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La premessa è sempre la stessa: i risultati delle elezioni amministrative vanno maneggiati con cura, perché risentono in larga misura di elementi locali o comunque contingenti. Di conseguenza, traslare i riscontri (peraltro parziali) di una tornata delle amministrative sul livello nazionale, magari per trarne indicazioni di carattere generale, è piuttosto rischioso. A maggior ragione, quando, come in questo caso, il trend non appare nemmeno così netto. Perché, solo per inciso, non c'è nessuna vittoria chiara, netta e indiscutibile.
Detto ciò, è ugualmente difficile liquidare in poche parole il risultato del primo turno delle elezioni amministrative. Perché è innegabile che la consultazione si innesti in dinamiche che vanno oltre il test locale, su una scena politica che definire in fermento sarebbe riduttivo.
I successi di Venezia e Reggio Calabria, in particolare, regalano alla destra (e alla presidente del Consiglio) la possibilità di ribaltare la narrazione delle ultime settimane, quella che descriveva l’inesorabile sfilacciamento del rapporto tra il governo e i cittadini italiani. Un’occasione che i giornali di area, fondamentali in questi ultimi anni, non si sono lasciati sfuggire, con modalità piuttosto interessanti. Analizzando gli editoriali e i commenti pubblicati in questi giorni, infatti, possiamo notare una certa insistenza sulla stessa gamma di concetti e argomentazioni.
Ci sono anche delle scelte lessicali e stilistiche a indicarcelo, per la verità. Per quanto banale possa sembrarvi, i giornali della destra scelgono la figura dell’acqua alta, dell’allagamento, per descrivere il flop del campo largo a Venezia. O meglio, è l’acqua alta che ferma la risalita della sinistra, smonta gli entusiasmi degli avversari politici e regala un nuovo orizzonte al governo. Certo, come dicevamo, ci sarebbe il piccolo particolare del dato “complessivo” delle elezioni, ma gli opinion maker filogovernativi non ci badano più di tanto. Leggiamo ad esempio l’ormai ex direttore di Libero Mario Sechi:
Sarà stato il cattivo funzionamento del Mose, sono in corso gli accertamenti tecnici, ma il fatto è chiaro: il Campo Largo a Venezia è affondato. Acqua alta. Il dato politico è che la "remuntada" è rinviata ancora una volta. State serenissimi, compagni, avete perso. E non per un soffio, in Laguna vi siete inabissati. […] «Vinciamo la prossima volta» sarà lo slogan degli amici della sinistra. La morte della maggioranza meloniana è una resurrezione dopo il referendum, un voto che aveva alimentato l'illusione e fatto scattare il ballo di Bonelli con la musica degli Inti Illimani. Questo non significa che nel centrodestra non ci siano problemi, ma che la sua forza, i colti la chiamano "resilienza", è molto più grande di quel che raccontano i gazzettieri progressisti.
In effetti, capire qual è l’attuale dimensione della “crisi” del centrodestra è un tema centrale nel dibattito politico attuale. Gli elementi da considerare sono diversi, a partire dalle analisi sui flussi elettorali e sul “sentiment” online. Nonostante il trionfalismo con cui i giornali di area hanno accolto le vittorie di Venezia e Reggio Calabria, il complesso dei dati sembra indicare una realtà più complessa e che si sottrae alle semplificazioni di queste ore. Lo spiegava bene Annalisa Cuzzocrea su La Repubblica:
Ma questo non significa – come dicono i comunicati trionfali delle ultime ore – che la destra goda di buona salute. Tutt'altro. I dissidi tra gli alleati sono ormai manifesti e quotidiani. L'ombra di Vannacci spinge il partito di Meloni verso una coperta di Linus identitaria: cos'altro è l'eclatante celebrazione del segretario di redazione della Difesa della razza Giorgio Almirante? Sembrava volesse scegliere l'Europa, la presidente del Consiglio, e invece si ritrova avvolta dalla nostalgia missina. Che non impedisce a Vannacci di ottenere il 14 per cento con il suo candidato a Vigevano. E di tirar fuori il motto fascista «me ne frego» per rispondere ai dubbi di Fratelli d'Italia sui suoi legami con la Russia.
E che la questione Vannacci sia destinata ad acquisire sempre maggiore centralità nelle discussioni di queste settimane lo dimostra anche il modo in cui la maggioranza sta gestendo la proposta di riforma della legge elettorale. La netta accelerazione sul Bignami bis (al di là del merito del testo, su cui il centrosinistra sta dissimulando un certo supporto in modo abbastanza evidente) è un'indicazione chiara di come si voglia mandare un chiaro segnale sulla possibilità di tornare al voto in autunno, riducendo sensibilmente i margini di manovra del generale, impegnato in queste settimane in un vorticoso processo di organizzazione del proprio partito.
Il ragionamento è semplice: più tempo diamo a Vannacci per strutturarsi e per costruire la propria proposta alternativa alla destra di governo, più consensi rischiamo di regalargli. Anche, forse soprattutto, se l'azione di governo dovesse essere frenata dalle contingenze del quadro economico e finanziario. Per questo, molta attenzione andrà prestata alle trattative in sede europea sui margini di flessibilità di cui il governo spera di godere per impostare la prossima manovra finanziaria. Di galleggiare non se ne parla, di caricarsi il peso di una manovra lacrime e sangue, men che meno.
PS: Una piccola segnalazione la merita ancora una volta Il Giornale, protagonista da settimane di una particolare campagna di stampa contro il pericolo “islamico” in Italia. Così, il direttore Tommaso Cerno riesce a scrivere che il centrodestra ha vinto malgrado la mobilitazione degli elettori di fede musulmana. Ve lo trascrivo, casomai qualcuno non credesse alla mia ricostruzione:
Non è bastato nemmeno il voto degli islamisti (quello sì, chiaroscuro, caro M5S) per fare la prova generale di quello che ci aspetta alle politiche. E cioè una sinistra radicale e ormai radicalizzata, imbevuta di politicamente corretto, che non vede il rischio islamista in Italia, anche se arrestano un terrorista al giorno.
Una lettura sposata anche da La Verità, che riesce a far peggio, sottolineando come il risultato delle urne segni "la morte dell'idea di un partito islamico da affiancare a quello democratico. Aver arruolato candidati musulmani infatti non ha portato bene a Elly Schlein. Evidentemente non si possono sostituire gli elettori italiani con quelli d'importazione". Altrettanto evidentemente, a qualcuno sfugge il fatto che escludere candidati o elettori dal processo democratico per il loro credo religioso è roba che sarebbe considerata indecente persino nelle dittature.