C’è una data che, alla luce di quanto successo il 4 marzo 2018, pare assumere una specie di valore simbolico: no, non è il 4 dicembre 2016, ma il 7 luglio 2017. Quel giorno, prima con un intervento a Ore Nove, poi con una card pubblicata sull’infrastruttura social del PD, Matteo Renzi sdogana l’ultimo tabù, abbatte la sola barriera che ancora impediva il tracimare a destra della linea politica del partito: “Vorrei che ci liberassimo da una sorta di senso di colpa. Noi non abbiamo il dovere morale di accogliere in Italia tutte le persone che stanno peggio. Se ciò avvenisse sarebbe un disastro etico, politico, sociale e alla fine anche economico. Noi non abbiamo il dovere morale di accoglierli, ripetiamocelo. Ma abbiamo il dovere morale di aiutarli. E di aiutarli davvero a casa loro”. Aiutiamoli a casa loro, dice Renzi riferendosi ai migranti. Lo mette anche nero su bianco nel suo libro, scritto di getto dopo la sconfitta del referendum sulla riforma della Costituzione.

È il punto più basso di una parabola discendente cominciata ben prima del 4 dicembre 2016. Uno snodo importante, perché segna una resa simbolica, la trasformazione di Renzi in una specie di Don Abbondio, che balbetta di fronte alle grandi questioni ideali per il timore di perdere consensi, che si imbarca in battaglie marginali e rifugge quelle di principio, che si nasconde dietro il volto severo di Minniti e quello rassicurante di Gentiloni, che prova a riciclarsi come politico affidabile e responsabile, che rinuncia a giocare in attacco nel tentativo di salvare il salvabile, di limitare i danni. E che, anche sui migranti, un punto di orgoglio per Letta prima, poi per lui e Gentiloni, si arrende alla destra, banalizzando la questione e ammettendo di fatto l'esistenza di un problema centrale.

Questa improbabile versione ecumenica e conciliante di Renzi, così lontana dal politico che aveva cacciato Letta per cambiare marcia al Paese, promesso di svecchiare politica e istituzioni, marginalizzato i “sepolcri imbiancati” del partito, ha determinato una delle campagne elettorali più scialbe della storia del centrosinistra italiano. Dove prima c’erano concetti come “ottimismo, futuro, speranza”, il Renzi – Don Abbondio ha usato “soddisfazione, presente tranquillo, sicurezza”. Alla capacità di centrare il punto con pochi e semplici provvedimenti (gli 80 euro, l’Imu sulla prima casa) si è sommata un’ansia di dispensare bonus e promozioni completamente a casaccio. E, come se non bastasse, dopo aver rivolto l’intera carica di aggressività all’interno del partito, causando scissioni e mal di pancia fino a restare isolato nell’intero campo del centrosinistra, messo alle strette, Renzi – Don Abbondio si è affidato ai notabili di partito, dai Pittella ai De Luca, e a improbabili alleati, si veda alla voce Casini e Lorenzin, che nulla c’entrano con la storia e la tradizione del partito. Una gestione confusionaria che è sfociata nel tragicomico quando, dopo i fatti di Macerata, Renzi non solo non è riuscito a rivendicare quanto fatto dal suo Governo per la dignità di un intero paese, ma nemmeno a condannare la violenza fascista e razzista. E pensare che un fascista aveva addirittura colpito la sede del PD!

Basta questa folle corsa all'autodistruzione, però, per giustificare una sconfitta storica, senza precedenti e dalle conseguenze enormi per il futuro del Paese? Davvero è tutta colpa di Renzi se il PD ha preso la strada del Pasok, della Spd, del Psf?

A parere di chi scrive no, anzi probabilmente il segretario del PD ha finito per pagare anche colpe non sue. Non sbagliano coloro che individuano nella riforma della Costituzione il passaggio decisivo che ha spianato la strada al trionfo della destra populista. Il punto è che il progetto di riforma costituzionale, portato avanti tra mille forzature e con estrema arroganza, ha finito col dividere e indebolire proprio quell’argine al populismo che Renzi si proponeva di ricostruire con enorme ritardo in questa campagna elettorale. L’ostinazione nell’imporre la riforma, che avrebbe poi isolato Renzi e i suoi, è stata esaltata da una parte consistente del “sistema Italia”: giornalisti, opinion leader, piccoli politici alla ricerca di visibilità e aspiranti influencer hanno spinto i renziani verso il baratro, convincendoli della necessità di calpestare i feticci della vecchia sinistra in nome di un riformismo dalle gambe fragili.

