Equilibrata o equilibrista, sarà la cronaca a raccontarlo. Ma di Luciana Lamorgese, nuovo ministro dell'Interno del governo Conte Bis fino a ora, non ha mai parlato male nessuno. E forse è questa la caratteristica che la rende la perfetta succeditrice di Matteo Salvini al Viminale, l’unica in grado di disinnescarne un’opposizione che si preannuncia durissima, soprattutto se il governo deciderà di mettere mano ai due decreti Sicurezza. Di destra, per chi milita a sinistra. Di sinistra, per la destra. Nessuno però riesce a parlarne male. Dialogante, resiliente, capace di coniugare fermezza e integrazione, e di mettere d’accordo tutti.

Potentina, classe 1953, Lamorgese è abituata a fare i conti con le diverse sensibilità politiche. È stata prefetto di Venezia dal 2010 al 2013, con il sindaco democratico Giorgio Orsoni, diventando nel 2011 “soggetto attuatore per l’espletamento di tutte le attività necessarie per l’individuazione, l’allestimento o la realizzazione e la gestione delle strutture di accoglienza nella Regione Veneto”, guidata dal leghista Luca Zaia.

A giugno del 2013 la svolta. In seguito all’arresto e all’espulsione dall’Italia di Alma Shalabayeva, moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov e di sua figlia Alua, l’allora ministro degli interni Angelino Alfano decide di sostituire il suo capo di gabinetto Giuseppe Procaccini e chiama proprio lei a sostituirlo. Non è una passeggiata: Lamorgese si trova nel mezzo dell’emergenza sbarchi: 42mila nel 2013, 170mila nel 2014, 154mila nel 2015, 181mila nel 2016. Chi ebbe a che fare con lei, allora, la definisce “alfaniana di ferro”. È lei che gestisce il piano di incentivi ai comuni che scelgono di accogliere i richiedenti asilo, lei che gestisce la realizzazione dei primi hotspot di prima accoglienza e identificazione, lei che potenzia le commissioni per la valutazioni delle richieste d’asilo, mentre Salvini, allora all’opposizione, minacciava di occupare le prefetture.

La posizione su sbarchi e immigrazione

Diventa prefetto a Milano, Lamorgese, quando l’esperienza del governo Renzi volge al termine, e inizia quella di Paolo Gentiloni, con Marco Minniti ministro degli interni e capo di gabinetto Mario Morcone, quello stesso Morcone con cui è stata in bilico fino a oggi per la poltrona del Viminale. Sono anni di stretta sugli sbarchi e di codici di comportamento per le Ong, quelli di Morcone e Minniti, uomini di sinistra molto più di Lamorgese, ma paradossalmente molto più duri di lei nel contrastare l’emergenza migratoria. Lamorgese, da parte sua, continua a tenere la linea che aveva al ministero, trovando nell’amministrazione milanese, città aperta e accogliente in una regione a egemonia leghista, l’alveo ideale in cui far emerge le sue doti di mediatrice.

“Il processo di integrazione è necessario per evitare fenomeni di radicalizzazioni”, dice in un’intervista dell’8 giugno 2017. “L’accoglienza dev’essere equilibrata e sostenibile e se ognuno fa la sua parte non ci sono problemi”, continua. Eppure, raccontano, i rapporti con la Regione a guida leghista sono e rimangono cordiali e l’interlocuzione costante, così come del resto con Matteo Salvini stesso, che plaude al blitz della Polizia alla Stazione Centrale di Milano del 9 agosto dello stesso anno, con camionette ed elicotteri, in cui viene fermata una decina di migranti privi di permesso di soggiorno. Nonostante questo, è sempre lei, raccontano, che si impegna in prima persona perché le grandi manifestazioni a favore dell’accoglienza dei migranti promosse dal sindaco Beppe Sala e dall’Assessore ai servizi sociali Pierfrancesco Majorino si svolgano in un clima positivo, senza contro-manifestazioni xenofobe e senza violenza. Ed è lei che riceve il plauso di molte realtà del terzo settore ambrosiano, prima fra tutte la Caritas, che la racconta come una persona equilibrata, con una perfetta conoscenza della macchina amministrativa e del Viminale, capace di gestire i problemi, senza slogan, senza forzature. E di risolverli. Chiamatela Wolf, da ora in poi.