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La newsletter di Fanpage per capire Napoli oltre la cronaca

Domenica 28 settembre nell'anno 2003 l'Italia si ritrovò al buio.
Il più grave black out elettrico dal Dopoguerra paralizzò i trasporti, bloccò le comunicazioni e uccise quattro persone in incidenti di vario tipo, imputabili all’interruzione della rete elettrica nazionale. In un solo posto in Italia tutto andava avanti come se nulla fosse mai avvenuto.
Era il Grand Hotel Ristorante “La Sonrisa” di Sant’Antonio Abate, a mezz’ora di macchina da Napoli in direzione Sud, oggi noto ai più come “Il Castello delle Cerimonie”.
Sai perché lo so?
Perché ero lì.
La prima puntata di TUFO, la mia newsletter è andata benissimo.
Un sacco di belle mail, di complimenti. Prendo e porto a casa.
Se ti piace il progetto puoi sostenerlo in vari modi. Uno di questi è iscriverti o far iscrivere persone alla newsletter che esce ogni giovedì. Ma ora torniamo alla Sonrisa
Sono napoletano del rione Sanità, allenato ai matrimoni «alla napoletana» fin da piccolo. Ho ascoltato Gigi D’Alessio quando aveva meno capelli di oggi dedicare serenate «a fronna ‘e limone» (a foglia di limone, significa a canto libero, senza accompagnamento musicale) alla sposa; ho assistito a concertini di neomelodici più lunghi del menu nuziale.
Ho visto cose che voi umani…
La Sonrisa, però, era tutto un altro pianeta.
Quella domenica di settembre d’oltre vent’anni fa, varcarono il cancello del ristorante donne infuriate cui era saltato il parrucco e uomini infastiditi più del solito dall’ennesimo, problematico sposalizio.
Tutti si aspettavano di trovare un inferno di prosecco caldo e primi piatti freddi.
E invece fu come aver varcato la soglia di un altro mondo.
Perché al Castello funzionava tutto perfettamente.
Generatori alimentati col fabbisogno di carburante di una città brianzola, collocati discretamente per evitare rumori molesti, assicuravano energia a cucine, sale, servizi.
Benvenuti alla Sonrisa! Composizioni di fiori ed erba tagliata di fresco, arredi di un bianco accecante, stucchi, sedie e cornici dorate, distese di mogano ed ebano, fontane, eliporto, fuochi d’artificio, colombi, cavalli luci laser, cristalli di Boemia, Swaroski e Baccarat, porcellane di Limoges e Capodimonte, specchi e vetri di Murano, un maestoso giardino in una superficie di cinquantamila metri quadrati alle falde dei Monti Lattari.
Non stupisce che sia diventata un set cinematografico e televisivo: lo era già naturalmente.
Quando arrivò l’esercito di camerieri, coordinati come la nazionale di nuoto sincronizzato, per presentare agli astanti gli antipasti di prosciutto e mozzarella, capimmo che ci trovavamo in un luogo diverso da tutti gli altri, a metà fra l’oasi e la zona franca.
Così, mentre la Campania era con le candele in mano, la fabbrica delle cerimonie procedeva senza intoppi. Nelle sale si svolgevano comunioni e matrimoni. Alcuni cantanti intonavano il pezzo commovente sulla bimba vestita di bianco e il suo papà nella sala intitolata a Luigi di Borbone e poi scappavano nella Sala Reale urlando della passione della femmena che mai ti può lasciare perché appartiene a te (brr..). Poi i manager li infilavano in auto e correvano verso un altro ristorante, per un’altra cantata.
Io tornai a casa satollo, ben oltre la mezzanotte.
L’Italia, nel frattempo, era nuovamente illuminata.
C’è un testo molto bello della scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie che si intitola “Il pericolo di un’unica storia”.
Sostiene che raccontare un'unica storia senza guardarla da vari punti di vista crea stereotipi, perché gli stereotipi sono figli dell’incompletezza.
L’incompletezza – questo lo dico io – è nemica del giornalista.
La scrittrice parlava d’altro, ma questo suo ragionamento lo si può tranquillamente usare quando si approccia al tema Napoli/napoletani.
