Per dare un’idea della distorsione e della mancanza di proporzioni basta un elemento su tutti: da giorni giornali, politica e televisioni si occupano della vicenda giudiziaria di un ex sindaco di Lodi come se la città lombarda fosse l’epicentro degli accadimenti del presente. L’ex sindaco del Partito Democratico Simone Uggetti, appena assolto con una sentenza d’appello che ribalta la sentenza di primo grado, è strattonato come santo o come diavolo in base agli interessi politici del momento, in una continua strumentalizzazione (e mistificazione dei fatti) che sembra lontana dal dissolversi.

Che sarebbe stato un processo golosissimo per l’opinione pubblica si capì fin dal giorno dell’arresto, quel 3 maggio del 2016 quando il sindaco di Lodi in carica venne prelevato dagli uomini della Guardia di Finanza nella sua abitazione per essere poi fatto sfilare da arrestato nella piazza della città sotto il palazzo del Comune, durante una mattinata di mercato cittadino, con i lodigiani e le telecamere a godersi lo spettacolo. Uggetti venne portato al carcere di San Vittore e come spesso accade in questo Paese l’accusa divento subito sentenza. “Se è in carcere qualcosa di grave deve averlo combinato” sussurrava la vox populi e la politica non ci mise molto a cavalcare l’onda: l’indignazione sul tintinnar di manette del resto era (lo è ancora?) il cuore di certa opposizione politica e di certo giornalismo.

Certo a leggere le carte qualche dubbio poteva sorgere: si parlava di un appalto per la gestione delle piscine comunali del valore di 5mila euro, fin da subito anche l’accusa escluse qualsiasi atto correttivo e qualsiasi passaggio di denaro, la società sportiva che avrebbe dovuto beneficiare della presunta turbativa d’asta era una compartecipata pubblica con il Comune di Lodi come socio, di quel bando l’ex sindaco aveva parlato anche con alcuni esponenti delle Forze dell’Ordine. Ma l’iperbole era già scritta: c’era una dipendente comunale che aveva registrato la conversazione con il sindaco pronta per essere l’eroina, c’erano le conversazioni tra Uggetti e l’avvocato Cristiano Marini che era consigliere nella società sportiva e subito dopo l’arresto si diffuse la notizia (completamente falsa) che Uggetti avesse addirittura confessato. Aggiungeteci che da lì a poco ci sarebbero state le elezioni in importanti città italiane e il contesto perfetto è bell’e fatto.

La politica diede, manco a dirlo, il peggio di sé. Il Movimento 5 Stelle si fiondò in piazza con il suo uomo di punta, l’attuale ministro Luigi Di Maio, per tuonare contro il sindaco mascalzone e per chiedere che venisse liberato il palazzo comunale “ostaggio” di quel sindaco criminale. Moltissimi parlamentari del Movimento sventolarono Uggetti come simbolo di corruzione (reato mai contestato) e di malaffare. Non interessava la persona e nemmeno il caso singolo: Uggetti era la clava con cui demolire gli avversari. Anche la Lega di Salvini salì di gran lena sul carro degli accusatori senza remore: alla manifestazione in piazza non arrivò il segretario Matteo Salvini, sostituito da Calderoli, ma fu proprio il leader leghista a mimare le manette durante la sua visita a Lodi per lanciare la candidatura della leghista Sarà Casanova che da lì a poco sarebbe diventata la prima sindaca di centrodestra della città lombarda dopo più di vent’anni.

A onor del vero anche i compagni dell’ex sindaco non brillarono: il segretario del Pd di quel tempo, Matteo Renzi, scaricò Matteo Uggetti in un batter d’occhio. Troppo vicine le elezioni amministrative per poter anche solo rischiare di difendere un suo sindaco e così il calcolo politico vinse sul ridimensionamento della realtà. Perfino Lorenzo Guerini, che fu sindaco di Lodi con Uggetti come assessore e che lo lanciò come suo successore, fu più che tiepido nei suoi confronti, con quella finta equidistanza che ha il sapore della furbizia. L’unico leader nazionale che si espose pur rispettando la magistratura fu Pierluigi Bersani. Pochino, in effetti.

Intanto il processo comincia ma l’interesse nazionale ormai è sfumato: il processo di primo grado si conclude con una condanna a 10 mesi e 300 euro di multa ma la giudice Lorenza Pasquinelli nella sentenza notava “l’assenza di interessi di utilità economica reale e personale dalla turbativa d’asta” (non c’è mai stato un solo centesimo guadagnato da nessuno in questa vicenda), riconobbe che comunque non era stato leso l’interesse pubblico e riconobbe che il processo avesse “portato a un sostanziale ridimensionamento delle gravità della vicenda originariamente prospettata”. Durante il dibattimento si scopre anche che quella registrazione carpita dalla dipendente comunale non era propriamente la “bomba” che ci si aspettava, nonostante fosse l’architrave dell’accusa: è la difesa a chiederne l’ascolto per ben due volte in aula ed è proprio l’accusa ad opporsi. Anche le prove che sarebbero state “distrutte” si risolvono in una mail cancellata (senza enormi artifizi tecnologici, semplicemente con un clic del mouse): nelle carte si legge di un hard disk “consegnato” e “perfettamente integro”.

Poi arriva l’assoluzione in appello perché “il fatto non sussiste” e la politica di infiamma ancora: ci sono quelli che chiedono le “scuse” (nonostante non abbiano brillato per garantismo nel momento in cui contava), c’è la famosa lettera di Di Maio che spacca le anime del Movimento 5 Stelle e c’è ancora certo giornalismo che sembra non avere mai avuto voglia di leggere le carte del processo e ripropone la tesi dell’accusa come un mantra, come se tutto quello che è venuto dopo fosse solo un inutile orpello. In realtà mancano le motivazioni che devono essere depositate dal giudice ma l’importante è sempre la sensazione: i fatti sono secondari.