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Discutiamo insieme di quello che succede tra i banchi di scuola

Mentre in Francia viene disposto il coprifuoco notturno per prevenire azioni di violenza e saccheggi nei principali centri urbani, a Lille, Lione, Nizza e Parigi, in Italia il governo risponde con un nuovo decreto Sicurezza alla rabbia degli studenti esplosa lo scorso fine settimana a Milano e sfociata in disordini e scontri con le forze dell'ordine, con 49 arrestati tra maggiorenni e minorenni.
Il caro vita si avverte, il precariato è un problema reale, non è ideologia strumentalizzata dalla sinistra, come vorrebbe la destra. La Generazione Z e la Generazione Alpha non trovano appigli quando si parla di futuro e si sentono impotenti. Milano è una città per pochissimi, con la sua ricchezza sfrontata del centro è il simbolo del fallimento del patto generazionale. Quando sempre più famiglie vengono letteralmente espulse al di fuori dei confini del benessere, ai ragazzi non resta altra via se non quella di urlare ancora più forte. Perché anche pagare una stanza 500 o 600 euro per studiare da fuori sede è violenza. E non serve spostare il focus su misure propaganda, come l'ultimo decreto Scuola che per un po' ha indirizzato l'attenzione verso emergenze costruite artatamente allo scopo di distrarre: lanciare allarmi spropositati, fissando per legge un tetto agli stranieri per classe o il divieto di burqa, può funzionare da diversivo per un po'. Poi il trucco del governo viene svelato.
Limitarsi a condannare e reprimere rapidamente i manifestanti violenti, chiamandoli vandali, teppisti, maranza, esibizionisti, è il modo più facile per allargare la frattura tra politica e società civile, mentre si salda il fronte della disperazione che vede marciare uniti agricoltori, trasportatori e studenti contro un costo della vita insostenibile. Chi governa può anche scegliere di concentrarsi unicamente sull'immagine dei negozi saccheggiati e sulle strade devastate, seppellendo le tensioni economiche, sociali e ambientali sotto una pioggia di decreti, ma alla fine queste generazioni presenteranno comunque il conto. È sicuramente più semplice dare del "coglione" – come ha fatto il vicepremier Salvini – a chi prova a sovvertire il sistema con i mezzi che ha. La via più complessa e faticosa invece è quella di aprire un dialogo, mostrando una reale intenzione di comprendere le cause del malessere, per migliorare concretamente le condizioni socio-economiche di questi ragazzi.
Non vogliamo che a raccontare questo disagio siano quelli che quel disagio hanno contribuito a crearlo, quelli che si sono assuefatti finendo per considerare normale che una famiglia spenda almeno 500 euro in libri all'inizio di un anno scolastico. Per questo abbiamo scelto di offrire lo spazio di questa newsletter a chi lo scorso weekend era in piazza a protestare, pacificamente. Schierare altri 500 militari in città, intimidire i giovani con nuove misure restrittive – che fino ad ora non hanno prodotto alcun risultato – avranno l'unico effetto di esacerbare quella piazza.
Cosa è successo davvero in piazza a Milano, raccontato da chi ha partecipato al corteo
Pubblichiamo la testimonianza di Pietro Malmsheimer (Esecutivo regionale Uds Lombardia)
“Scontri e saccheggi a Milano”, “Milano ostaggio di vandali e teppisti”, “Guerriglia a Milano”, questi sono solo tre dei titoli che sono usciti riguardo gli eventi dello scorso weekend che hanno reso Milano protagonista della cronaca nazionale. L’Unione degli Studenti ritiene che sia necessaria un’analisi più profonda delle vicende, che sia capace di analizzare non solo le conseguenze, bensì le cause e le radici delle dinamiche emerse negli scorsi giorni.
