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Rapitori di Cristina Mazzotti condannati all’ergastolo : “Non era considerata una persona, ma un modo per fare soldi”

Lo scorso 4 febbraio la Corte d’Assise di Como ha condannato all’ergastolo in primo grado Demetrio Latella e Giuseppe Calabrò, ritenuti gli esecutori materiali del rapimento di Cristina Mazzotti. La 18enne venne tenuta segregata nell’estate del 1975 dalla ‘ndrangheta tra Como e Novara e trovata morta in una discarica dopo il pagamento del riscatto.
A cura di Enrico Spaccini
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Cristina Mazzotti
Cristina Mazzotti

Cristina Mazzotti non è "mai stata considerata come una persona da restituire salva una volta conclusa la trattativa", ma solo come "bene disponibile, fungibile e consumabile nel perseguimento del profitto". Con queste parole i giudici della Corte d'Assise di Como hanno sintetizzato quando accaduto nell'estate del 1975 tra le province di Como e Novara, quando una ragazza di soli 18 anni venne rapita da un commando ‘ndranghetista, tenuta nascosta per 28 giorni in una buca e, una volta ottenuto il riscatto da 1 miliardo e 50 milioni di lire, abbandonata senza vita in una discarica. Dopo le prime condanne arrivate già nel 1977, lo scorso 4 febbraio sono stati condannati all'ergastolo per omicidio aggravato Demetrio Latella e Giuseppe Calabrò, ovvero coloro che sarebbero stati gli esecutori materiali del rapimento.

Il rapimento di Mazzotti nella "stagione dei sequestri"

La sera del 30 giugno 1975 Mazzotti l'aveva trascorsa insieme al fidanzato e a un'amica per festeggiare il proprio diciottesimo compleanno. I tre erano andati a Erba a bordo della Mini Minor della sorella della festeggiata, ma proprio quando stavano rincasando a Eupilio (in provincia di Como) una Fiat 125 tagliò loro la strada e due uomini, sbucati da un cespuglio, si posizionarono al volante e sul sedile passeggero della Mini. Stando a quanto ricostruito dalle indagini e in base alle testimonianze proprio del fidanzato di Mazzotti e dell'amica, si trattavano di Latella e Calabrò, quest'ultimo armato di pistola. Lo stesso Latella, dopo che nel 2007 era emersa una sua impronta digitale sulla Mini, aveva confessato di aver preso parte al rapimento.

Nelle motivazioni che hanno portato i giudici a condannare all'ergastolo i due imputati, si parla di un contesto storico caratterizzato dalla "stagione dei sequestri di persona che, a partire dalla metà degli anni Settanta, costituirono uno dei principali strumenti di accumulazione criminale della ‘ndrangheta nel Nord Italia". Pertanto, l'azione stessa di chi ha rapito Mazzotti "non può essere ridotta alla semplice creazione di un rischio astratto", ma "costituisce l'avvio consapevole e condiviso di una sequenza criminosa la cui logica interna comprendeva, fin dall'inizio, la concreta disponibilità alla soppressione della vittima pur di non compromettere l'esito dell'operazione".

La prigionia e la morte di Mazzotti

Latella e Calabrò, poi, consegnarono Mazzotti ai suoi carcerieri "rendendo così irreversibile il loro contributo". Il riscatto chiesto alla famiglia della 18enne era "elevatissimo", e la stessa ragazza venne sottoposta a "minacce continue e condizioni fisiche sempre più estreme per la giovane segregata per 28 giorni in una buca sotterranea" scavata in una cascina a Castelletto (in provincia di Novara).

Per i giudici, i due imputati "non agirono nella prospettiva di un sequestro ‘limitato' o ‘contenuto', ma all'interno di un progetto criminoso nel quale la violenza estrema, la lunga segregazione in condizioni disumane, la necessità della sedazione, la concreta possibilità di una uccisione in caso di difficoltà o ritardo, la stessa irrilevanza della sopravvivenza della vittima una volta ottenuto il profitto, erano già componenti riconoscibili e accettate della condotta". È stato anche sottolineato il fatto che "il denaro sia stato riscosso, spartito, riciclato e immesso nei circuiti criminali" anche dopo la morte della ragazza, evento che non avrebbe prodotto "alcuna frattura o arretramento del progetto". Questo, secondo la Corte, sarebbe "indicativo del carattere strutturalmente sacrificabile attribuito alla persona sequestrata".

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