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Ricevi la rassegna speciale a cura di Adriano Biondi

Passano gli anni, muta il contesto globale, cambiano i governi, ma sul tema della sicurezza siamo sempre allo stesso punto. Tecnicamente, siamo a una sorta di ricatto: convincere i cittadini che sia necessario cedere diritti, rinunciare a garanzie e libertà individuali, se si vuole raggiungere un non meglio precisato stato di sicurezza. È un percorso cominciato decenni fa e che è proseguito in modo lento e inesorabile, toccando picchi in momenti di grande incertezza e tensione sociale, fino a erodere, forse in modo irreversibile, quel “consenso su uno zoccolo di concetti e valori che consente una soluzione a ogni conflitto” di cui parlava Habermas.
Abbiamo accettato controlli sempre più invasivi, rinunciato alla privacy, chiuso gli occhi di fronte alla progressiva diminuzione degli spazi democratici di confronto, applaudito chi demonizzava il conflitto sociale e ci siamo affidati ai profeti della securizzazione universale. Lo abbiamo fatto più o meno lucidamente, spinti dalla paura e dall’angoscia, convinti da campagne martellanti sull’insicurezza, sul terrorismo, sull’incertezza e via discorrendo.
È questo il contesto in cui dobbiamo necessariamente calare ogni discussione che verte sulla parola “sicurezza”; un campo minato, un tavolo truccato, in cui sembra impossibile discostarsi davvero dalla visione generale e condivisa, perché siamo tutti, chi più chi meno, vittime di un’enorme allucinazione. Così possiamo discutere del singolo provvedimento, possiamo evidenziare la distanza sul tema fra questo o quel politico, possiamo ridicolizzare le ricette di governi improvvisati (ehm), possiamo immaginare politiche leggermente diverse, ma non sembra esserci spazio per un cambiamento radicale dell’approccio e siamo destinati a muoverci all’interno di uno schema che è sempre lo stesso. Quello del ricatto. Che, ad esempio, qualche anno fa ha funzionato al punto da convincerci che il concetto stesso di privacy non avesse più valore, che fosse barattabile, o addirittura appaltabile. Inganno su cui hanno prosperato i tecnocapitalisti della sorveglianza, che oggi hanno praticamente in mano il destino del pianeta.
I decreti sicurezza del governo Meloni
Proprio in relazione a ciò che dicevamo, non è difficile accorgersi che sulla sicurezza le forze politiche investano molto, soprattutto alla ricerca di consenso elettorale. Per la destra italiana non è solo un tema identitario, ma anche il grimaldello con cui andare a disinnescare l'offerta politica o i limiti programmatico-ideologici degli avversari.
L’idea è semplice: la sicurezza deve diventare la lente attraverso cui guardare ciò che accade nel mondo, in modo da influenzare le reazioni dell’opinione pubblica e controllare la narrazione dei fatti. Il caso immigrazione è paradigmatico di come si possano avvelenare i pozzi, costringendo le persone a interfacciarsi alla questione con pregiudizio, timore, ansia. In nome di una presunta concezione di sicurezza, infatti, i cittadini sono portati a considerare chi scappa da fame, guerre, crisi climatica (o chi semplicemente cerca una vita migliore) come un nemico da arginare. E la risposta della politica è sempre la creazione di reati specifici per categorie di persone, che riflettono appunto la logica di esclusione dal contratto sociale.
Come ha spiegato bene David Garland, inoltre, la politica prova sempre a utilizzare il sistema penale per ottenere consenso immediato, sfruttando il clima di insicurezza percepita che aveva precedentemente contribuito a creare. È la distorsione del populismo penale, che genera provvedimenti che non hanno alcuna efficacia concreta nel ridurre il crimine o i pericoli per i cittadini, ma mirano semplicemente a rassicurare l’opinione pubblica, a carpirne il favore. Avviene quella che Luigi Ferrajoli notava essere la tendenza alla creazione dei “reati di scopo” e “reati di sospetto”, che servono semplicemente ad affermare l’autorità dello Stato in modo “coreografico”.
Vi ricorda qualcosa? Già, è esattamente la modalità di procedere del governo Meloni. Una semplice carrellata cronologica degli interventi può aiutare.
Il primo intervento è stato il famigerato “decreto Rave”. Ricordate quei tempi? Ricordate quando ci convinsero che ad attentare alla nostra sicurezza fossero questi incredibili “party dove tutto è concesso”? Ricordate quando sui giornali di area si leggevano cose del tipo “la sinistra sta con gli sballati dei rave party e coccola l’illegalità”? Ricordate quando ci raccontarono un fenomeno di proporzioni enormi, spingendoci a chiedere come avessimo fatto a non vedere queste migliaia di rave all’anno e decine di migliaia di ragazzi che minavano alla nostra sicurezza?
Poi, è stato il momento del "decreto Cutro". Anche in questo caso lo schema era sempre lo stesso: sfruttare l'emotività per imporre la propria narrazione su un tema, spostando il focus sulla sicurezza in modo del tutto strumentale. Per inciso, anche qui della lotta ai trafficanti "in tutto il globo terracqueo" non si è visto granché, nel frattempo il restringimento dei criteri per la "protezione speciale" e la lotta senza quartiere alle Ong hanno peggiorato le condizioni di vita delle persone e limitato la nostra capacità di soccorso in mare.
Grande enfasi è stata poi posta sul "decreto Caivano", nato sempre sulla scia di un tremendo episodio di cronaca. Sfruttando l'emotività generale, ancora una volta, si è intervenuti sul codice penale con la decretazione d'urgenza: un abominio sul piano giuridico, passato quasi sotto silenzio sempre in nome della sicurezza collettiva. Inutile dire che, senza serie politiche di riqualificazione, senza percorsi di inclusione vera, senza un vero patto con le comunità locali, la scelta di abbassare la soglia per l'ammonimento del Questore fino a 12 anni, facilitare la carcerazione preventiva dei minori, introdurre il Daspo urbano per i maggiori di 14 anni e gli altri provvedimenti simili rispondono esattamente alla logica dello spot.
Si è poi proseguito con il pacchetto sicurezza, stavolta sotto la forma di disegno di legge. Qui, dobbiamo riconoscerlo, siamo in presenza di un vero manifesto delle politiche della maggioranza di governo: reati stradali, limitazioni alle proteste, norme spot contro l'imbrattamento dei monumenti, mano dura contro le proteste dei detenuti, stretta decisa nei confronti delle occupazioni abusive di immobili, ampliamento delle tutele per personale sanitario e forze di polizia. Un corpus unitario che doveva servire a rafforzare la narrazione della discontinuità rispetto al passato, ma che si è rivelato ben presto inefficace anche a questo scopo. Un recente sondaggio, in effetti, ha mostrato come oltre la metà degli italiani consideri insufficienti gli interventi del governo in materia, come del resto confermano anche i dati ufficiali sulla criminalità.
Del nuovo tentativo di risolvere una questione complessa con un provvedimento raffazzonato e stupidamente repressivo abbiamo parlato a lungo. Il punto è non perdere di vista il quadro d'insieme.
Che è quello della trasformazione dello spazio pubblico in luogo di sorveglianza, in cui la pervasività del controllo pubblico si esplicita non solo con norme che vanno a colpire comportamenti non allineati, ma anche col tentativo di gestire la “narrazione della sicurezza”.