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6 Dicembre 2022
10:03

Lo studio che smentisce Giorgia Meloni: anche ai commercianti conviene farsi pagare col Pos

Per giustificare lo stop alle multe per i commercianti che non accettano il Pos sotto i 60 euro di spesa, Meloni ha tirato in ballo i costi delle commissioni che questi devono sostenere, sui pagamenti elettronici. Banca d’Italia ha criticato la scelta, attirandosi le ire del governo. Ma la posizione dell’istituto centrale si basa su uno studio, che spiega come, anche per gli esercenti, essere pagati con la carta è più conveniente dei contanti.
A cura di Marco Billeci
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Giorgia Meloni ha sfoderato il suo quaderno degli appunti in diretta Facebook, per rispondere alle critiche sulla scelta del governo di eliminare le sanzioni, per i commercianti che non accettano il Pos, per cifre sotto i 60 euro. Cerchiato in rosso, c'era la parola "costi". Quelli delle commissioni sui pagamenti elettronici, a carico dei commercianti, che Meloni ha indicato come ingiusto fardello da sostenere.

Nei suoi appunti, però, Meloni si è scordata di scrivere un altra cosa: anche le transazioni in contanti hanno dei costi, che possono essere superiori a quelli con il bancomat e carte di credito. Nessuno ha potuto farglielo notare sul momento, perché il suo è stato un monologo senza contraddittorio. Ma a sollevare il tema, 24 ore dopo l'intervento della premier, ci hanno pensato gli esperti di Banca d'Italia, durante l'audizione sulla manovra, in commissione alla Camera.

Quella di Bankitalia non è solo un'opinione di parte, viziata dall'influenza delle banche private sull'istituto, come l'ha bollata il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giovanbattista Fazzolari. È una tesi fondata, tra l'altro, su una ricerca realizzata dagli economisti di via Nazionale, citata esplicitamente nel corso dell'audizione. Si intitola "Il costo sociale degli strumenti di pagamento in Italia" ed è stato pubblicata nel marzo 2020. L'abbiamo studiata, per provare a capirci di più.

Lo studio di Bankitalia

Premessa. L'indagine si riferisce a dati del 2016. È probabile che negli ultimi anni, grazie alle innovazioni tecnologiche e agli interventi legislativi, i costi legati ai pagamenti elettronici si siano ulteriormente ridotti. Già nel periodo preso in esame, tuttavia, si sottolinea come "per effetto della graduale migrazione verso strumenti elettronici (bonifici, addebiti diretti e carte) da quelli cartacei (contante e assegni) […] il costo sociale (netto complessivo) in Italia risultava inferiore di 1,2 miliardi", rispetto alla rilevazione precedente, risalente al 2009.

Per chiarezza, in questa prima parte, la ricerca si concentra sull'impatto generale per il Paese, dei diversi sistemi di pagamento. I ricercatori sottolineano come dallo studio siano esclusi "gli oneri non monetari (ad esempio tempi di esecuzione o di ricerca dello sportello per il prelievo di contante) e quelli legati a perdite/furti o ad attività illegali (criminalità e sommerso)". Elementi che farebbero pendere ancora di più la bilancia dei costi verso la carta moneta.

Anche così, tuttavia, si stima che "nel 2016, l'utilizzo del contante costava al nostro sistema economico 7,4 miliardi di euro l’anno […] quattro volte di più di quello delle carte di pagamento". Un divario ancor più profondo, se si analizzano le cifre pro capite: "A ciascun italiano l’uso del contante costava in media 122,5 euro l’anno rispetto ai 18,1 delle carte di debito e ai 12,9 delle carte di credito".

I costi per i commercianti

La vera sorpresa arriva, però, quando i ricercatori passano ad analizzare gli oneri a carico dei commercianti e imprese. Gli economisti di Bankitalia spiegano come "il contante possa essere percepito quale mezzo di pagamento più economico, se commisurato alla singola transazione (0,19 euro)", tenendo conto che gli esercenti non sostengono, direttamente, tutti i costi legati ai pagamenti in moneta.

Tuttavia, se si guarda all'impatto percentuale sugli importi medi incassati, per i diversi tipo di pagamento, la situazione cambia. Spiega lo studio di via Nazionale, che in relazione all'importo medio delle transazioni effettuate, il costo per i commercianti di quelle in contanti è dell'uno percento, contro lo 0,65 percento dei pagamenti elettronici. Lo 0,35 percento in più.

La spiegazione? È vero, da una parte ci sono le commissioni, che rappresentano il costo maggiore per gli esercenti, quando sono pagati con il Pos. Dall'altra, però, sul contante, vanno calcolati gli oneri variabili, legati soprattutto a questioni di sicurezza e gestione dei rischi, come furti, frodi e ammanchi, oltre al prezzo delle assicurazioni. Un calcolo non generico, ma elaborato con una metodologia precisa in ambito Eurosistema.

E poi ancora, sulla carta moneta pesa "il tempo di lavoro necessario per la gestione manuale dello strumento, presso le casse e il punto vendita, l’ammortamento e la manutenzione dei registratori di cassa". Inoltre, una quota consistente del costo, circa un quarto del totale, è relativa "al trasporto e lo stoccaggio dei valori".

Insomma, nell'immediato, ricevere soldi in contanti può sembrare più vantaggioso per l'esercente rispetto a chi paga con la carta. Ma il quadro si ribalta se si guarda all'ammontare complessivo delle cifre che ci si trova a gestire. Tanto più cresce l'ammontare di contanti in cassa, tanto meno questo è conveniente.

Anche per quanto riguarda le singole transazioni, peraltro, va sottolineato come, con la maggiore diffusione dei pagamenti elettronici, la soglia sopra la quale conviene ai commercianti utilizzarli diventa sempre più bassa. Tanto più che molti operatori ormai applicano commissioni anche prossime allo zero, per i cosiddetti micro-pagamenti.

Il paper di Bankitalia smonta anche un altra tesi del governo Meloni: quella per cui l'abolizione delle multe sul Pos favorirebbe i negozi di prossimità. Dall'analisi degli studiosi di via Nazionale, emerge come ad ammortizzare meglio i costi legati al contante siano la piccola e grande distribuzione organizzata. Al contrario, a sopportare il peso maggiore, sono bar, ristoranti, negozi, benzinai.

Dallo studio emerge come nell'anno preso in esame, il 2016, il costo unitario dei servizi di pagamento elettronico è sceso rispetto a quello dell'analisi precedente, del 2009, a fronte di una maggiore diffusione, grazie alle economie di scala e di progresso tecnologico. Con questi presupposti, è possibile quindi concludere che, dal 2016 a oggi, i costi di commissioni, infrastrutture etc dei Pos siano calati ulteriormente, come d'altronde si osserva, anche seguendo la dinamica di altri Paesi europei che che hanno sperimentato una forte espansione dei pagamenti digitali.

Peraltro, nulla vieterebbe al governo di intervenire, anziché sulle sanzioni, sulle modalità per ridurre ancora le commissioni e incentivare ulteriormente i pagamenti elettronici. A meno che, il non detto della manovra del governo sia strizzare l'occhio a chi, pretendendo di essere pagato in contanti, "si dimentica" di fare lo scontrino e registrare l'incasso. In quel caso, certo, il vantaggio per il commerciante è indiscutibile. A rimetterci, però, sono le finanze dello Stato e quindi tutta la collettività.

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