A questo fine è necessaria una ricostruzione degli avvenimenti che descriva il processo precedente alla manifestazione, che sin dall’inizio ha presentato dei tratti che la hanno distinta dalle ordinarie manifestazioni studentesche. La manifestazione si è diffusa principalmente e fortemente su Tik Tok e Instagram e si è organizzata in larga parte su Whatsapp e Telegram, dove a tenere le redini del processo non sono stati né corpi intermedi, né altri soggetti organizzati, bensì giovani e studenti che spontaneamente hanno ritenuto necessario attivarsi. Ciò non vuol dire che i soggetti organizzati siano stati alieni alla manifestazione: la settimana precedente alla mobilitazione si è svolta un’assemblea organizzativa in cui diversi spazi, centri sociali, collettivi e organizzazioni milanesi hanno espresso il loro supporto alla protesta e la volontà di caratterizzarla con tematiche di sinistra. Riguardo le motivazioni della manifestazione in sé si è affermata la necessità di determinare le soluzioni al carovita per evitare che la manifestazione cadesse nella retorica populista che ha caratterizzato l’Europa degli ultimi anni: il vero antidoto a questa situazione secondo i corpi intermedi sono delle politiche sociali e pubbliche opposte a quelle applicate dai governi degli ultimi anni piuttosto che la colpevolizzazione di soggettività migranti ed economicamente fragili. La soluzione è costituita da investimenti allo stato sociale, che negli ultimi 30 anni è stato mano a mano depotenziato a favore dei privati e del mercato.
La forte carica mediatica della manifestazione si è dimostrata con un’affluenza di migliaia di persone in piazza il sabato pomeriggio, una quantità di persone che non si vedeva da almeno un’anno, quando si manifestò per la Palestina. All’inizio la manifestazione era calma: la forza di questa mobilitazione è stata quella di essersi saputa diffondere tra componenti sociali che solitamente non riescono a essere raggiunte dai soggetti organizzati. In piazza inizialmente si osservavano canti come l’inno d’Italia, bandiere italiane e di molti altri soggetti. Erano presenti dei gruppi più conflittuali di altri, che però non avevano ancora compromesso i rapporti con le forze di polizia. È solo quando il corteo è partito che le autorità, osservato un gruppo di manifestanti a loro avviso troppo acceso in coda al corteo, hanno deciso di intervenire simultaneamente su testa, coda e lato del corteo, col fine di disperdere la protesta. Il corteo si è conseguentemente diviso in molteplici gruppi e in certi casi la carica ha preso le sembianze di una macelleria messicana, con la celere che approcciava e colpiva protestanti intenti a scappare e cominciava ad utilizzare fumogeni e proiettili in plastica anche su persone in fuga che precedentemente stavano manifestando pacificamente. La situazione che si è osservata in seguito a questa fuga collettiva, ha ricordato per certi versi quello che è successo il 22 Settembre 2025, quando sempre a Milano in seguito a una manifestazione oceanica per la Palestina, nel momento in cui il corteo voleva bloccare la Stazione Centrale sull’onda dei blocchi di stazioni e porti riusciti in diverse città italiane, i reparti mobili hanno iniziato una pioggia di lacrimogeni sulla folla — che quella mattina oltre a studenti contava anche cittadini comuni come anziani e famiglie — e in seguito alla quale la manifestazione ha reagito in modo compatto mirando tanto alla stazione quanto alla difesa delle persone in piazza. Lo stesso fenomeno si è verificato sabato scorso a Milano: i manifestanti, accomunati in quella situazione dalla repressione del loro pensiero hanno agito omogeneamente in difesa di loro stessi e di chi si trovava in piazza. In seguito a questo episodio i protestanti si sono divisi in tre componenti: una è sfilata fino al Cimitero Monumentale, dove si è concluso il corteo autorizzato, un’altra componente si è dispersa e un’altra ancora è rimasta nelle vie del centro dando vita a quello che le testate giornalistiche hanno definito il giorno dopo “scontri” e “guerriglia”.
Quello che abbiamo osservato ha costituito una rottura del patto alla base della pace sociale del nostro paese: una parte della popolazione, che fino a sabato ha sopportato politiche che hanno messo in ginocchio le classi meno abbienti e la classe media, ha deciso di scendere in piazza a manifestare poiché ha considerato che ciò che avrebbe potuto ottenere come collettività era maggiore di quello che le sarebbe costato, e la risposta governativa che ha osservato era composta di manganelli, scudi, fumogeni e proiettili di gomma. Si noti che l’intento di queste righe non è la giustificazione o il supporto alle violenze, quanto più la comprensione delle motivazioni alla base di una reazione collettiva tanto violenta quanto l’abbiamo osservata.
