A cura di Cristina Pantaleoni

Nei prossimi giorni, all’Istituto per le malattie infettive Spallanzani di Roma arriverà un’equipe di ricercatori dall’Istituto Gamaleya di Mosca. Scopo della missione è studiare insieme agli scienziati italiani l’efficacia del vaccino russo Sputnik nel contrasto alle varianti del Coronavirus.

“La ricerca è in linea con quanto proposto da specialisti come Galli e Vaia: studiamo insieme ai russi gli effetti dello Sputnik sulle varianti del virus, ma anche la possibilità di sviluppare lo Sputnik light, a somministrazione singola”, spiega a Fanpage Ernesto Ferlenghi, presidente del Forum di dialogo italo-russo e di Confindustria Russia. Mercoledì 23 marzo, Ferlenghi ha promosso una tavola rotonda tra scienziati italiani e russi per confrontarsi sul vaccino russo. “L’obiettivo della conferenza è quello di mettere a fattor comune le competenze della comunità scientifica italiana e russa”, dice il co-presidente del forum di dialogo italo-russo.

Lo studio dello Spallanzani serve anche ad arrivare presto alla  produzione dello Sputnik in Italia?

L’ostacolo da superare è soprattutto l’approvazione dell’Agenzia europea del farmaco, l’Ema. In una fase di emergenza ci si aspetterebbe che l’elemento geopolitico sarebbe passato in secondo piano, invece è ancora molto forte. Io non sono ancora convinto che ci siano le condizioni politiche per approvare questo vaccino a livello europeo.

Prevale in Occidente il timore che la Russia usi lo Sputnik come strumento di pressione politica?

Va considerato, che a differenza dei vaccini anglosassoni prodotti da case farmaceutiche private,  quelli russi e cinesi sono realizzati da società pubbliche. In quest’ottica, spesso la valutazione politica che si fa in Europa è che quindi la strategia vaccinale risponda a interessi dello Stato. Ritengo che questa sia una speculazione troppo soggettiva, combattere l’epidemia è un interesse comune.

Forse la diffidenza è dovuta anche a chi sono stati i  primi sponsor politici del vaccino russo, penso in Italia alla Lega e a Salvini.

Non ne farei una questione di appartenenza a dei partiti, ma di chi ha sensibilità più pragmatiche, rispetto ad altre. D’altronde, anche l’assessore alla Sanità della giunta di centrosinistra in Lazio D’Amato non ha escluso l’utilizzo dello Sputnik. Io penso semmai che la Russia voglia usare il vaccino per tornare a stabilire delle forme di collaborazione con l’Europa, dopo che per anni le relazioni si sono fortemente deteriorate. Ieri, però, ho sentito parlare l’ambasciatore Ue qui a Mosca e non ha dato segnali di disgelo nei rapporti tra Europa e Russia.

Da Merkel a Draghi, tuttavia, diversi leader europei hanno dato segnali di disponibilità verso Sputnik. La situazione sta cambiando?

Mi pare di sì. E’ cambiata anche la sensibilità complessiva dell’opinione pubblica. Oggi si pensa: se questo vaccino funziona perché creare un elemento discriminatorio a priori?

Ma in quanto tempo si potrebbe arrivare a una produzione italiana del vaccino russo?

Ci sono tutta una serie di passaggi da considerare. Noi in Italia abbiamo tutti gli elementi e le competenze per produrre lo Sputnik, ma senza l’approvazione dell’Ema non si può partire. Io sono convinto che questa approvazione difficilmente arriverà prima dell’inizio dell’estate, a fine maggio o giugno. In questo modo potremmo partire con la produzione non  prima di ottobre. Secondo la previsione di Draghi a quel punto quasi la totalità degli italiani sarebbe già immunizzata.

Quale è il senso dell’operazione, se arriva così tardi?

Non lo so, magari la produzione per mercati terzi, ma allora subentrano delle logiche di costi. Il tempo gioca una parte fondamentale in questa partita. Chi arriva più tardi è commercialmente svantaggiato. A me sembra che la realtà sia questa: mancano i vaccini, sono tutti pronti a prendere lo Sputnik ma poi le cose non succedono, perché entrano in campo elementi di valutazione diversi.

