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Ius soli, news sulla riforma della cittadinanza

Ius soli, perché l’emergenza Covid non impedisce di parlare di cittadinanza (come dice la destra)

Il nuovo segretario del Pd Enrico Letta ha sollevato il tema dello ius soli, auspicando che possa essere proprio il governo Draghi a sbloccare la legge sulla cittadinanza. Per Salvini e per il resto di centrodestra la questione non è prioritaria, oltre che sbagliata, perché in questo momento gli italiani si aspettano risposte sulla pandemia. Ma la lotta al Covid non è affatto in contrasto con la concessione di un diritto sacrosanto per oltre un milione di minorenni senza cittadinanza iscritti nelle anagrafi comunali.
A cura di Annalisa Cangemi
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Il nuovo segretario del Pd Enrico Letta ha ricordato che spingere sull'acceleratore per far approvare la legge sullo ius soli deve essere un obiettivo del Partito Democratico. Un'affermazione che è stata recepita come una dichiarazione di guerra dal centrodestra. Un tema divisivo quello della concessione della cittadinanza a chi nasce nel territorio italiano, che non per nulla è stato accuratamente e scientemente evitato dal premier Mario Draghi durante il suo discorso programmatico alle Camere.

"Letta e il Pd vogliono rilanciare lo ‘ius soli', la cittadinanza facile per gli immigrati? Se il nuovo segretario torna da Parigi e parte così, parte male. Risolviamo i mille problemi che hanno gli italiani e gli stranieri regolari in questo momento, non perdiamo tempo in cavolate", ha commentato Salvini, liquidando la questione come se fosse appunto trascurabile, rispetto all'enormità dei problemi legati alla pandemia. Per il segretario della Lega addirittura lo ius soli "non è una cosa seria", e anzi può essere un elemento destabilizzante per lo stesso governo (qui tra l'altro Salvini dimentica che spetta solo al Parlamento stabilire cosa si può discutere).

Critica anche la posizione di Forza Italia, che ha risposto alla sollecitazione di Letta con freddezza: "Nella relazione di Letta è molto condivisibile la logica delle coalizioni, che porta necessariamente a una legge elettorale maggioritaria. Ma voler rilanciare lo ius soli durante il governo Draghi è a mio parere un errore", ha detto la capogruppo azzurra al Senato Anna Maria Bernini. I figli di stranieri che parlano in italiano e vivono da anni nel nostro Paese continuano a non essere la priorità, e una certa politica lo dichiara senza vergogna. Per Gasparri (FI), "in Italia si può già accedere alla cittadinanza con norme fin troppo generose". E ancora, secondo il senatore, l'appello di Letta "dimostra come il Pd viva su Marte. Mentre c'è un'Italia che soffre e chiede risposte si occupano di bandiere ideologiche, peraltro stinte".

Incomprensibilmente anche Italia viva ha provato a eludere l'intera faccenda: "Buon lavoro Letta e al Pd da me e da tutta Italia viva. Molte le cose che possiamo e dobbiamo fare insieme – ha detto il presidente di Iv Ettore Rosato – Se la strada sarà di riformismo e concretezza ci riusciremo. Intanto mettiamo tutte nostre energie a sostegno di Mario Draghi e del governo per affrontare emergenza". Come se appunto la questione dei diritti e quella della crisi economica e sanitaria fossero due ambiti separati, e il tema della cittadinanza fosse tutto sommato non urgente, rinviabile. Come è già accaduto in passato, quando la discussione della legge che introdurrebbe due nuovi diritti per i minori, e cioè lo ius soli temperato e lo ius culturae, si è arenata.

A dire la verità ci aveva già provato Zingaretti a puntare su integrazione e accoglienza, con l'intento, diceva, non di "spostare il partito a sinistra", ma di "riportarlo a casa". Una presa di posizione fortissima, che si è poi dovuta scontrare con la realtà, molto più prosaica, e con il rifiuto dei 5Stelle, secondo i quali lo ius soli non era allora all'ordine del giorno.