In seguito a questa analisi, non si può non notare che l’unica differenza intercorsa tra le due manifestazioni sia consistita più nelle modalità che nelle ragioni, e che conseguentemente è necessario concentrarsi sulla risposta politica e mediatica. In termini comunicativi la maggioranza delle testate e dei telegiornali si è concentrata unicamente sulla risposta violenta dei manifestanti attaccati, piuttosto che sulle rivendicazioni della protesta, la mobilitazione pacifica o la brutalità delle forze di polizia, che invece di contenere hanno accesso una reazione di piazza che non hanno saputo controllare venendo meno al loro ruolo. Questa scelta non è casuale, bensì risulta finalizzata alla demonizzazione delle richieste di tutti i protestanti e alla creazione di un clima di timore nella popolazione. A testimoniare questa volontà c’è anche l’occultamento comunicativo verificatosi nei confronti della testa del corteo, che ha continuato pacificamente la manifestazione autorizzata: se il desiderio non fosse la strumentalizzazione degli eventi, i media avrebbero parlato anche di quest’ultimo spezzone della mobilitazione invece che riportare parzialmente e unicamente gli eventi verificatisi nei pressi di Piazza Cordusio e Piazza del Duomo. Altrettanto parziale risulta essere la risposta governativa, che oltre a misure liberticide e repressive, non ratifica alcun provvedimento finalizzato alla risoluzione della crisi economica e di potere di acquisto che attanaglia le classi più basse come anche la classe media e che giova, invece, a speculatori e grandi capitali che attraverso queste crisi storicamente consolidano le proprie posizioni di potere. La risposta del governo si configura conseguentemente come unicamente populista, poiché finalizzata ad agire unicamente sugli effetti e ad ignorare la radice. Comprendere e agire alla radice dei problemi significa annullare le condizioni sociali ed economiche affinché questi ultimi si verifichino ed esplodano come è accaduto. Ignorare le cause e reprimere le conseguenze corrisponde a una precisa scelta politica, quella di tutelare gli interessi di soggetti terzi a coloro che esprimono un bisogno e alimentare in questo modo la loro rabbia sociale — da assopire poi con propaganda e repressione.
Queste analisi in ogni caso non approfondiscono le motivazioni alla base del malcontento che si è espresso in piazza sabato scorso e per giungere a questa risposta è necessario osservare le condizioni materiali della classe sociale che maggiormente si è mobilitata in modo disorganizzato: le prime e le seconde generazioni delle collettività con background migratorio. Queste spesso abitano periferie degradate e di cui la politica si disinteressa, eppure gentrificate e sempre meno accessibili economicamente, vivono condizioni lavorative da anni sempre più precarie, sono obbligate ad accettare stipendi da fame il cui potere d’acquisto viene mangiato giorno dopo giorno da anni dall’inflazione, le più giovani attraversano scuole fatiscenti, in cui vengono ulteriormente marginalizzate, in cui i prezzi per studiare adeguatamente sono fuori dalla loro portata e che, a causa delle ultime riforme, non offrono una possibilità plausibile per uscire dalla condizione di disagio economico e sociale che attraversano. In questo contesto la rabbia sociale non è solo qualcosa di comprensibile, ma di necessario per sopravvivere alla quotidianità. I giovani che crescono in questi contesti non riescono ad avere speranza nel futuro perché non sussistono le condizioni materiali per sperare in un futuro migliore. In questo contesto, risulta impossibile condannare la rabbia alla base dei disagi che si sono verificati.
Come Unione degli Studenti non riteniamo che la violenza di sabato sia stata costruttiva, sia in termini rivendicativi, sia comunicativi, sia politici. Allo stesso tempo non pensiamo che questa manifestazione di dissenso abbia sporcato le nostre rivendicazioni, anzi, ha evidenziato che i temi per i quali è stata chiamata la protesta richiedono risposte immediate e precise da parte delle istituzioni. Gli eventi degli scorsi giorni non ci fermeranno e proprio per questo continueremo a mobilitarci con e per ogni fascia della popolazione, perché il nostro obiettivo non è avere scuole meravigliose in un mondo disfunzionale, bensì riuscire a immaginare e costruire un sistema diverso, che tenga in considerazione le esigenze di tutti e non escluda nessuno.
A cura di Annalisa Cangemi