
C'è una notizia di qualche giorno fa che ha catturato la nostra attenzione e che riguarda il tema dei Disturbi Specifici dell'Apprendimento (DSA), per i quali negli ultimi anni si è registrata un'impennata di diagnosi e certificazioni tra i ragazzi. In una classe di una scuola elementare in Veneto le maestre hanno segnalato ai genitori problematiche di vario tipo, sospetta dislessia, discalculia, disabilità cognitive e disturbi del comportamento negli alunni. Ma in questo caso quello che ha allarmato le famiglie è il numero: per 7 bambini su 10 è stata chiesta una valutazione specialistica, il 70% del totale. Una percentuale così alta ha fatto scattare le verifiche da parte degli ispettori dell'Ufficio scolastico regionale. Anche perché dopo i test di approfondimento, per almeno uno degli alunni ‘segnalati' non è stata riscontrata nessuna carenza da parte dei medici dell'Usl. Le maestre poi, in modo del tutto improprio, hanno anche coinvolto i bambini nella valutazione dei compagni, invitandoli a esprimere un parere. Una vicenda che denuncia quantomeno una scarsa preparazione delle insegnanti, che in teoria dovrebbero essere formate per cogliere e gestire eventuali lacune.
Di storie come queste in Italia ce ne sono a migliaia in tutte le Regioni. C'è ancora molta ignoranza sui DSA, e spesso i genitori non sanno come affrontarli, anche per paura dello stigma, per il timore che i propri figli siano giudicati inadeguati. Abbiamo provato a capire qualcosa in più di questo fenomeno che ha una portata vastissima, con notevoli ripercussioni anche sulla crescita e sull'autostima degli studenti.
IL TEMA DEL GIORNO
In Italia oltre 300mila studenti con DSA certificati: boom al Nord, ecco tutti i numeri del MIM
Per prima cosa, facciamo un po’ di chiarezza. Quando si parla di Disturbi specifici dell’Apprendimento (DSA) ci si riferisce a fenomeni quali la dislessia, la discalculia e la disgrafia, cioè disturbi del neurosviluppo che colpiscono la capacità di leggere, scrivere e fare calcoli in maniera fluente. A livello globale, il 6% degli studenti, quindi ben 1 su 16, ne risulta affetto, calcolando solo i casi diagnosticati e certificati.
Nel nostro Paese, secondo l’ultimo report rilasciato dal MIM nel 2025, nel giro di un biennio gli alunni con DSA sono aumentati del 5%, passando dai 337.602 del 2021/2022 ai 354.569 del 2022/2023. Addirittura, dal 2010 al 2022, la percentuale di alunni con DSA è passata dallo 0,9% al 6% del totale. Nello specifico, alla scuola primaria gli studenti certificati arrivavano nel 2024 a 49.418 (3,2%), mentre nella scuola secondaria di primo grado si è registrato un aumento considerevole, con un totale di 112.210 (6,7%) alunni. Il picco massimo si è raggiunto nelle scuole superiori, dove le certificazioni hanno quota 192.941 (7,1%) nell'anno considerato.
Sempre secondo il report ministeriale, la dislessia, cioè la difficoltà nella lettura fluente e corretta, è il DSA più diffuso in tutti i gradi di istruzione: nella scuola primaria i casi sono l’1,3% del totale; alle medie il 3,8% e alle superiori il dato tocca il 4%. Nel biennio considerato, le regioni del Nord Ovest registrano la percentuale più alta di certificazioni (7,9%), seguite dal Centro (6,1%) e dal Nord Est (6,7%). Il Sud, invece, arriva quarto con "solo" il 2,8%, pagando dazio per le difficoltà strutturali del sistema sanitario nazionale e i ritardi nell'elaborazione delle diagnosi.
Questi disturbi dell’apprendimento non impediscono il raggiungimento di obiettivi di competenza, ma richiedono semplicemente più tempo o strategie diverse per poterle raggiungere: per questo gli studenti con DSA possono disporre di piani didattici specializzati (PDP) e di strumenti compensativi come maggiore tempo a disposizione nelle verifiche, mappe concettuali durante le interrogazioni orali, strumenti di lettura. Questi studenti non hanno diritto all'insegnante di sostegno, a meno che non ci sia una disabilità certificata con legge 104. Quindi, tutto è interamente gestito dai docenti di classe, che però spesso non sono formati per la loro gestione.
L'APPROFONDIMENTO
"Prima della diagnosi clinica dei disturbi è fondamentale la prevenzione": parla l'esperta
La domanda che poi ci siamo fatti è: perché c'è un numero così alto di certificazioni di disturbi? Bisogna chiedersi se ci sia davvero un aumento di casi rispetto al passato oppure se sia semplicemente cambiata la lente con cui analizziamo queste problematiche, soprattutto dopo la legge 170 del 2010, che ha riconosciuto la dislessia, la disgrafia, la disortografia e la discalculia come disturbi specifici di apprendimento. Se le diagnosi sono in crescita significa che questi disturbi nei più giovani sono esplosi all'improvviso, complice l'invasione dei dispositivi digitali, oppure esistevano già e semplicemente non avevamo le competenze per individuarli? Indubbiamente oggi si fanno più screening, soprattutto al Centro e al Nord. Ma molti genitori si chiedono se non ci sia un'attenzione esagerata verso questi disturbi, e se la proliferazione delle certificazioni serva piuttosto ad alimentare il business degli specialisti privati. Sì perché, come accade anche in altri campi, il pubblico da solo non ce la fa.
