Il Super El Niño in arrivo porterà alla fame milioni di persone in più: i rischi di una carestia globale

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Un raccolto distrutto dalla siccità. Credit: iStock
Il Programma alimentare mondiale (WFP) delle Nazioni Unite prevede che circa 50 milioni di persone in più soffriranno la fame nel mondo a causa dell’arrivo del Super El Niño 2026-2027. Ciò nonostante, non ci sarebbero i presupposti per una carestia globale.

El Niño è un evento climatico naturale molto complesso – qui abbiamo provato a spiegarlo in modo semplice – in grado di influenzare il clima globale, con effetti potenzialmente catastrofici soprattutto sulle regioni affacciate sull'Oceano Pacifico. Si verifica ogni 2-7 anni e in genere ha una durata di 9-12 mesi, come spiegato dalla NOAA. In parole semplici, si tratta della fase calda di un fenomeno chiamato El Niño-Oscillazione Meridionale (ENSO) ed è legato al riscaldamento dell'Oceano Pacifico tropicale. Quando si verifica, la superficie del mare diventa più calda e ciò può intensificare di riflesso fenomeni come siccità, temperature estreme, incendi e alluvioni.

Modificando le correnti a getto e il clima dell'intero pianeta, El Niño ha un impatto significativo anche sulla tenuta e l'abbondanza dei raccolti, catalizzando l'insicurezza alimentare e innescando vere e proprie carestie in alcune regioni del mondo. Basti ricordare la Grande Carestia che colpì l'India meridionale nel 1876-1878, con oltre 5 milioni di morti stimati e 60 milioni di persone ridotte alla fame. Tuttavia, poiché il fenomeno aumenta la siccità in alcune regioni della Terra ma incrementa la piovosità in altre, parlare di rischio di carestia globale è quanto meno controverso, al netto di danni economici di trilioni di dollari e l'ago della bilancia che pende comunque verso gli effetti negativi, soprattutto innanzi a eventi di El Niño particolarmente intensi.

Quando l'anomalia termica dell'Oceano Pacifico raggiunge e supera i + 2 °C non si parla più di semplice El Niño ma di Super El Niño; il fenomeno attualmente in corso, che andrà avanti fino all'inizio del 2027 e che raggiungerà il picco alla fine del 2026, secondo i modelli climatici sarà il più forte e potente di sempre. Ci si aspetta un impatto devastante su diverse regioni del pianeta e alcuni Paesi, come Panama ed El Salvador, hanno già dichiarato lo stato d'emergenza. Come spiegato a Fanpage.it dal climatologo Luca Mercalli, gli eventi estremi di El Niño non colpiranno direttamente l'Italia – siamo troppo lontani dal Pacifico -, tuttavia, poiché il fenomeno altera il clima globale, avremo del caldo in più, con tutto ciò che ne consegue in un contesto di crisi climatica e ondate di calore insopportabili come quelle che si sono susseguite durante questa estate.

Gli esperti, evidenzia il Guardian, si aspettano che 50 milioni di persone in più al mondo soffriranno la fame a causa dell'impatto del Super El Niño 2026-2027, ma non dovrebbe innescarsi una vera e propria carestia come quella che colpì l'India meridionale alla fine ‘800. Non a caso, in un recente rapporto, il Programma alimentare mondiale (WFP) delle Nazioni Unite parla di insicurezza alimentare acuta e non di vera e propria carestia. In pratica, è lo step precedente. Questa terminologia fu utilizzata anche per le 50-60 milioni di persone che soffrirono la fame a causa di El Niño del 2015-2016.

In base all'analisi del WFP, le aree più colpite dagli effetti di El Niño saranno l'America centro-meridionale, i Paesi dei Caraibi e l'Africa meridionale, mentre altri effetti significativi potrebbero esserci nei Paesi dell'Asia sudorientale e meridionale, dove ci si aspetta una netta riduzione delle piogge rispetto alla media, con effetti importanti sull'agricoltura e quindi sui raccolti. Le variazioni indotte da questo fenomeno climatico naturale, probabilmente esacerbato dal riscaldamento globale (è un argomento oggetto di studio e molto dibattuto), sono comunque particolarmente difficili da prevedere con precisione. E non sempre l'impatto è negativo: in alcuni casi El Niño può anche volgere a favore degli agricoltori. Lo studio su Nature “Impacts of El Niño Southern Oscillation on the global yields of major crops” pubblicato da scienziati giapponesi del National Institute for Agro-Environmental Sciences, ad esempio, mostra degli effetti positivi su alcuni raccolti. “I risultati mostrano che El Niño probabilmente migliora la resa media globale della soia del 2,1-5,4%, ma sembra modificare le rese di mais, riso e grano da -4,3% al +0,8%”, scrivono il professor Toshichika Iizumi e colleghi.

