutti.
Alberi, giardinetti, parchi, aiuole, erano non risorse ma un problema di manutenzione. E così la politica ha progressivamente sostituito verde e ombra con pietra e sole: piazze-simbolo come Municipio, Dante, Garibaldi sono state ridisegnate con pietra lavica, basalto e cemento riducendo o eliminando le alberature.
Le riqualificazioni "d'autore" hanno privilegiato l'estetica minimalista sull'ombreggiamento. Piazza Municipio (Siza/Souto de Moura), piazza Garibaldi (Perrault), piazza Dante (Gae Aulenti) sono state criticate per la scarsità di alberi capaci di dare ombra reale nelle giornate assolate. Chiaramente Municipio è clamorosa, era un giardinetto lunghissimo, è diventata una lingua di pietra cocente d'estate e fredda d'inverno. Piazza Dante idem.
La gente ora si lamenta del Lungomare senza alberi, forse proprio lì non dovrebbe farlo, visto che non se ne possono piantare. So soltanto che con l'aumento delle temperature connesso al cambiamento climatico l'assenza di alberi e l'incuria nel tenere quei pochi ancora in vita si fa sentire.
Ho fatto i compiti. Napoli resta agli ultimi posti d'Italia per verde urbano, 11,3 m²/abitante secondo l'ISTAT contro una media dei 109 capoluoghi di 33,3 m², ed è penultima (98ª su 109) per numero di alberi ogni 100 abitanti.
Secondo il rapporto Greenpeace Italia "L'estate che scotta" (18 giugno 2026), 843 mila napoletani, cioè il 92%, vivono in isole di calore "intense o molto intense" (seconda città d'Italia dopo Torino); Legambiente ha misurato 63,9°C al suolo a San Pietro a Patierno.

Foto di campo largo con proteste
«Odio avere ragione» mi dice uno del Partito Democratico che conosce bene le piazze e la città e l'aveva preconizzato. Fare un evento del centrosinistra in piazza del Gesù era un invito a nozze alla contestazione. L'aveva capito pure la polizia, non felicissima della location per il comizio del campo largo con Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni.
Sono bastati una quindicina di attivisti di Potere al Popolo per mandare in tilt l'evento napoletano per buona mezz'ora. I leader di Pd, M5S e Avs scuri in volto.
Il comizio d'apertura di Gaetano Manfredi totalmente offuscato, Roberto Fico invece reagisce alla contestazione e si guadagna i sorrisi di Schlein.
Del resto alla segretaria nazionale Pd Manfredi non va tantissimo a genio, per quella storia che è da molti considerato un possibile coniglio dal cilindro in caso di governo di larghe alleanze.
Sarà un 2027 spettacolare.
«... giovani funzionari di partito all'arrembaggio dei posti più pagati, i loro ideali coincidono sempre con l'interesse o con un fine secondario, sognatori di modeste felicità, sempre prudentissimi, mai una volta che si compromettono con una frase azzardata, tattici e pratici, corrono sempre in soccorso del vincitore…»
Raffaele La Capria, da "Ferito a morte"