Un atteggiamento che comprendeva anche un certo disprezzo per la "gggente", per i boccaloni che cascano nelle fake news, per gli ignoranti che condividono i video di Di Battista su Facebook, per coloro che si ostinano a non voler ammettere che i Cinque stelle sono dei fanfaroni incapaci, che i leghisti sono dei razzisti ignoranti e che c'è una grande differenza di stile fra Casini e Berlusconi, che non capiscono che è del tutto naturale allearsi con Alfano, usare i voti di Verdini e difendere Boschi costi quel che costi. Una linea che in tanti hanno condiviso, anche quelli che già sono pronti a mollare Renzi, per sostituirlo magari con Veltroni o con Calenda (che prima si scrolla di dosso l'etichetta di nuovo Macron e meglio è per lui).

E poi, c'è altro? Manca ciò che nessuno può controllare, che nessuno in Europa (e non solo) è riuscito ad arginare, forse nemmeno a definire: la trasformazione delle dinamiche del consenso, che sovverte i vecchi schemi e costringe a rimettere in discussione tutto ciò che sappiamo. La sostituzione della realtà con la percezione della realtà, che porta a esplosioni improvvise, difficilmente arginabili. In tempi non sospetti, ragionando dell'esplosione del consenso verso Di Maio e Salvini, scrivevamo:

Il voto popolare, nel nuovo contesto, disinnesca ogni manovra tesa a preservare il sistema, lo scardina nei suoi presupposti ideali, ne mette in dubbio perfino il fine ipotetico, ovvero il benessere collettivo. Il voto contro i propri interessi, il rifiuto della logica della conservazione dello status quo come pulsione decisiva, la fine della cieca obbedienza (di partito, gruppo, corpo sociale), la contestazione del concetto stesso di "esperto", l'esaltazione di spontaneità ed autenticità come valori in sé: sono questi gli aspetti più controversi di una situazione che spiazza la politica tradizionale, che non riesce a competere, a trovare gli anticorpi a una patologia che con semplicismo e approssimazione si racchiude nel concetto totalizzante di "populismo".

Ed è a nostro parere un punto cruciale: il PD ha puntato sui miglioramenti "indiscutibili" delle condizioni socio – economiche del Paese, dimenticando che non è più un fattore decisivo nelle dinamiche del consenso. Almeno non con l'approccio paternalista e bonapartista adottato negli ultimi anni dal PD.

Gli elettori hanno premiato Salvini e Di Maio non come i più competenti e preparati, ma in quanto “gente come loro”, qualcuno cui affidare rabbia, insicurezza, paura, ma anche sogni irrazionali e progetti confusi. In atto vi sono processi complessi, che il centrosinistra ha bollato in modo semplicistico col nome di “populismo”. E, tradendo completamente le sue radici, ha provato (con Minniti ad esempio) a cavalcare rabbia e insicurezza per blindare un sistema, a speculare sulla paura, finendo per scendere nel campo preferito di politici come Di Maio e Salvini: quello in cui la sincerità, l’integrità e l’intransigenza, bastano a rendere "credibile”, degno di fiducia e di appoggio un progetto politico, al di là della sua connotazione ideologica. Un piano nel quale non c'è posto per l'eccessiva elaborazione teorica, per l'eloquio forbito o per la conoscenza specifica degli argomenti, che vengono sostituite dallo slogan, dalla ricetta cotta e mangiata, dalla soluzione a portata di mano: sui migranti, sulla scuola, sul lavoro, appunto. Doveva il PD scendere su questo piano? C'era un modo diverso per fare politica e governare, senza trattare le persone come bambini di 12 anni? C'era spazio per rivendicare un posizionamento politico senza paura e senza scimmiottare le forme comunicative della destra?

Solo in questo contesto, a nostro parere, si può inserire il discorso sui "killer della sinistra". Come hanno notato in molti, è piuttosto arduo sostenere che, con una politica più di sinistra il PD avrebbe preso più voti, proprio considerando il fatto che il campo della sinistra sembra essersi totalmente svuotato. Liberi e Uguali è stato un disastro. Potere al Popolo è andato poco oltre Rifondazione. La svolta a destra è netta, spiazzante, clamorosa. E il problema è che non sappiamo neanche come reagire.

Forse ciò dipende anche dall'incapacità che ormai c'è, in Italia e non solo, di riconoscere cosa è la sinistra, quali sono le politiche di sinistra, quali i nuovi riferimenti ideali della sinistra. E in questo siamo tutti colpevoli. Forse ha ragione Alain Deneault nel dire che dopo anni di "siamo di sinistra, ma…", abbiamo talmente caricato di senso ciò che veniva dopo il "ma" da dimenticarci completamente del senso della parola sinistra. Concedendo, praticamente senza colpo ferire, a ministri come Minniti di asserire, tra il plauso generale, che parole come sicurezza e decoro sono patrimonio della sinistra. Come sconfitta, verrebbe da aggiungere…