Nel caso in cui i docenti notino dei campanelli d'allarme nei ragazzi, la procedura dovrebbe prevedere la segnalazione ai genitori, i quali dovrebbero poi rivolgersi al pediatra, punto di snodo fondamentale per mettere in contatto famiglie e Asl. Ma per via delle lunghe lista d'attesa nel Sistema sanitario, molti bambini non vengono presi in carico da équipe specializzate: solo un paziente su tre riesce a entrare in un percorso di cura e riabilitazione. Quindi, chi ha abbastanza risorse economiche passa nel privato per ottenere un'eventuale diagnosi. Chi non ha i mezzi, resta indietro. Ne abbiamo parlato con la dottoressa Alessandra Venturelli, presidente dell'Associazione Italiana Disgrafie, che si occupa da trent'anni di rieducazione alla scrittura e che ha anche ideato un metodo di prevenzione di questi disturbi, basato su ricerca sperimentale, che ha preso il suo nome. Secondo l'esperta l’aumento dei casi nelle scuole è spesso legato a mancati prerequisiti motori e sensoriali dei bambini che arrivano alla primaria, piuttosto che a cause meramente neurobiologiche. Contribuisce l’uso eccessivo della tecnologia digitale in età precoce, che impedisce ai bambini di sviluppare la manualità necessaria per scrivere correttamente. Ma prima di ricorrere a diagnosi cliniche definitive, è fondamentale il ruolo della prevenzione educativa.
Venturelli si occupa prevalentemente di bambini con disgrafia o con difficoltà di scrittura a mano. Dal suo punto di osservazione, ha visto aumentare il numero di diagnosi: "Come ha rilevato anche il ministero, i dati dal 2010-2011 al 2022-23 mostrano un aumento del 500% di disturbi di apprendimento certificati, con una crescita esponenziale: dallo 0,9% della popolazione scolastica al 6%. La disgrafia sul totale dei disturbi è al 20%. Come Associazione Italiana Disgrafie, abbiamo realizzato recentemente una ricerca statistica su 1370 bambini del Centro Nord Italia all'ingresso della scuola primaria, che ha rivelato difficoltà importanti per esempio sulla presa della matita: solo il 35% ha una presa corretta, mentre l'1,6% ha prese immature, palmari; mentre addirittura il 63% ha prese anomale". Secondo la dottoressa una delle cause è il mancato uso delle mani: oggi i bambini non sono molto allenati ad allacciarsi le scarpe o a vestirsi da soli. "Non sono stimolati in famiglia, ma anche nei giochi della quotidianità: mentre una volta si usavano le trottoline e le biglie, oggi si usa tanta tecnologia. Per voltare una pagina basta il touch. Ma in questo modo i bambini rischiano di non portare a pieno sviluppo le competenze percettivo-motorie. Se vogliamo che un bambino sia pronto per scrivere, dobbiamo prima creare tutti i prerequisiti, cioè i presupposti che partono dall'uso delle mani: come impugni le posate, il cucchiaio, come tieni le forbici. Abbiamo scoperto che più dell'80% dei bambini nella fascia della scuola primaria non sa tenere correttamente le forbici".
"Un tempo si insegnava ai bimbi come tenere gli utensili. Era un modo anche giocoso per imparare a muoversi nel mondo, che aiutava anche la coordinazione oculo-manuale. Con il massiccio ingresso della tecnologia digitale fin dalla precoce età, rischiamo di privare i bambini di questo allenamento". E sempre all'ingresso alla scuola primaria, l'80% dei bambini, dopo tre anni di scuola d'infanzia, risulta insufficiente nel disegno completo della persona: "Queste competenze non vengono insegnate in modo sistematico, prevale ancora un un insegnamento del gesto grafico di tipo spontaneistico. Manca una vera preparazione alla scuola primaria. Nella mia esperienza, su dieci bambini che ho in rieducazione, nove sono perfettamente rieducabili. Mediamente solo uno è un vero disgrafico. Ci sono tante concause che possono portare al presentarsi di un fenomeno di questo tipo, che magari possono essere corrette se vengono rieducate prima possibile".
"Con il mio metodo io punto tutto sulla prevenzione, bisogna prevenire il più possibile nelle fasce di età più coinvolte che sono quelle prima dei 6-7 anni. Il fatto che siano aumentati così tanto i disturbi negli ultimi anni non può essere attribuito solo a cause neurobiologiche".
Secondo la dottoressa "Bisogna smettere di puntare esclusivamente sulla diagnosi, come se tutti i bambini avessero una dislessia o una disgrafia conclamata. Prima di attivare eventuali strategie compensative e dispensative, misure didattiche personalizzate, bisogna occuparsi di prevenzione, di potenziamento e poi capire se può esserci un recupero. Oggi invece si tende a saltare le tre prime fasi di tipo pedagogico-didattico. Ma la diagnosi dovrebbe avvenire solo dopo aver effettuato tutte le adeguate stimolazioni sul bambino. Perché esistono i veri disturbi, però c'è sicuramente una grossa fetta di falsi positivi".
A cura di Ida Artiaco e Annalisa Cangemi