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Non vogliamo lo ius soli sportivo, vogliamo lo ius soli e basta

Ciclicamente, alle Olimpiadi piuttosto che ai campionati mondiali di qualsiasi sport, quando qualche atleta di origine straniera si distingue indossando la divisa azzurra, si torna a parlare di ius soli sportivo. Come se la cittadinanza fosse un premio da guadagnarsi al pari di una medaglia, e non un diritto fondamentali di qualsiasi ragazzo o ragazza sia nato o cresciuto qui, indipendentemente dai meriti sportivi.
A cura di Annalisa Girardi
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Ricordate quel film di Checco Zalone in cui i migranti venivano accolti in Italia in base a come sapevano palleggiare un pallone con i piedi? Una scena assurda sì, che però voleva denunciare quello che nel nostro Paese accade invece puntualmente: in Italia gli immigrati (soprattutto se di colore e se provenienti da Paesi poveri) vengono veramente accettati solo quando compiono qualche gesto eroico o sono dei campioni sportivi. È il motivo per cui ciclicamente, alle Olimpiadi piuttosto che ai campionati mondiali di qualsiasi sport, si torna a parlare di ius soli sportivo come se la cittadinanza fosse un premio da meritare e non un diritto di chi è cresciuto in questo Paese ed è fondamentalmente italiano.

A Tokyo 2020 non ci si è smentiti. "Non riconoscere lo ius soli sportivo è qualcosa di aberrante, folle. Oggi va concretizzato: a 18 anni e un minuto chi ha quei requisiti deve avere la cittadinanza italiana", ha commentato il presidente del Coni, Giovanni Malagò. E ancora: "È vero che a 18 anni puoi fare quello che vuoi, ma se aspetti il momento per fare la pratica hai perso una persona. A volte ci sono tre anni di gestazione e nel frattempo, se l'atleta non ha potuto vestire la maglia azzurra, o smette, o va nel suo Paese di origine, o ancora peggio arriva qualche altro Paese che studia la pratica e in un minuto gli dà cittadinanza e soldi".

Una retorica che dimostra come in Italia la cittadinanza, se non è concessa per sangue, è qualcosa che bisogna meritare mostrando di avere altissime qualità e pregi. Una retorica, dovrebbe essere scontato precisarlo, essenzialmente razzista.

Si è tornato a parlare di ius soli dopo che Lamont Marcell Jacobs, nato a El Paso in Texas da madre italiana e padre afroamericano, ha vinto l'oro nei 100 metri. E dopo che si è guadagnato un'altra medaglia nella staffetta 4×100 metri, in cui ha corso anche Eseosa Fostine Desalu, nato a Casalmaggiore e cresciuto in questo Paese, ma che fino a 18 anni non è stato considerato italiano dalla legge.

Una forma di ius soli sportivo in Italia già esiste dal 2016 e consente agli atleti stranieri residenti nel nostro Paese da quando avevano meno di 10 anni di tesserarsi nelle federazioni sportive nazionali, come può fare qualsiasi loro coetaneo in possesso di cittadinanza. Per Malagò questo non è abbastanza e bisogna velocizzare a livello normativo le pratiche per i 18enni che se lo meritano. Come Eseosa Fostine Desalu, conosciuto da tutti come Fausto, che può vincere la medaglia d'oro alle olimpiadi.

La verità è che anche questa proposta non è abbastanza, ma non solo: alimenta la convinzione per cui la cittadinanza si possa vincere se si è bravi, esattamente come si vince una gara o un campionato. Un ragionamento, anche questo, che è qualcosa di aberrante per un semplice motivo. La cittadinanza è un diritto. E dovrebbe esserlo per tutti coloro che sono nati nel nostro Paese, o ci sono cresciuti frequentando qui le scuole e costruendosi qui la loro vita. Per coloro che sono italiani al di là del pezzo di carta e del merito sportivo. Per cui no, non vogliamo lo ius soli sportivo. Vogliamo lo ius soli, e basta.

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A Fanpage.it sono vice capoarea della sezione Politica. Mi appassiona scrivere di battaglie di genere e lotta alle diseguaglianze. Dalla redazione romana, provo a raccontare la quotidianità politica di sempre con parole nuove.
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