Se ti fermi al mio racconto personale su La Sonrisa che ne deduci?
Che era un luogo di professionalità, di duro lavoro, un posto votato a rendere speciale l’evento più importante per la «gente comune».
Lo sai, vero, che c’è gente che in tutta la vita non avrà foto col vestito da cerimonia se non quelle del suo matrimonio?
C’è gente che non potrà mai più permettersi un pranzo servito da altri.
C’è gente che mai più riuscirà a metter seduti allo stesso tavolo tutti i suoi parenti.
Non è un obbligo né sposarsi né organizzare il festone, ma quando decidi di farlo vuoi che vada tutto per il verso giusto.
Alla Sonrisa andava tutto per il verso giusto.
E quindi perché il destino cinico e baro, la giustizia illacrimabile e spietata, cerca – e penso stavolta ci riuscirà – di chiudere un’attività florida, importante motore di occupazione tra dipendenti e indotto, notissima e apprezzata da tanti?
«Al proprio destino nessuno gli sfugge» cantava il Francesco De Gregori dei bei tempi.
E qui arriva l'altra parte della storia.
È nel 2011 che la Procura della Repubblica di Torre Annunziata contesta pesantissime violazioni urbanistiche al Castello dei matrimoni napoletani. Ma questa storia mica inizia nel 2011. Per trovare l’inizio del film bisogna andare indietro, verso la fine degli anni Settanta.
Tobia Antonio Polese, per tutti "don Antonio", nel 1979, quale componente di una società, acquista il castello mediceo del comune vesuviano di Ottaviano con l'intenzione di farne una struttura ricettiva.
Il progetto naufragherà presto: il maniero finisce nelle mani di don Raffaele Cutolo, il boss della Nuova Camorra Organizzata, che ne fa il proprio quartier generale. Polese e il suo socio vengono condannati per favoreggiamento.
Entrambi si difenderanno sempre sostenendo di essere stati vittime del superboss, mai suoi prestanome.
Da quell'inizio scivoloso nasce, di fatto, l'impero Sonrisa.
Perché l’impresa di Polese si concentra sulla struttura di Sant'Antonio Abate, definita «il frutto di decenni di lavoro».
La magistratura non è proprio convinta di questo. Sostiene che già dal 1979 in poi l'attività sia andata avanti «in violazione delle più elementari norme urbanistiche».
Chi è nato nel ‘79 oggi ha 47 anni quindi vedi tu questa storia da quanto dura.
Nel 2011 alla Sonrisa scatta il sequestro per lottizzazione abusiva. Sai cos’è la lottizzazione abusiva? È peggio dell’abuso edilizio: è quando vengono avviate trasformazioni su terreni in violazione di leggi e strumenti urbanistici. È quando con la tua opera cambi proprio il territorio e senza averne alcun diritto.
Tutto ciò non ha impedito l’attività della catena di montaggio delle cerimonie. Che nel corso dei decenni mai si è mossa con un basso profilo, anzi.
Per ben trent'anni, dal 1983 al 2012, La Sonrisa ha ospitato il festival "Napoli Prima e Dopo", trasmesso in seconda serata su Rai Uno. Alla Sonrisa vanno Diego Armando Maradona e la nazionale d’Argentina, si svolgono fasi di Miss Italia, ci vanno i calciatori del Napoli. Anno 1999: nel Castello di don Antonio si gira il film "Cient'anne", immortale pellicola che ha come protagonista Gigi D'Alessio e guest star Mario Merola.
Il re della sceneggiata è amico di famiglia dei Polese: i fortunati raccontano delle leggendarie comparsate di Merola ai matrimoni, mentre modulava sapientemente, nonostante età avanzata e voce calante, commoventi “Ave Maria” alla sposa e ai genitori («madre di grazia vieni a meee tu madre santa madre miaaah»).
La location sfarzosa è attrattiva anche per un certo tipo di famiglie. Gli annali e i verbali di polizia annoverano il matrimonio tra i figli dei boss Mazzarella e Giuliano nel 1996, e, in anni recenti (2019) quello del neomelodico siciliano Tony Colombo con Tina Rispoli, vedova del boss di Secondigliano Gaetano Marino, ucciso nel 2012.