La società di consulenza American Prime, che supporta gli agricoltori e le organizzazioni degli Stati Uniti a migliorare la produzione dei raccolti analizzando enormi quantità di dati, sottolinea in un rapporto che "l'impatto sull'agricoltura può variare significativamente da regione a regione." Gli analisti spiegano che la NOAA prevede per i prossimi mesi precipitazioni superiori alla media nel sud-ovest e nelle Grandi Pianure centrali e meridionali, mentre le previsioni sono inferiori per le zone dei Grandi Laghi. Per chi si prepara a seminare il grano invernale, questa situazione potrebbe essere favorevole. "La questione chiave è se le precipitazioni autunnali saranno in grado di reintegrare sufficientemente l'umidità del terreno superficiale per la semina, la germinazione e l'attecchimento. In questo caso, El Niño potrebbe effettivamente trasformarsi in un'opportunità piuttosto che in una semplice minaccia", evidenzia American Prime. In sostanza, si potrebbero avere raccolti migliori e non peggiori. "Un El Niño intenso – specificano gli esperti – non può essere semplicemente etichettato come "buono" o "cattivo" per l'agricoltura, poiché gli impatti complessivi dipendono da quando e dove si verificano le precipitazioni e dalla fase di sviluppo della coltura al momento del fenomeno." Al momento ancora non sappiamo cosa accadrà, ma non è detto che l'impatto sarà esclusivamente negativo e ovunque.

A scongiurare il rischio di una carestia globale e in regioni particolarmente esposte ai rischi, vi sono alcuni dati positivi recentemente pubblicati dalla Commissione Europea grazie a una ricerca ad hoc. Ad esempio, la produzione di cerali complessiva nell'Africa meridionale nel 2026 ha raggiunto i 43,4 milioni di tonnellate, che è circa “il 10 percento in più rispetto alla media quinquennale.” Lo studio evidenzia che si sta assistendo a una “forte ripresa” del settore agricolo in Medio Oriente e Nord Africa: la raccolta di cereali invernali si è conclusa “con buone prospettive in Siria, Iraq e Iran”, mentre le piogge invernali “hanno incrementato la produzione di grano in Marocco, Algeria e Tunisia.” Le precipitazioni di fine luglio hanno inoltre migliorato i raccolti di sorgo e miglio nello Yemen (dove, lo ricordiamo, ci sono comunque oltre 17 milioni di persone soffrono la fame). “Rese eccellenti” di cereali sono state registrate in Afghanistan, mentre Paesi come Bangladesh e Sri Lanka “godono di buone prospettive grazie alle abbondanti piogge.”, secondo l'indagine Commissione Europea. Le forti piogge estive sono un segnale positivo anche per mais e riso in Corea del Nord.

Questi dati positivi, chiaramente, vanno contestualizzati, considerando che in questi stessi Paesi ci sono milioni di persone che soffrono la fame, mentre in altri la situazione è drammatica. Pascoli e raccolti sono stati sensibilmente degradati nell'Africa orientale, mentre in Sudan e Sud Sudan milioni di persone sono esposte a insicurezza alimentare acuta a causa di eventi climatici estremi, esacerbati da violenze e mercati in subbuglio per i conflitti (senza dimenticare l'assenza di aiuti umanitari). I raccolti di fagioli e mais sono stati inoltre devastati in America centrale e nelle isole Caraibiche, esposte a siccità ed eventi climatici estremi. Il Super El Niño in arrivo non farà altro che peggiorare la situazione in questi Paesi, mentre altri, forse, trarranno dei benefici. I raccolti incrementati in alcune aree critiche possono rappresentare un segnale di speranza per affrontare il prossimo impatto del fenomeno, che raggiungerà il picco a fine novembre (con un'anomalia estrema di + 3,9 °C per il Pacifico, secondo theclimatebrink.com, che si basa su 14 modelli climatici).

Per tutte queste ragioni non ci si dovrebbe aspettare una carestia globale, ma gli effetti peggiori, secondo alcuni esperti, potrebbero arrivare alla fine del 2027. “Una nuova analisi del WFP mostra che El Niño è destinato ad aumentare drasticamente la fame in alcuni dei paesi più vulnerabili del mondo, con 274 milioni di persone in 45 paesi che si prevede soffriranno di grave insicurezza alimentare entro la fine del 2027, ovvero 49 milioni in più rispetto a oggi”, ha scritto il WFP nel suo recente comunicato. A catalizzare i rischi non ci sono solo gli impatti dei fenomeni estremi sui raccolti, esposti a siccità, alluvioni, caldo e incendi, ma anche i prezzi altissimi dell'energia e la disponibilità dei fertilizzanti, che sono strettamente connessi alla situazione geopolitica internazionale (in particolar modo al conflitto tra USA e Iran e la guerra in Ucraina).

Ci troviamo in un contesto complesso in cui la resilienza, la capacità di assorbire gli shock come quelli innescati da eventi come El Niño, sono decisamente più deboli che in passato; ciò può sfociare in un significativo aumento dei prezzi nei Paesi ricchi e diffondere insicurezza alimentare in quelli più poveri. "El Niño è solo una delle pressioni che gravano su un sistema alimentare globale già disfunzionale e fragile. La fame è fondamentalmente una questione politica ed economica", ha sottolineato su The Conversation il professor Benjamin Selwyn, docente di Relazioni Internazionali e Sviluppo Internazionale presso l'Università del Sussex. Secondo l'esperto, per scongiurare gli impatti di questi fenomeni concatenati, sarebbe importante passare a "sistemi alimentari agroecologici e incentrati sulle piante", alla luce dei danni alla produzione associati agli allevamenti di bestiame (basti pensare al consumo di suolo e acqua per il foraggio). I prossimi mesi, fino alla fine del 2027, mostreranno quale sarà il reale impatto del Super El Niño in arrivo.

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