Legge elettorale, Verini (Pd): “Se la destra non azzera tutto non ci sediamo nemmeno”

La maggioranza continua a ripetere che la proposta di riforma della legge elettorale avanzata a febbraio non è una proposta immodificabile. E ribadisce che l'idea è quella di aprire un tavolo con le opposizioni. "Niente è precostituito, abbiamo detto più volte che siamo pronti a qualsiasi cambiamento, non c'è un pacchetto chiuso", sottolinea responsabile organizzazione di FdI Giovanni Donzelli.
Ma quest'apertura ha tutta l'aria di una tattica, per mettere le opposizioni spalle all muro, costringendole a esprimersi su un testo che assicurerebbe "stabilità" e "governabilità". Il governo dice di voler aprire un tavolo con il centrosinistra "per verificare se, come si auspica, vi sia convergenza sull'obiettivo della stabilità, o se piuttosto si preferiscano sistemi che, non garantendo un risultato chiaro, consentono di governare anche a chi non ha il consenso della maggioranza dei cittadini". Una mano tesa che in realtà assomiglia più a una provocazione. Per questo le forze del campo largo, dopo aver concordato una linea comune, hanno rifiutato l'offerta chiedendo piuttosto di ripartire da zero.
Ieri pomeriggio i capigruppo della maggioranza hanno avviato i primi contatti con i capigruppo delle opposizioni per aprire il confronto, ma hanno ricevuto un no: non hanno intenzione di dialogare, almeno fino a quando il centrodestra non avrà ritirato il testo, stoppando anche il premierato e la legge che elimina i ballottaggi alle comunali.
La bozza della legge elettorale, su cui sono in corso in questi giorni le audizioni in commissione Affari Costituzionali alla Camera, non contiene preferenze e soprattutto prevede un premio di governabilità numericamente predeterminato, pari a 70 seggi per la Camera e 35 per il Senato, attribuito alla lista o coalizione che abbia raggiunto la maggiore cifra elettorale e almeno il 40% dei voti validi nell’Assemblea di riferimento. Su questo punto Fdi si dice pronto a discutere di una eventuale riduzione del tetto alla Camera (non a Palazzo Madama).
In un appello 126 costituzionalisti hanno espresso preoccupazione proprio premio di governabilità il cui rischio maggiore è che "possa risultare eccessivo, fino a portare la lista o coalizione vincente verso il 60% dei seggi". Altri punti critici sottolineati dagli esperti riguardano "il sistema delle liste bloccate e il mantenimento delle pluricandidature", e "l'indicazione preventiva del candidato alla Presidenza del Consiglio, che contrasta con i principi che reggono nel nostro ordinamento la nomina del Governo". Ne abbiano parlato con Walter Verini, senatore del Pd.
Senatore, il centrodestra apre al dialogo con le opposizioni sulla legge elettorale. È una mossa tattica al solo scopo di rilanciare la palla sul vostro campo?
La palla è sicuramente avvelenata. Questo governo dimostra di non aver ben compreso la lezione del referendum. Quel voto ha bocciato non solo il merito della riforma Nordio, anche un'arroganza del potere, la pretesa della destra di usare le istituzioni senza senso dello Stato. Mentre fanno queste offerte pelose, ricordo che un testo lo hanno comunque presentato, ed è irricevibile per tutto il campo largo. E tra l'altro ci sono forti divisioni all'interno della maggioranza, su collegi e liste bloccate. Questo rende l'arroganza ancora meno giustificata. Mentre offrono questa mela avvelenata, contemporaneamente continuano a portare avanti la riforma del premierato, che colpisce le prerogative del Parlamento e del Presidente della Repubblica. Ma c'è dell'altro.
Cioè?
Vogliono portare avanti anche la legge sui ballottaggi dei Comuni, proponendo la soglia del 40% nei centri con più di 15mila abitanti, in modo da abolire il voto di ballottaggio. Significa colpire forse la legge elettorale che funziona meglio. In questo quadro, di fronte a quest'offerta di dialogo, lo scetticismo è il minimo.
Come centrosinistra avete deciso quindi che non vi siederete al tavolo?
Sedersi al tavolo di per sé non vuol dire nulla, non è dirimente. O la destra toglie di mezzo la legge, eliminando dal campo anche la riforma sul premierato e la legge sui ballottaggi dei comuni, o noi abbandoniamo quel tavolo. È la stessa Corte Costituzionale a raccomandare al Parlamento di tenere conto di alcuni punti: la rappresentanza, evitare premi sopra una certa soglia, evitare che i cittadini non possano scegliere i loro rappresentanti.
Sia Fdi che Forza Italia dicono che si potrebbe alzare eventualmente la soglia per ottenere premio al 42, al 43 o al 44% dei voti. Una modifica del genere potrebbe avvicinare le vostre posizioni?
