Il Movimento 5 Stelle si è ufficialmente spaccato. Dopo giorni di polemiche, in cui si è parlato di fronde, di base, di attivisti e di dibattistiani, il destino del partito grillino sembra andare spedito verso una parola: scissione. Al Senato è arrivata la prova che da un lato si aspettava con ansia, dall'altro si temeva. I parlamentari pentastellati si sono guardati negli occhi e hanno deciso: in 15 hanno votato no alla fiducia al governo Draghi, andando incontro all'espulsione più che annunciata. Oltre al presidente della commissione Antimafia, Nicola Morra, e all'ex ministra del Sud, Barbara Lezzi, ci sono anche i senatori e senatrici Abate, Angrisani, Corrado, Crucioli, Di Micco, Giannuzzi, Granato, La Mura, Lannutti, Mantero, Minnino, Moronese e Ortis.

"I 15 senatori che hanno votato no alla fiducia saranno espulsi", annuncia Vito Crimi su Facebook, dal gruppo parlamentare. Il capo politico reggente fa un discorso molto lineare: chi ha deciso di adeguarsi pur pensandola diversamente è stato coraggioso e responsabile. Mentre i quindici che non l'hanno fatto sono "venuti meno all'impegno di rispettare le indicazioni degli iscritti", tra l'altro "collocandosi all'opposizione". Crimi spiega di aver chiesto al capogruppo Licheri di comunicare loro l'allontanamento. La fretta nella decisione, considerando che il voto è terminato nella tarda serata di ieri, è evidentemente un tentativo di evitare che lo stesso accada alla Camera, dove la fiducia si voterà questa sera dalle 20. Come a dire: avete visto? L'espulsione arriva davvero.

È inutile negare che al Senato il gruppo del Movimento 5 Stelle si sia spaccato: al netto dei vari fuoriusciti negli anni, sono rimasti 92 parlamentari pentastellati a Palazzo Madama. Di questi 69 hanno votato sì e 15 hanno deciso per il no. Ma ci sono anche 8 assenti, di cui solo due giustificati: si tratta dei senatori e senatrici Auddino, Botto, Campagna, Dessì, Garruti, Nocerino e Vanin. Questi non potranno essere espulsi, ma saranno sanzionati. Anche se è evidente che si tratti di un'assenza strategica. Fatto sta che insieme sono 23, più di una fronda ribelle, abbastanza per formare un nuovo gruppo e magari un nuovo partito. Si torna a parlare di scissione, mentre Alessandro Di Battista osserva da lontano quello che accade in Parlamento. Tutti gli occhi sono puntati sul voto alla Camera di questa sera, quando si tireranno le somme e arriveranno nuove espulsioni.