Nel 2012 il regista Matteo Garrone, reduce dalla scenografia brutalista e spietata delle Vele di Scampia in “Gomorra” ha voglia di un’altra spietatezza, quella del laccato e del dorato e così ambienta parte del suo film “Reality” alla Sonrisa.
Ma è nel 2014 che per il Castello e i suoi proprietari è destinato a cambiare tutto: la notorietà nazionale arriva con "Il Boss delle Cerimonie" in onda su Real Time.
La rete televisiva, propaggine italiana della Warner Bros, ha bisogno di creare un reality nostrano sulla scorta del successo del "Boss delle torte" con l'italo americano Buddy Valastro, statunitense del New Jersey.
Quale migliore location se non Napoli, quale miglior argomento se non i matrimoni all’italiana, anzi alla napoletana?
È un trionfo del trash, dei meme, dei video sui social.
Uno dei pochi format per i quali Real Time è disposta a spendere, senza affidare il pareggio dei costi alle sole entrate pubblicitarie. Tredici stagioni che affrontano perfino la morte del protagonista, don Antonio, deceduto nel 2016.
La figlia Imma e il marito Matteo Giordano rilevano la gestione dal defunto congiunto e ribattezzano il format tv "Il Castello delle Cerimonie". Sono dieci anni di incertezze perché la lottizzazione abusiva è ormai sentenza e nonostante ricorsi, appelli, sospensive e quanto di giuridicamente possibile, la proprietà dei terreni con quello che c’è sopra passa al Comune di Sant’Antonio Abate.
Arriviamo ai giorni nostri: la giustizia amministrativa revoca le licenze di ristorazione e ricettività: si chiudono i cancelli per forza di cose.
A Fanpage intervistammo due dei dipendenti resi popolari dal reality.
In storie così tutti si aspettano il plot twist, il colpo di scena, l’ennesimo ricorso, l’ultimo pronunciamento che cambia tutto.
Ci sono chili di atti giudiziari che suggeriscono il contrario, ma chi siamo noi per mettere un limite alla fantasiosità della giustizia italiana?
Quel che pochi sanno è che ora il Comune di Sant’Antonio Abate, diciottomila abitanti scarsi, si trova a dover gestire un bel problema: ora è tutto suo, deve decidere se abbattere o tenere il Castello. E se tenerlo, per cosa? Per una struttura del genere ci vogliono migliaia di euro in manutenzione ogni mese e se non dà reddito in un anno può prosciugare casse limitate come quelle di un piccolo comune meridionale.
L’idea comune a molti, lo vedo anche sui social di Fanpage sotto i pezzi, è: «Potevano lasciarli lavorare!».
Prevale la simpatia emersa nella prima parte della storia, quindi. Di atti e sentenze pare non importare tanto.
Non so che idea ti sei fatto/a. Penso di aver mostrato entrambi i lati della vicenda.
Se non altro ora sai che dietro al «castello» c’è molto di più.

Vannacci alla pizzaiuola
Roberto Vannacci deve fare classe dirigente al Sud e cannibalizzare la Lega di Matteo Salvini anche qui in Campania. Voci dicono che gente come il senatore leghista Gianluca Cantalamessa siano pronti al salto verso Futuro Nazionale. Ma è tutto da vedere.
Per ora in FN entra gente che subodora di restare a terra alle Politiche 2027 e quindi si riposiziona con l'astro nascente della destra che tanto fa paura a tutti, centrodestra di governo compreso.
A proposito. Ad oggi ‘o generale non ha validi avversari in tv.
Un nome che potrebbe davvero metterlo in difficoltà nei talk show io ce l'ho ed è napoletano.
È Luigi De Magistris, l'ex sindaco di Napoli che in tv è pari forse solo a Vincenzo De Luca per tenuta della scena. Vedremo…
«Augurerei a questi furfanti di Napoletani di vedere proprio in questi giorni qualcosa del fondo del Vesuvio»
John Ruskin