La diciamo semplice e dritta, per evitare equivoci. in attesa che dalle parti del campo largo si decidano a sedersi al tavolo per scrivere il programma. Preoccupati, soprattutto, dal fatto che, come al solito, si smette di considerare il tema come la priorità assoluta appena ci si allontana dall’estate. O peggio: che alla resa dei conti si pensi che parlare di clima non sposti voti, che sia più utile parlare – anche a sinistra – di sicurezza, o di come far pagare meno la benzina. Di giocare la partita delle prossime elezioni sul tavolo della destra, con i temi che la destra ha messo in agenda.
Così fosse, spiacenti, ma questo non è essere alternativi alla destra. Non a una destra che la crisi climatica l’ha prima negata, poi sottovalutata, poi l’ha subordinata al mantenimento dello status quo capitalista e fossilista: ok, combattiamola, basta che tutto rimanga com’è.
Essere alternativa, ci permettiamo, dovrebbe essere l’opposto: affermare, con coraggio e onestà intellettuale, che la crisi climatica è una minaccia esistenziale per la specie umana. Che si debba mettere al centro di tutto strategie di lotta e di adattamento all’aumento delle temperature, in quest’ordine, possibilmente. E che, proprio in ragione di questo, lo stato delle cose va cambiato, radicalmente.
Bisogna farlo memori dell’estate appena trascorsa, tra siccità, eventi climatici estremi, lockdown climatici di anziani e bambini. Per i morti in eccesso causati dalle ondate di calore . nel 2022 furono 70mila in Europa, un terzo dei quali in Italia. Bisogna farlo perché se non facciamo nulla le cose possono solo continuare a peggiorare, di anno in anno. Bisogna farlo, come ha scritto ieri Riccardo Luna sul Corriere della Sera, perché "l’Apocalisse non ha cambiato indirizzo”
Non vogliamo sostituirci a Schlein, Conte, Bonelli, Fratoianni, Renzi, Magi e chi volete voi, e suggerire punti programmatici. Semplicemente, come tutti abbiamo delle domande: come ci liberiamo di gas e petrolio? Come ci immaginiamo di risolvere la crisi idrica che è già drammaticamente realtà in metà del nostro Paese? Come le vogliamo abbassare, drasticamente, le nostre emissioni? In che modo vogliamo trasformare le nostre città da colate di cemento progettate per le automobili, a luoghi dove poter uscire a piedi anche da giugno a settembre?
Sono solo alcune domande, ma ce ne sarebbero altre centinaia, che impattano sulla vita di tutti noi, ogni giorno, molto più di un burqa nelle scuole. Eppure non se parla. E quando se ne parla, c’è chi bolla queste legittime pretese come “ideologia green”, o come capricci di gente che vive in centro, nelle ZTL. Come se la crisi climatica non colpisse prima di tutto i poveri, gli ultimi, quelli che non hanno possibilità di farvi fronte privatamente, comprandosi condizionatori, andando in vacanza al fresco, non avendo problemi a far riparare l’auto colpita da chicchi di grandine grandi come pugni.
Occuparsene, ce ne rendiamo conto, vuol dire trovare i soldi per farlo, vuol dire toglierli da altre poste di bilancio, vuol dire smuovere rendite di posizione, cambiare le cose. E tutto questo è rischioso, espone al malcontento, scatena movimenti d’opinione uguali e contrari. In altre parole, è molto più facile ripetere che Meloni non ha fatto quel che ha promesso, come se le sue promesse fossero in qualche modo condivisibili.
Basta che lo sappiamo, però: questa non è alternativa. Questa – semmai, se vinci – si chiama alternanza al potere. Ed è un’altra cosa.