Nei libri di Storia del futuro, probabilmente la leggeranno così, e a suo modo suonerà assurdo per i nostri posteri, e molto poco lusinghiero per noi: nel giorno in cui si metteva nero su bianco che l’estate del 2026 era stata la più calda e devastante di sempre, in Germania trionfava alle elezioni il partito che più di qualunque altro in Europa negava la crisi climatica e si opponeva a qualunque misura per combatterla.
Comunque la vogliate leggere, la questione del trionfo delle estreme destre Occidentali, da Trump ad Alternative fur Deutschland sta tutto qua, nella saldatura dei gruppi di interessi ostili alla transizione energetica: dagli operai licenziati da un settore automobilistico in crisi, spiazzato dalla fine dei motori endotermici ai miliardari di destra che operano nei settori della produzione di combustibili fossili o in settori energivori come quello dell’intelligenza artificiale, sino agli energo-tiranni come Putin, che vogliono tornare a vendere sempre più peltrolio e gas naturale all’Europa.
Per ciascuno di loro il nemico è l’Unione Europea delle politiche green, e più in generale ogni tentativo di cooperazione internazionale che miri ad abbattere le emissioni. E coerentemente, non c’è agenda di estrema destra che non miri a minimizzare l’impatto della crisi climatica per porre al centro del dibattito qualunque altro tema possa scatenare allarme sociale, psicosi per i migranti in primis, anche in territori come quello della Sassonia, dove di stranieri praticamente non ce ne sono.
E sta tutta qui, in fondo, la sfida per tutti i partiti che di estrema destra non sono: riportare la crisi climatica al centro delle agende politiche, cercando di far capire agli elettori che è una minaccia esistenziale per l’umanità e che gli eventi climatici estremi possono produrre danni incalcolabili all’economia – pensiamo ai rischi di carestia globale indotti dal Super El Nino, per dire.
Ma soprattutto, e qui sta il difficile, cercando di rendere la transizione energetica e la lotta al cambiamento climatico come una prospettiva desiderabile: in altre parole, non qualcosa che si subisce, e di cui si scontano gli effetti negativi, ma qualcosa che può generare ricchezza e benessere anche nel breve periodo.
“La conversione ecologica potrà affermarsi soltanto se apparirà socialmente desiderabile”, diceva Alex Langer, uno dei padri del pensiero ecologista europeo, qualche decennio fa. E a ben vedere la sfida è ancora tutta qua. Città più verdi in cui poter vivere anche ad agosto, strade senza automobili, una generazione di energia che non riempie l’aria che respiriamo di particolato fine cancerogeno, una produzione di cibo che rigenera i terreni anziché desertificare, in fondo, sono tutte prospettive auspicabili, ma scontano la timidezza dei partiti sedicenti di sinistra. Che pensano che tutto questo alla gente non interessi nulla. Che sono spaventati dagli effetti a breve termine della transizione. E che, di conseguenza, preferiscono aderire alle agende politiche della destra, al grido di “non possiamo lasciare alla destra il tema dei migranti e della sicurezza”, pur di non occuparsi di crisi climatica.
Il risultato ce l’abbiamo sotto gli occhi: le destre, forti della legittimazione della loro agenda, continuano a mietere consensi, e a negare la crisi climatica. Mentre la crisi climatica se ne frega delle destre e delle loro agende, e continua a produrre i suoi effetti devastanti, estate dopo estate, anno dopo anno.
Se la sinistra, o comunque la non-estrema-destra, riuscirà a rimettere al centro del dibattito politico la crisi climatica e la transizione verso un mondo a zero emissioni, rendendo desiderabile questa prospettiva, è probabile possa avere un futuro. Se invece, al centro dell’agenda ci rimarranno i migranti, la sicurezza e l’Europa cattiva che ci fa chiudere le aziende in nome dell’ideologia green, prima o poi ci ritroveremo tutte le estreme destre al governo.
Difficile dirla più semplice di così.
Ancora più complicato, provare a venirne a capo.