Per accelerare le procedure, sono in corso trattative economiche private?

Non ne ho conoscenza diretta. Ho letto che ci sarebbero trattative in corso tra il Fondo sovrano russo Rdif e poli industriali in Lombardia e Lazio. Trattative simili sono in atto anche in altri Paesi come Francia, Spagna, Germania e Svezia. Va tenuto conto che comunque eventuali memorandum o dichiarazioni di intenti si trasformerebbero in contratti e sviluppo di impianti solo dopo il via libera dell’Ema. Nessun’azienda rischia il proprio capitale con l’incognita della validazione europea del vaccino.

Ci sono segnali che alcune Regioni possano muoversi in autonomia?

I russi ragionano spesso in modo verticistico, con una componente di visione istituzionale molto forte. Quindi, in generale il meccanismo funziona così: il fondo sovrano russo attraverso i canali diplomatici parla direttamente con i governi e le altre istituzioni. Associazioni d’imprenditori o altri corpi intermedi sono coinvolti in un secondo tempo, ma in prima battuta si usano i canali diplomatici e istituzionali.

Si è parlato di mediatori privati che propongono la produzione o la vendita dello Sputnik, fuori dai canali convenzionali. Le risulta?

Può capitare che in Italia  ci siano fughe in avanti di persone o piccole aziende che hanno avuto in passato rapporti in termini di vendita di prodotti, ma questa frammentazione è un elemento di fragilità del sistema italiano. Dovremmo invece essere in grado di muoverci come governo, conducendo il negoziato e identificando le aziende più adatte alla produzione. Tra l’altro, lo scorso anno è stato fatto un accordo tra Cassa Depositi e Prestiti e il fondo russo, per lo sviluppo delle pmi italiane in Russia. Sulla base di quest’intesa sono stati stanziati 300 milioni di euro, solo in minima parte già utilizzati. Potremmo allora usare questi soldi per produrre il vaccino.

Tra le ipotesi, c’è quella di uno scambio? La Russia ci dà il brevetto e noi aumentiamo la  capacità produttiva dello Sputnik, che laggiù è limitata.

Il tema della creazione di sinergie tra aziende straniere e russe è un cardine della nuova politica industriale russa. Credo che sui vaccini non ci sia una logica economica, ma di condivisione nella lotta alla pandemia. Prendiamo per esempio quello che è successo col Pakistan e I’India, due delle nazioni più importanti che hanno chiesto lo Sputnik. La Russia non era nelle condizioni di garantire un livello di produzione  interno tale, da poter esportare in Paesi così grandi. Allora, sulla base del brevetto russo, ci si è accordati per produrre il vaccino direttamente in quelli Stati.  Insomma, anche per l’Europa questa è una buonissima occasione per dire: mettiamo alla prova la Russia, vediamo cosa riusciamo a fare con loro su questo piano. Ma, ripeto, non mi sembra che stia succedendo questo.

Intanto, però, anche la campagna vaccinale in Russia è in ritardo…

La campagna vaccinale è stata fortissima nelle grandi città, da Mosca a San Pietroburgo, dove è partita già da ottobre. Forse è un po’ in ritardo nelle regioni più remote del Paese, dove è più difficile arrivare, anche se lo Sputnik ha il vantaggio di poter essere trasportato con normali frigoriferi. Altro vantaggio è quello del prezzo: la doppia dose costa tra i 15 e 16 euro, meno cara di altri vaccini.

E l’efficacia?

Secondo un recente studio pubblicato sulla rivista Lancet, i livello di copertura dello Sputnik è di circa i 92 percento. Gli effetti collaterali sono più deboli di altri vaccini. Grazie alla campagna vaccinale, in Russia c’è stato un calo evidentissimo dei contagi e il lockdown non esiste quasi più. Qui in Russia poi anche tutti gli stranieri hanno fatto lo Sputnik. Io no, perché ho avuto il Covid, ma mia figlia sì. All’estero, poi, i contratti per lo Sputnik coprono 55 Paesi, quasi la metà del mondo.