Luigi Di Maio rimane fermo nella sua posizione riguardo ad Armando Siri, il sottosegretario ai Trasporti leghista indagato per corruzione.  "L'autosospensione? È un istituto che non esiste. Esistono le dimissioni o il restare in carica. Se Siri sarà prosciolto da questa inchiesta, sarò io il primo a volere che torni. Ma non esiste l'istituto dell'autosospensione. Non ci prendiamo in giro: non credo che il presidente Conte abbia voluto dire questo". Così il vicepresidente del Consiglio ha commentato, in una conferenza stampa all'ambasciata italiana di Varsavia, l'ipotesi che sarebbe stata avanzato dallo stesso presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, per mettere un punto al conflitto che ha diviso il governo nell'ultima settimana.

Di Maio ha poi precisato di non aver avuto ancora modo di parlare con Conte, ma che lo incontrerà nel vertice intergovernativo previsto domani in Tunisia. "Il M5S chiede a Siri di fare un passo indietro e di mettersi in panchina. Lo dico non perché credo sia colpevole, anzi mi auguro sia innocente, ma è una questione fondamentale per il M5S. Ci siamo battuti per anni contro la corruzione e la mafia. Non possiamo fare un passo indietro", ha poi continuato il capo politico pentastellato.

Matteo Salvini ha invece commentato in diretta a Rtl sostenendo che "i processi si fanno nei tribunali e non sui giornali o in Parlamento". Il ministro dell'Interno ha poi affermato: "Se invece decidiamo che uno si alza la mattina e dice questo è colpevole e questo no, questo è antipatico e questo è simpatico, allora chiudiamo i tribunali e diamo in mano a qualche giornale la possibilità di fare politica". Immediata la risposta dal M5S: "Anche Berlusconi diceva che i processi non si fanno in Parlamento o sui giornali. E mentre lo diceva, accomodandosi sulla lunghezza dei processi, continuava a mangiarsi il Paese. Dispiace che anche Salvini la pensi allo stesso modo. Non è questione di dove si fanno i processi, a nostro avviso, ma questione di opportunità politica", hanno comunicato fonti del Movimento.

Salvini ha poi sottolineato di non essere né giudice né avvocato, e pertanto di non avere gli elementi per fare dichiarazioni. "Dico solo che non è da Paese civile che siano sui giornali fatti non a conoscenza degli indagati né degli avvocati", ha concluso il vicepremier. Già in un'intervista de La Stampa Salvini aveva poi rimarcato che nemmeno Conte fosse un giudice, in riferimento a un'affermazione del presidente del Consiglio per cui sarebbe stato lui stesso a prendere una decisione sul destino di Armando Siri.

È stato poi lo stesso Conte, in diretta su Rainews 24, a confermare le parole di Salvini. "Sono d'accordo, non sono giudice; ho fatto l'avvocato e mai il giudice anche in passato e quindi giudice non lo sono neppure adesso. Non è certo con l'approccio del giudice che affronterò il problema", ha dichiarato il premier.