Mauro Ceruti: “La crisi climatica è il solo grande problema dell’umanità”
Il caldo torrido di questa estate non è un incidente meteorologico, ma il frammento di una condizione destinata a durare. Mauro Ceruti, filosofo e teorico del pensiero complesso, parte da qui per unire ciò che la politica affronta separatamente: clima, fossili, disuguaglianze, migrazioni e guerre. La crisi climatica, sostiene, contiene e condiziona tutte le altre. Affrontarla richiede una cooperazione planetaria: quella “Civiltà della Terra” che il ritorno di guerre e nazionalismi rende più necessaria proprio mentre appare utopica.
Ceruti è autore de “Il tempo della complessità” (R. Cortina, 2018) e di molti altri libri. Il più recente è “Per una civiltà della Terra” (Aboca, 2026). L’intervista che segue è stata rivista per brevità e chiarezza.
Professor Ceruti, le ondate di calore sono eventi eccezionali o una nuova normalità?
Le ondate di calore che si sono abbattute sull’Europa e sul Mediterraneo non possono essere considerate una contingenza. Il riscaldamento in Europa avanza a un ritmo circa doppio rispetto alla media globale; nella Pianura Padana l’aumento rispetto ai livelli preindustriali è circa il doppio della media mondiale. Per l’Italia si prevede un incremento di due gradi entro dieci anni.
Già dopo l’ondata del 2003, i climatologi prevedevano che eventi allora straordinari sarebbero diventati normali dopo il 2020. Quelli che stiamo vivendo non sono caso isolati. Sono fasi di un’ondata di calore continua e permanente. Solo agendo sulle emissioni possiamo sperare un adattamento futuro.
Conosciamo le cause, vediamo gli effetti e possediamo molte delle tecnologie necessarie. Perché questa conoscenza non diventa azione politica?
Il cambiamento climatico non è né una situazione temporanea, né una necessità, né una fatalità. È il risultato di scelte politiche. È il prodotto di un sistema economico e di politiche neoliberiste e tecnocratiche che continuano a presentarsi come prive di alternative.
Il negazionismo nasce dalla difesa delle lobby fossili, ma anche dall’ignoranza: è ancora radicata l’idea che l’uomo non possa modificare biosfera e clima. Le destre radicali descrivono quindi le politiche ambientali come follie lontane dalla vita quotidiana e la transizione soltanto come un sacrificio per lavoratori e imprese.
Il negazionismo si ammanta di uno pseudo “realismo”: nega il riscaldamento globale e enfatizza le enormità dei costi della transizione energetica. Ma nasconde costi ben maggiori sull’economia, sull’acqua, sul cibo. E sulla vita. Il cambiamento climatico rende più profonde le disuguaglianze.
Dunque la questione climatica non può essere ridotta a un problema tecnico?
La questione del clima è politica. E il clima non è la somma di fattori isolati: è l’intreccio tra atmosfera, ghiacci, suolo, biosfera, forme viventi. Non evolve linearmente. È un sistema complesso: può mantenere una stabilità e poi produrre discontinuità improvvise. Non basta pensare che nuove tecnologie rimedieranno ai danni delle precedenti: serve una cultura della complessità, del limite, della responsabilità, dell’ecologia.
Lei arriva a definire il clima il problema che sovrasta tutti gli altri. Non è un’affermazione eccessiva? E le guerre, la corsa agli armamenti, le crisi migratorie?
Mi viene da dire che la crisi del clima è il solo grande problema dell’umanità: il problema che comprende e subordina a sé tutti i grandi problemi proposti dalle crisi globali. È la cartina di tornasole attraverso la quale definire gli orizzonti di una nuova politica planetaria, un nuovo modello di sviluppo, una Civiltà della Terra.
Le migrazioni fanno parte di questo quadro della complessità? È possibile reprimerle?
Le migrazioni non possono essere isolate dalle altre crisi planetarie, né affrontate soltanto su scala nazionale. La lentezza della decarbonizzazione rende plausibile un mondo più caldo di 2,5 gradi o persino di tre o quattro gradi entro la fine del secolo. L’effetto a valanga sarebbe ambientale, sociale, economico e umanitario: carestie e interi Paesi inabitabili. Su dieci miliardi di persone, 3,5 miliardi potrebbero essere costrette a migrare a causa di temperature troppo elevate e di un’umidità più intensa.
Qual è il legame tra crisi climatica, combustibili fossili e ritorno alla logica della politica di potenza, alla guerra?
