La ‘trovata' elettorale di Matteo Salvini, che da due giorni sta facendo discutere, e cioè l'incursione, in diretta social, sotto casa di una famiglia tunisina, alla ricerca di un ragazzo di 17 anni, additato come spacciatore da una residente del rione periferico Pilastro, a Bologna, potrebbe non restare senza conseguenze. L'ex ministro dell'Interno, dopo le critiche, che sono arrivate non solo da suoi oppositori politici, ma anche dai suoi alleati, si è giustificato così: "Ho avuto l’onore di incontrare una madre coraggiosa che si batte con una motivazione in più, perché ha perso un figlio di overdose e su di lei la politica si divide, qualcuno arriva a fare polemica su di lei, ma noi siamo andati a disturbare la piazza dello spaccio".

Il suo gesto, pianificato per il rush finale di questa campagna elettorale in Emilia-Romagna, è stato tacciato di razzismo, ma Salvini ha spiegato che "il problema non sono i tunisini o i nigeriani, ma i delinquenti. In galera ci sono 200 tunisini che sono delinquenti, poi ci sono tantissimi tunisini che lavorano onestamente".

Queste argomentazioni certamente non scagionano il Capitano, e non lo assolvono, per aver avuto un comportamento indecoroso sul piano umano, e per aver sdoganato platealmente una giustizia fai da te. Senza contare le possibili ripercussioni psicologiche che potrebbe avere la vittima. E qui vale la pena scomodare la ‘Teoria dell'etichettamento' di Howard Saul Becker. Il sociologo di Chicago aveva spiegato come l'assegnazione dell'etichetta di criminale all'autore di un atto deviante, porti a un processo di interiorizzazione dell'etichetta stessa, un convincimento talmente forte da trasformare l'autore vero (o presunto) di un singolo reato in un delinquente cronico. Ancora di più se si parla di un soggetto debole, di uno straniero, o di una persona che vive ai margini.

Non occorre ci sia una rilevanza penale per definire dannosa l'iniziativa di Salvini. Ma c'è di più. L'ex ministro potrebbe finire sotto indagine per una sfilza di atti illegali documentati in quel video finito su Facebook, reati per cui potrebbe anche finire a processo. Salvini ha inscenato una vera e propria ‘caccia alle streghe', senza alcun titolo per poterlo fare, come vi abbiamo spiegato qui. Del resto nemmeno la persona che ha ‘denunciato' il ragazzo a Salvini, con nome, cognome e indirizzo, aveva il diritto di farlo: un privato cittadino deve rivolgersi ai carabinieri o agli organi preposti, se ritiene di aver individuato un pusher. La delazione non dovrebbe esistere in una società democratica, è contro ogni diritto, ed è tipica dei regimi totalitari.

In questa ‘caccia allo straniero', Salvini potrebbe aver inanellato una serie di reati. Chiaramente se ha violato o meno la legge potrà stabilirlo solo un giudice, ma ci sono alcuni fatti che potrebbero essere oggetto di denuncia, e abbiamo provato a elencarli, con l'aiuto di un legale, Gianluca De Vincentis, che si è anche offerto di difendere gratuitamente il ragazzo tunisino, trascinato suo malgrado da Salvini sotto i riflettori.

Cosa rischia Matteo Salvini per il video del citofono

Partiamo dal principio. È sera, e Salvini si avvicina allo stabile, e con fare canzonatorio si accinge a citofonare per rintracciare il presunto malvivente. Come si vede dal video l'ex ministro preme il pulsante del citofono più volte, anche dopo che la persona che risponde riattacca una prima volta. In questo caso si potrebbe configurare il reato di molestia, procedibile d'ufficio, cioè anche in assenza di una querela.

Un'altra denuncia che potrebbe scattare è quella per diffamazione. In questa vicenda la reputazione del ragazzo viene lesa. Salvini più di una volta lo chiama "spacciatore", prendendo per buone le semplici accuse della cittadina che lo ha accompagnato, e alla voce che gli risponde all'altro capo del citofono dice ironicamente: "Volevo entrare da lei, voglio riabilitare il buon nome della sua famiglia, c'è qualcuno che dice lei e suo figlio spacciate". Basta il sospetto per infangare la reputazione altrui. "Per la collettività il ragazzo è ormai etichettato come uno spacciatore e sarà difficile, se non impossibile, dimostrare il contrario", ci fa notare l'avvocato De Vincentis.

Ma, ancora, Salvini potrebbe essere accusato di violazione della privacy. Dalle immagini può essere chiaramente identificato l'edificio, il piano di abitazione, il citofono. E anche se nel video sono state censurate con un effetto sonoro le generalità del giovane tunisino, la scena si è svolta in presenza di altri cittadini, per cui la privacy della famiglia è stata gravemente danneggiata.

Una ulteriore ipotesi, meno forte delle tre precedenti, è quella della violenza privata nella forma del tentativo. Questo reato potrebbe ravvisarsi in quanto Matteo Salvini è un esponente politico di primo piano, ex titolare del Viminale e segretario di un partito, per cui la domanda posta all'interlocutore che risponde al citofono può essere anche letta come una minaccia. A suffragio di questa ipotesi c'è l'intento, dichiarato ad alta voce da Salvini, di prendere provvedimenti e segnalare il tutto alla Polizia.

Nel caso del blitz nel quartiere Pilastro si potrebbe configurare anche l'ingiuria, cioè l'offesa dell'onore o il decoro di una persona presente, ma il reato è stato depenalizzato ed è perseguibile solo in sede civile.

Ma il comportamento di Salvini è rischioso anche per un altro motivo, non secondario. Se ci fosse infatti un'indagine in corso nei confronti di questo ragazzo – ammesso che abbia commesso un illecito – Salvini avrebbe potuto intralciarla, rendendola pubblica. Se insomma quel giovane fosse un soggetto pericoloso per la collettività, se fosse uno spacciatore, la ‘citofonata' dell'ex ministro potrebbe facilmente inquinare tutte le prove e far saltare l'ipotetica indagine.

Dal video inoltre emerge un'offesa alle forze dell'ordine, in quanto Salvini afferma che queste fossero già a conoscenza del fatto che in quella casa ci fossero degli spacciatori: "Lo sanno a memoria", gli fa eco la signora che lo ha condotto davanti al portone.