Questa è una legge partita male, perché non è di iniziativa parlamentare, ma ha già il timbro del governo, anche se tecnicamente poi è il Parlamento che prende in carico l'iter. Le regole elettorali non si riformano a ridosso delle elezioni. Se è stato fatto in passato è stato un errore che ha lasciato un segno, soprattutto nel rapporto tra politica e cittadini. Si evoca la ‘stabilità', ma quella si garantisce con il voto i cittadini. Se la maggioranza adesso azzerasse il tavolo darebbe almeno un segnale di rispetto nei confronti delle opposizioni e del Parlamento, perché le regole si dovrebbero fare insieme. Ma se al tavolo già apparecchiato presentano una pietanza già cucinata, concedendo al massimo la possibilità di togliere o aggiungere qualcosa per correggere il sapore, e accanto a questo porti altri piatti indigeribili, come premierato e ballottaggi, l'operazione sembra solo una reazione a un momento di forte difficoltà per il governo, che in questa fase annaspa.
Il senatore di Fdi De Priamo in un'intervento in tv ha citato anche il tema delle preferenze che consentirebbero agli elettori di scegliere i nominativi dei candidati in lista. Nel pacchetto del centrodestra non sono previste, ma il senatore ha detto che la premier è storicamente a favore delle preferenze. Su questo vedete qualche spiraglio? Vi convince quest'apertura?
No, non mi convince. Non c'è dubbio che le preferenze esprimano una traccia di volontà popolare. Però spesso sono legate anche a malcostume politico, voto di scambio, cordate elettorali che hanno contiguità con la criminalità organizzata in certi casi. Non penso che la preferenze siano necessariamente la soluzione. La via migliore per garantire l'espressione del voto popolare e la rappresentanza sono i collegi, di dimensioni non enormi, in cui i partiti siano portati a candidare le figure più note, più radicate e più controllabili dai cittadini che scelgono i loro rappresentanti. Tra liste bloccate e preferenze certamente è meglio l'espressione del voto, ma la via maestra è quella dei collegi.
Al termine del vertice la maggioranza ha mandato un invito al dialogo alle opposizioni, sottolineando che lo scopo è "verificare se, come si auspica, vi sia convergenza sull'obiettivo della stabilità, o se piuttosto si preferiscano sistemi che, non garantendo un risultato chiaro, consentono di governare anche a chi non ha il consenso della maggioranza dei cittadini". La vede come una provocazione indirizzata in particolare al Pd?
Meloni ha vinto le elezioni nel 2022, il suo è il governo più longevo, ma al tempo stesso è uno dei governi che più si è caratterizzato per immobilismo, che non vuole dire stabilità. Questa coalizione sembra assomigliare alla fine dell'Impero Romano d'Occidente, e ora si aggrappa al tentativo di cambiare a tutti i costi la legge elettorale, a ridosso del voto. Quando il Pd è andato al governo lo ha fatto anche in risposta ad appelli autorevoli, come quello del Presidente della Repubblica. Ricordo nel 2011, quando cadde il governo Berlusconi, le casse dello Stato rischiavano di non poter pagare le tredicesime e le pensioni a Natale, con lo spread a 570. Anche con il governo Draghi l'Italia attraversava una drammatica crisi, dopo la pandemia.
La destra accusa il Pd di essere ammalato di "governismo".
Certo, a volte anche noi abbiamo peccato di governismo, ma in generale la sinistra ha sempre cercato di fare gli interessi del Paese. In quella fase portare il Paese alle urne, mentre ancora si stava definendo la questione Pnrr con l'Europa, in pieno post-Covid, sarebbe stata la scelta meno saggia. Noi vogliamo un risultato elettorale limpido. Quella del pareggio con l'attuale legge elettorale, francamente credo sia un'ipotesi, non è affatto detto che le cose vadano così. Da qui al voto è possibile che le questioni siano più chiare, anche in termini di programmi e leadership. Noi comunque vogliamo tornare al governo con la maggioranza dei voti dei cittadini, non con premi di maggioranza abnormi, che magari nascondono l'idea di occupare le principali caselle di garanzia, dal Presidente della Repubblica alla Corte Costituzionale.
Resta il fatto che il centrodestra farà di tutto per portare a casa la nuova legge. Sulla carta potrebbe riuscirci, con l'ok della Camera prima dell'estate e quello del Senato entro fine anno. L'impresa è fattibile con questa tempistica?
Mi auguro che non prevalga quest'arroganza. È sbagliato proprio il metodo: ripeto, le regole dovrebbero essere scritte insieme. Una volta condivise quelle, gli schieramenti possono sfidarsi alle urne. È un grave errore concentrare tutte quest'energie sulla riforma della legge elettorale, quando occorrerebbero risposte sui grandi temi sociali, sull'energia, sull'economia, sul lavoro. Ma se intendono proseguire da parte nostra la risposta sarà altrettanto dura.