C'è un video che gira in tutte le chat e i gruppi interni al Partito Democratico, virale tra i militanti e tra gli utenti dei social network. È quello dell'ultimo intervento di Alexandria Ocasio-Cortez a sostegno della candidatura di Bernie Sanders. In particolare, sono due i passaggi che hanno colpito molto il popolo democratico e, così almeno ci dicono, lo stesso segretario Nicola Zingaretti. Il primo chiaro, efficace ma anche adatto a chi è in una fase di oggettiva difficoltà: "Non sono qui per guardare i sondaggi. Sono qui per cambiare i sondaggi". E il secondo, che è una vera e propria bussola programmatica: "Non vogliamo spostare il partito a sinistra, vogliamo riportarlo a casa".

La Ocasio-Cortez è giovane e con ogni probabilità non ha idea di cosa stia accadendo in questi giorni al Partito Democratico italiano, impegnato in una complessa e difficilissima riflessione identitaria, tra sirene centriste e ricerca di una sintesi fra pensiero progressista e radicale, con un segretario che non ha mai dato l'impressione di governare i processi interni, quanto piuttosto di subirli. Ecco perché le parole di Nicola Zingaretti sullo ius soli, lo ius culturae e il decreto Salvini ("Ci battiamo perché al più presto si rivedano i decreti Salvini e per far approvare lo ius culturae e ius soli, certo che lo faremo. È una scelta di campo"), acquistano un valore particolare e tracciano un solco chiaro e netto: l'alternativa alla destra va costruita prima di tutto sul piano ideologico e politico, al di là dei tatticismi.

Della necessità di sfidare Salvini proprio sul campo dell'integrazione e dell'accoglienza dei migranti ne abbiamo scritto spesso, notando con tristezza come i primi atti del governo Conte fossero in perfetta continuità con l'esecutivo precedente, quello egemonizzato dal leader leghista. Memorandum con la Libia, accantonamento dello ius soli, timidezza nell'affrontare i pessimi decreti sicurezza (che non vanno ritoccati, ma cancellati), criminalizzazione del soccorso in mare e nessun passo indietro rispetto alla concezione securitaria della gestione dell'ordine pubblico: la discontinuità di cui parlava Zingaretti nei giorni della crisi post Papeete era rimasta solo sulla carta, sacrificata in nome di incomprensibili strategie e calcoli elettorali.

Oggi Zingaretti sembra voler cambiare marcia, avendo forse capito che il popolo democratico è stanco di compromessi culturali e politici in cambio della stabilità di un governo debole e raffazzonato. Avendo visto che c'è un popolo che vuole contare per ciò in cui crede, non per i parlamentari che ha eletto qualche mese fa. Il PD dovrebbe caratterizzarsi in modo netto sui temi e sui valori della sua storia, lo hanno ripetuto in tanti in questi giorni. Uscendo dalla subalternità culturale alla destra e finanche ai 5 Stelle, hanno rilanciato altri. E infatti sono bastate queste poche parole del segretario per far incazzare i 5 Stelle, che hanno immediatamente fatto sapere di essere sconcertati dal fatto che si parli di ius soli con un paese sott'acqua. E per far infuriare Salvini, che ha già fatto sapere di essere pronto a fare le barricate, nel Paese e in Parlamento.

Una buona notizia per Zingaretti, finalmente al centro della scena politica. E forse anche per il PD.