Sanchez regolarizza 600mila migranti, Meloni li fa arrivare con i decreti Flussi: qual è la differenza

Durante e dopo la crisi migratoria a Ceuta, exclave spagnola in Marocco, la destra spagnola, italiana, europea e internazionale non ha perso occasione per attaccare duramente il governo di Pedro Sanchez (che ha risposto per le rime). Uno dei temi più citati, tanto da finire in una lettera inviata da 21 Paesi europei alla Commissione Ue, è la sanatoria con cui la Spagna ha avviato la regolarizzazione di circa 500mila persone migranti che si trovavano già nel Paese.
I politici di destra di tutto il mondo – tra cui il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani, che è stato tra i primi – hanno accusato la riforma spagnola di avere un effetto ‘calamita' per i migranti. D'altra parte, però, anche l'Italia ha delle norme che garantiscono l'ingresso di persone straniere in modo regolare e gli garantiscono di potersi mettere a norma e lavorare: sono i decreti Flussi, con cui dal 2023 al 2026 il governo Meloni ha autorizzato 617mila persone a entrare in Italia per lavoro.
La riforma spagnola per regolarizzare 600mila migranti
La riforma avviata dal governo spagnolo era stata annunciata a inizio anno ed è stata varata il 14 aprile 2026. Il decreto fissa dei requisiti per richiedere la regolarizzazione:
- almeno cinque mesi di residenza in Spagna, continuativi, prima del 1° gennaio 2026
- nessun precedente penale, da dimostrare con un atto inviato dalle amministrazioni del proprio Paese
- un legame con la Spagna, che sia familiare, lavorativa o di integrazione sociale
Chi ha questi requisiti può presentare la domanda. Se è approvata non si ottiene la cittadinanza, come ha detto il ministro Tajani, ma un permesso di soggiorno e di lavoro temporaneo della durata di un anno, oltre a un numero di previdenza sociale e una tessera sanitaria utilizzabile nel territorio in cui risiedono. Cosa che permette di lavorare in regola, pagare le tasse e usufruire dei servizi sociali base.
Superato questo anno di ‘prova', se non emergono problemi o irregolarità si può proseguire con le procedure previste con la legge spagnola sull'immigrazione. Anche dopo il primo anno, quindi, non scattano la cittadinanza o il diritto di voto, ma il percorso graduale per ottenere un permesso di soggiorno stabile. In Spagna, la maggior parte dei residenti può richiedere la cittadinanza solo dopo almeno dieci anni passati nel Paese.
La misura è stata presentata dal presidente del governo Pedro Sanchez come un atto di "normalizzazione" che riconosce la "realtà di quasi mezzo milione di persone che fanno già parte della nostra vita quotidiana". A sostenere la riforma sono state anche le associazioni datoriali, che così hanno potuto evitare sanzioni e assumere lavoratori a norma.
Quante persone saranno messe in regola in Spagna
È stato possibile fare domanda dal 16 aprile al 30 giugno: le richieste arrivate sono state 1.174.978, secondo quanto ha fatto sapere il ministero delle Migrazioni. Dopo una prima scrematura, circa 610mila richieste sono state prese in considerazione. In queste settimane sono in corso le procedure per rispondere a tutte entro la scadenza di tre mesi, con un grosso lavoro per la macchina amministrativa spagnola. Se tutte o quasi risultassero in linea con i requisiti, la stima iniziale di 500mila persone potrebbe essere superata.
Sempre stando ai dati ministeriali, il 67% delle domande viene da cittadini del Centro e Sud America. Cosa non sorprendente, vista la storia coloniale della Spagna e il fatto che il governo ha incoraggiato l'emigrazione da quei Paesi. Il 27% del totale delle richieste arriva da colombiani; poi marocchini con il 13,4%, venezuelani con l'11,7%, peruviani con l'8,8%. Per la maggior parte (81%) si tratta di giovani under 45, e oltre la metà (57%) sono uomini.
Quante persone entrano in Italia con i decreti Flussi e qual è la differenza
In Italia non si parla di una sanatoria, ma comunque di misure pensate per aumentare il numero di lavoratori in regola che si trovano nel Paese: i cosiddetti decreti Flussi. Si tratta di provvedimenti con cui il governo, a intervalli regolari, stabilisce quante persone straniere extra-comunitarie possono entrare in Italia per lavorare.
A fine 2023, il governo Meloni varò un primo decreto Flussi che prevedeva 136mila ingressi nel 2023, 151mila nel 2024 e 165mila nel 2025, per un totale di 452mila lavoratori e lavoratrici. Lo scorso anno ne ha approvato un secondo che alza la quota a 497.500 ingressi nel triennio: 165mila nel 2026 (per un totale di 617mila da quando è in carica), 166mila nel 2027 e 167mila nel 2028.
Il decreto Flussi ha un meccanismo piuttosto complesso, che peraltro si presta a truffe e obbliga i datori di lavoro a provare ottenere i via libera con dei click day sparsi nel corso dell'anno. Funziona così: ogni tre anni il governo stila un documento in cui prevede quante persone migranti serviranno nel mondo del lavoro; sulla base di questi numeri, vara i decreti Flussi, tenendo delle quote per persone che provengono da Paesi specifici con cui l'Italia ha degli accordi. I datori di lavoro che vogliono ottenere l'ingresso regolare di un lavoratore subordinato (anche stagionale), prima possono precompilare la domanda. Poi, alcuni mesi dopo, devono inviarla definitivamente attraverso un click day. Se riescono a essere tra i primi ad accedere al portale, la richiesta di nulla osta può essere approvata. A quel punto, il lavoratore o la lavoratrice può entrare in Italia regolarmente.
Naturalmente, le procedure burocratiche non si fermano qui. Una volta che il dipendente è arrivato in Italia il datore di lavoro deve comunicarlo alla Prefettura entro pochi giorni, e il lavoratore deve inviare una copia del contratto di lavoro già firmata. Così si può richiedere un appuntamento in Questura per la richiesta di permesso di soggiorno. I tempi possono essere anche parecchio lunghi. Dopo l'appuntamento in questione, se c'è tutta la documentazione, il primo permesso di soggiorno arriva. Dura fino a 2 anni per un lavoro a tempo indeterminato, un anno per un lavoro a termine e fino a nove mesi per un lavoro stagionale. Passato quel periodo, se la procedura di integrazione continua e si ha un lavoro regolare, si può continuare con le pratiche previste dalla legge sull'immigrazione.