Ma l'ostacolo, l'impedimento, sembra sempre il fatto del momento, la stringente attualità. Era stato l'allora capo politico del M5s, Luigi Di Maio, a smorzare l'entusiasmo del leader dem: "Lo Ius soli non è nel programma di governo, con il Pd non ne abbiamo mai discusso. L'Italia ha altre emergenze, abbiamo un'Italia sott'acqua, l'Ilva. Credo di avere diritto di dire che sono sconcertato dalle dichiarazioni di Zingaretti". Non si poteva insomma parlare della legge sullo ius soli perché l'Italia era nella morsa del maltempo, e non si poteva perdere certo tempo con quisquilie. La verità è che in questo Paese non è mai il momento giusto per affrontare la questione della cittadinanza italiana agli stranieri. Ora che c'è il virus, l'allarme disoccupazione, i ritardi nei ristori, le terapie intensive sature, c'è più di una ragione per voler rimandare ancora la discussione della legge sulla cittadinanza. Ancora di più se si pensa che quella al governo è una maggioranza composita, e ogni partito non intende ovviamente concedere nemmeno mezzo centimetro di terreno agli avversari, come era prevedibile.

Il punto è però proprio questo: per chi si sta ricostruendo il dopo emergenza? A chi serve che oggi l'Italia si rimetta in piedi? Chi dovrà, tra dieci o magari vent'anni, prendersi sulle spalle un Paese accartocciato su stesso? Qualsiasi pianificazione o sguardo sul futuro che prescinda da una di queste domande è poco lungimirante, e non per mero calcolo elettorale o per la necessità di rinverdire i valori di un partito in difficoltà. La pandemia e i diritti negati ai ragazzi senza cittadinanza, che sono però italiani a tutti gli effetti, sono due problemi strettamente collegati.

Proprio perché stiamo attraversando un momento delicato non ci si può dimenticare di chi è nato o cresciuto in questo Paese. Stiamo parlando di 858mila ragazzi con passaporto straniero che studiano nelle scuole italiane e oltre un milione di minorenni senza cittadinanza italiana iscritti nelle anagrafi comunali. Dove finiranno senza un sostegno, e un sacrosanto riconoscimento, da parte dello Stato, se non ai margini della società?

La crisi Covid ha messo in evidenza come la scuola non sia davvero uno strumento di integrazione: nell'ultimo anno si sono amplificate le distanze e si sono assottigliate proprio le occasioni di crescita dei più deboli. Con la dad esistono classi a due velocità, in cui a pesare nella preparazione dei bambini e dei ragazzi figli di stranieri sono anche la scarsa dimestichezza con gli strumenti digitali dei genitori e la mancanza di dispositivi per la connessione. E così la marginalità sociale si mescola con quella linguistica e digitale, in un tutt'uno indistinguibile, che porta solo altra esclusione e sfiducia nelle istituzioni. Soprattutto perché la pandemia si è sovrapposta a una situazione preesistente di forti disuguaglianze, in cui l'ascensore sociale era già bloccato.

A luglio l'Istat ricordava come la classe sociale di origine influisca ancora "in misura rilevante sulle opportunità degli individui nonostante il livello di ereditarietà si sia progressivamente ridotto". Per la generazione più giovane però è "anche diminuita la probabilità di ascesa sociale". Cui prodest? Identificare un ‘loro' e un ‘noi' può forse servire a rimpolpare il bacino elettorale dei populisti. Ma dare risposte agli italiani sull'emergenza coronavirus significa anche occuparsi di tutti gli invisibili, per evitare che si alimentino pericolose sacche di rabbia e disagio.

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Giornalista professionista dal 2014, a Fanpage.it mi occupo soprattutto di politica e dintorni. Sicula doc, ho lasciato Palermo per studiare a Roma. Poi la Capitale mi ha fagocitata. Dopo una laurea in Lettere Moderne e in Editoria e giornalismo ho frequentato il master in giornalismo dell'Università Lumsa. I primi articoli li ho scritti per la rivista della casa editrice 'il Palindromo'. Ho fatto stage a Repubblica.it e alla cronaca nazionale del TG3. Ho vinto il primo premio al concorso giornalistico nazionale 'Ilaria Rambaldi' con l'inchiesta 'Viaggio nell'isola dei petrolchimici', un lavoro sugli impianti industriali siciliani situati in zone ad alto rischio sismico, pubblicato da RE Le Inchieste di Repubblica.it. Come videomaker ho lavorato a La7, nel programma televisivo Tagadà.
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