Lo confesso subito, ero tra quelli che ipotizzavano, forse anche speravano, che Mario Draghi scegliesse un approccio diverso per la formazione del suo governo di salvezza o unità nazionale. Il ragionamento era piuttosto semplice: Draghi è un commissario che ha la totale copertura del Presidente della Repubblica, un incarico chiarissimo e una missione condivisa a livello sovranazionale, non ha alcun motivo per mettersi a mercanteggiare incarichi o dispensare prebende, considerando che l’alternativa non esiste, non ci sono altri nomi in grado di guidare il Paese e di tornare al voto non se ne parla. Ragionamento semplice, ma evidentemente anche molto ingenuo, perché basato sull’idea che ci fosse la volontà di operare un reset di sistema, o almeno di aprire una parentesi di competenza e responsabilità per mettere in sicurezza il Paese e investire con rigore la grande mole di risorse messa a disposizione dall’Europa.

Sbagliavamo, il governo Draghi è semplicemente una nuova pagina dell’autobiografia di una nazione che preferisce sempre la continuità e che ha una strana concezione della stabilità. Uscire da uno stallo determinato da un’alleanza politica debole e disomogenea, creandone un’altra ancora più debole e disomogenea, imbarcando tutto e il contrario di tutto non in maggioranza ma direttamente al governo, è operazione che poteva essere immaginata e finalizzata solo da noi, nel Paese in cui non esiste un’alternativa di sistema e ogni azione di diverso tipo finisce inevitabilmente per impantanarsi. Solo per restare agli ultimi anni, nei palazzi romani si sono persi Renzi e i suoi rottamatori, i grillini e i loro apriscatole, Salvini e i suoi mojito, Zingaretti e la sua discontinuità: idee deboli e piattaforme programmatiche annacquate, che sono state frullate, omogeneizzate e digerite da un sistema che sembra sempre rimanere uguale a se stesso. Bene o male che sia (perché è pur vero che contrappesi e prassi sono essenziali in un sistema compitamente democratico), il punto è che tutto ciò ha un costo: la politica ha perso definitivamente la capacità di incidere sui processi e di rappresentare le istanze dei cittadini. È, quando va bene, mera gestione dell'esistente, che non garantisce la rappresentanza, non pratica la trasparenza e non attua neanche i principi democratici basilari.

Così, l'appello alla responsabilità nazionale ha prodotto la grande ammucchiata sul carro dell'uomo nuovo, del professore che tutto può e tutto sa, il quale ha preso atto dei numeri in Parlamento, ha dato un'occhiata a quella che è la classe dirigente dei partiti (facendo attenzione anche agli equilibri interni degli stessi, come mostrano nomine e siluramenti), ha aperto il manuale Cencelli e ha buttato giù la lista dei ministri più presentabile possibile, avendo l'accortezza di non scontentare nessuno. Certo, se chiami uno con il curriculum di Mario Draghi a, letteralmente, "salvare l'Italia", forse è lecito attendersi qualcosa in più; non dico superare la palude, di certo non la rivoluzione popolare, ma almeno non imboccare la strada che conduce inesorabilmente alle sabbie mobili, premiando addirittura chi è responsabile del caos politico.

Le premesse non sembrano delle migliori, ma è chiaro che molto dipenderà da come si muoverà il Presidente del Consiglio. La scelta di affidare le caselle chiave del nuovo governo a persone di comprovata esperienza e affidabilità potrebbe suggerire l’idea che Draghi intenda imprimere un cambio di passo in ambiti specifici, impostando una sorta di esecutivo a due livelli: i partiti avrebbero la garanzia della rappresentatività delle loro istanze, ma il Presidente del Consiglio conserverebbe margini di manovra piuttosto ampi. La gestione dei fondi del NextGenUE, questione centrale, dovrebbe appunto essere blindata, con Draghi chiamato a imprimere un indirizzo politico al complesso dei progetti e delle opere da realizzare; allo stesso modo, i tecnici dovrebbero occuparsi della stabilità finanziaria di un Paese ancora in piena crisi pandemica e della tenuta del sistema economico e produttivo (di concerto con Orlando e Giorgetti…); l’ombrello protettivo del Quirinale e l’ampia maggioranza dovrebbero garantire l’agibilità politica anche per chi non è espressione dei partiti. In questo scenario, piuttosto ottimista, la responsabilità nazionale sarebbe una leva che Draghi userebbe per mostrare agli italiani e alla comunità internazionale cosa “i competenti” possono e sanno fare avendo le mani libere e risorse a disposizione.

E poi c'era la marmotta che… Direte voi, immagino. La storia recente del nostro Paese non ci autorizza a essere ottimisti e l'ultima volta che abbiamo avuto i "super-competenti" al governo non è andata benissimo, almeno per quanto riguarda la stabilizzazione del quadro politico. In effetti, le cose potrebbero andare molto male, con l'azione del governo paralizzata da veti incrociati e dal "Vietnam parlamentare" (ricordiamo che nelle Commissioni ci sono equilibri molto delicati), peraltro in un contesto in cui l'opposizione è rappresentata unicamente dalla destra di Giorgia Meloni. In questo scenario, Draghi si troverebbe a fare da arbitro tra i partiti, come accaduto a Conte, anche se con un esito diverso. Lui finirebbe comunque al Quirinale al posto di Mattarella, i partiti si riposizionerebbero come al solito o quasi (capiremo come evolverà il M5s e se scegliere definitivamente la collocazione radicale-ambientalista nel centrosinistra), il sistema si occuperebbe di gestire i fondi del Recovery Plan e continueremo ad affrontare la pandemia con le armi che abbiamo utilizzato fin qui.

Draghi come autobiografia della nazione, che quando è con l'acqua alla gola si limita a invocare il salvatore e spera nel miracolo. Potrebbe andare meglio, certo. Ma anche peggio.