La Direzione Nazionale del Partito Democratico ha sostanzialmente ratificato la linea del segretario uscente Matteo Renzi, peraltro condivisa da una parte consistente dei militanti: nessuno spazio per un accordo di Governo con il MoVimento 5 Stelle o con il centrodestra. “Gli elettori hanno deciso che il nostro posto è all’opposizione”, ripetono da giorni i dirigenti del PD, fingendo di ignorare che gli elettori non scelgono dove collocare un partito in una democrazia parlamentare, al più votano su un programma e sulle candidature. Sia come sia, la deliberazione della direzione chiarisce un punto essenziale, ovvero quale sarà la linea che la delegazione democratica porterà davanti al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: nessuna disponibilità a favorire la nascita di un governo “politico” o a entrare in un esecutivo “di larghe intese”, toccherà a “chi ha vinto le elezioni” rispondere all’appello alla responsabilità fatto dal Capo dello Stato.

La strategia del Partito Democratico è dunque orientata a portare il Paese nuovamente alle urne nel brevissimo periodo? Difficile dirlo, per una serie di questioni. Senza un segretario, dopo aver raggiunto il risultato più basso della storia, senza la possibilità di allacciare robuste alleanze nel campo del centrosinistra, in un momento di forte polarizzazione Lega – M5s, tornare al voto in tempi brevissimi potrebbe ridurre ulteriormente la rappresentanza parlamentare del PD e della sinistra in generale. I democratici “suggeriscono” a Salvini e Di Maio di parlarsi, di appurare quanto siano simili le loro piattaforme programmatiche e la loro impostazione ideologica, di mettere da parte veti e paletti e assecondare la volontà degli elettori, ponendo le basi per un governo Lega – M5s.

Uno scenario di questo tipo, al momento, non appare verosimile. Perché, per quanto piacerebbe al PD (che avrebbe tempo per la ricostruzione e un nemico intorno al quale cementare un’opposizione nel Paese e in Parlamento), mancano due aspetti essenziali: la volontà politica e la convenienza. Salvini e Di Maio non hanno alcun interesse a scendere a compromessi, né la voglia di fare un passo indietro e galleggiare per qualche anno rinunciando a parti essenziali del loro programma, né la necessità di garantire la permanenza in Parlamento ai loro neo-eletti, né soprattutto la paura di tornare immediatamente alle urne. Anzi, finora tutte le loro mosse lasciano pensare che entrambi vogliano mettere Mattarella di fronte allo scenario di stallo alla messicana, che conduce inevitabilmente al ritorno alle urne.

Del resto, quali sarebbero le alternative?

Da giorni non si fa che parlare di “governo di scopo per fare la nuova legge elettorale” e poi tornare alle urne. Tralasciando il fatto che non esiste alcuna definizione “costituzionale” di governo di scopo, si tratterebbe di varare un esecutivo di brevissima durata, che possa restare in carica il tempo necessario per fare la nuova legge elettorale e portare di nuovo gli italiani al voto (si parla di giugno o di settembre). Un governo balneare con un solo obiettivo, insomma. Il problema è capire chi potrebbe mai sostenere un esecutivo di questo tipo, chi dovrebbe guidarlo e chi si sobbarcherà l’incarico di votare la nuova legge elettorale. La questione è tutt’altro che semplice, perché la scelta del sistema elettorale (stavolta) potrebbe rivelarsi decisiva per la configurazione della prossima legislatura. In tal senso, le distanze fra i diversi gruppi politici sono determinate dai divergenti interessi (c’è chi punta a vincere, chi a limitare i danni, chi semplicemente a sopravvivere in Parlamento) e toccherebbe a M5s e centrodestra trovare un accordo. Già, ma quale? E affidando il governo a chi? E chi rischierebbe di essere accusato di "inciucio" o di essersi rimangiato mesi, forse anni, di promesse elettorali?

Un'altra ipotesi che circola è quella di "Governo del Presidente", altra anomalia istituzionale la cui definizione è piuttosto complicata. Si tratterebbe, in sostanza, di lasciare che a gestire una fase di grande emergenza fosse il Capo dello Stato, che indicherebbe di fatto il nome del Presidente del Consiglio e dei ministri, lasciando poi che sia il Parlamento a valutare di volta in volta quali provvedimenti sostenere o cambiare. È una ipotesi che potrebbe anche sovrapporsi a quella di "governo tecnico", per quanto il nome sia indigesto. Il problema è sempre lo stesso, però: chi mai voterebbe un esecutivo del genere?

Alla Camera dei deputati la maggioranza si raggiunge a quota 316 seggi: ebbene, il MoVimento 5 Stelle potrà contare su 228 deputati, il centrodestra su 267 (Lega 124, FI 104, Fratelli d’Italia 33, altri 3), il centrosinistra su 118 (PD 109, altri 9) e Liberi e Uguali su 14. Al Senato la maggioranza si raggiunge a quota 158 seggi (non considerando i senatori a vita): il M5s ha 113 senatori, il centrodestra 136 (57 Lega e Fi, 14 Fdi, 2 altri), il centrosinistra 59 (PD 53, altri 6), LeU 4. Ecco, in altre parole, senza Lega o M5s non può nascere alcun governo. E dubitiamo che Lega o M5s possano prestarsi a giochetti del genere. Anche nella formulazione "strategica", ovvero quella di un via libera in Parlamento ottenuto grazie ad assenze, astensioni e voti in dissenso di gruppetti di peones che non vogliono un immediato ritorno alle urne.

Ricapitolando, per punti:

  • non ci sono novità, non può nascere un Governo Di Maio;
  • non ci sono novità, non può nascere un Governo Salvini;
  • l'unico governo politico che può nascere è quello Lega – M5s, ma né Di Maio né Salvini sembrano disponibili;
  • può nascere un governo di scopo per fare la legge elettorale, ma solo se Di Maio e Salvini si mettono d'accordo; in tal caso, ritorno alle urne in tempi brevi, forse a settembre;
  • non sembra ci siano le condizioni per un governo del Presidente / tecnico / di larghissime intese;
  • se lo stallo dovesse proseguire a lungo, si potrebbe tornare alle urne a giugno, con questo sistema elettorale; fino ad allora, c'è Gentiloni a Chigi.