Le guerre contribuiscono a esasperare il surriscaldamento climatico. L’emergenza climatica e ambientale mette in attrito l’abitabilità della Terra con la logica della potenza che crea divisioni geopolitiche, rivalità geoeconomiche e motivi per la guerra. Concorre così alla coincidenza tra utopia della pace universale e realismo.
Un sistema di solidarietà globale è divenuto indispensabile nell’interesse di tutti. Oggi la guerra appare ancora più “immorale”, perché viola l’”obbligo” alla cooperazione per la protezione del “Tutto planetario”, che coinvolge e concerne l’intera umanità.
Una Civiltà della Terra esige la transizione dalla civiltà della guerra alla civiltà della pace. Una transizione “obbligata”, oltre che moralmente preferibile. La “spada di Damocle” della catastrofe nucleare, manifestatasi a Hiroshima nel 1945, ha aperto la possibilità dell’auto-annientamento globale. Ha trasformato la condizione umana, generando un destino comune per tutti i popoli, legati dagli stessi problemi di vita e di morte.
Superare le guerre tra le nazioni diventa quindi un imperativo di sopravvivenza, così come superare la guerra che dall’età industriale l’umanità conduce contro la natura.
Ma mentre crescono le minacce comuni, avanzano i sovranismi e si torna alle sfere d’influenza. Il suo ragionamento implica invece il multilateralismo: accordi tra più Paesi disposti a cedere sovranità per collaborare. Non rischia di essere un ragionamento velleitario, professore?
Nessuno Stato può governare da solo clima, salute, migrazioni e proliferazione nucleare. L’Unione europea, la Corte penale internazionale, le conferenze climatiche, la cooperazione scientifica sono forme ancora parziali di cittadinanza cosmopolitica, ma indicano una direzione.
Realistica diventa l’utopia della pace, mentre irrealistici appaiono gli egoismi nazionali e le divisioni in un pianeta condiviso, e “impolitica” diventa la logica amico-nemico.
Il diritto internazionale oggi viene violato e irriso. Come potrebbe diventare lo strumento di questa trasformazione?
La via è questa: trasformare il diritto internazionale in un diritto costituzionale globale, capace di affermare interessi cosmopolitici e distribuire potere tra autorità internazionali. Si possono utilizzare gli strumenti dell’attuale global polity – conferenze, accordi, organismi regolatori, autorità regionali e multilaterali – con la subordinazione graduale delle forme di potenza a un imperativo comune di politica dell’Antropocene e di disarmo.
Qual è il primo passo realistico: un accordo sull’uscita dai combustibili fossili? Una politica energetica europea? Nuove istituzioni climatiche? O un cambiamento culturale?
Una politica educativa volta a una cultura della complessità, del limite, della responsabilità e dell’ecologia dovrebbe essere al centro sia di ogni programma scolastico sia del linguaggio dei media.
Invece la scuola arretra e i media raccontano caldo, spiagge, turismo e condizionatori senza risalire alle cause, rinunciando a mostrare l’urgenza di cambiare sviluppo, lavoro e produzione.
La “Civiltà della Terra” resta un’utopia: forse non esisterà mai. Perché dovremmo incamminarci verso qualcosa di irraggiungibile?
Una visione sistemica capace di mettere in relazione le parti con il tutto, con il pianeta, può permetterci di comprendere come la crisi climatica accomuni l’umanità nello stesso destino, in modo inedito e radicale. Noi stessi dipendiamo ormai dalle cose che dipendono dagli atti che noi intraprendiamo.
Vuol dire che ogni passo verso la “Civiltà della Terra – meno emissioni, più cooperazione e diritto, meno disuguaglianze – ha valore in sé? Lei ritiene che sarebbe comunque utile incamminarsi in quella direzione?
I limiti planetari implicheranno una trasformazione dell’economia politica – produrre meno beni e meglio -, una rifondazione dello Stato orientata alla protezione dei beni pubblici e comuni e una rigenerazione del diritto e delle relazioni internazionali verso un costituzionalismo globale.
Oggi l’umanità ha per la prima volta i mezzi scientifici, tecnici e cognitivi per realizzarsi e comprendersi come un’entità planetaria e biosferica, e per accedere a un nuovo umanesimo, federatore e non esclusivo, degno del suo nome. Questo umanesimo, che definisco planetario, emerge come possibilità dalla nuova coscienza che deriva dalla scoperta dei vincoli di Terra-Gaia.
Le ragioni dell’utopia sono diventate le ragioni del realismo.