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Discutiamo insieme di quello che succede tra i banchi di scuola

Ho dovuto rileggere la notizia due o tre volte per essere certa di aver capito bene. Ho pensato nell’ordine “sarò stanca”, “quel titolo avrà qualche errore di battitura”, “Avranno riportato in modo inesatto le dichiarazioni, qualcuno le smentirà”. E invece no. Isabella Marsilio, l’insegnante di 66 anni di scienze umanistiche della scuola media Giovanni Verga a Roma che è stata accoltellata venerdì scorso da un suo studente tredicenne, ha davvero colto l’occasione dell’aggressione per invocare la remigrazione e per scagliare le sue parole intrise di razzismo nei confronti dei ragazzi con background migratorio.
Si dice “addolorata” per il suo aggressore, per l’odio che ha covato nei suoi confronti. Ma lo stesso odio la professoressa non lo risparmia a chi non è nato in Italia. Ironia della sorte, il ragazzo che l’ha protetta, bloccando l’aggressore, è originario del Congo: “Voglio davvero ringraziare il mio salvatore, un ragazzo educato, rispettoso di tutti, come lui ce ne sono pochi. Arriva da una casa famiglia, eppure nonostante il suo vissuto complesso è straordinario”, ha detto la prof. E meno male che il ragazzo che l’ha ferita con il coltello non era di origini straniere. Se no chissà che frasi terribili ci troveremmo a commentare.
Marsilio, lo sappiamo, è stata costretta a chiudere il suo profilo sui social, dopo aver ricevuto centinaia di insulti per le sue opinioni. La prof, che insegna da oltre quarant'anni, è stata attaccata per i sui post in cui dichiarava che la "società multietnica fa schifo". L'insegnante ha detto che le sue posizioni a favore della remigrazione sono perfettamente compatibili con i ringraziamenti rivolti allo studente di origini congolesi che l'ha protetta, e ha ribadito che "le sue idee non cambiano", perché "Non c'è nulla di incongruente". Nessuna dissonanza quindi.
Certo, si potrebbe dire molto sul fatto che una docente con queste idee così estreme, che sui social rilancia messaggi d'odio contro gli stranieri e slogan razzisti, possa essere la figura giusta per svolgere un ruolo di educatrice, al di là della mera trasmissione di nozioni. Ma questa riflessione ci porterebbe lontano. Quello che è interessante notare è invece la reazione delle istituzioni a questa vicenda, del tutto inadeguata. Se pensiamo per esempio al caso di Paolo Mendico, il 14enne di Santi Cosma e Damiano (Latina) che si è tolto la vita all'inizio dello scorso anno scolastico, o alla storia del 17enne arrestato mentre pianificava un massacro in una scuola in stile strage della Columbine High School, è evidente che gli episodi di cronaca legati al disagio psicologico non possano più essere trattati come avvenimenti ‘spot': sono conseguenza di un sistema fallimentare, che non si occupa abbastanza del benessere emotivo degli studenti. Come stanno davvero i ragazzi a scuola? Ci stiamo facendo le domande giuste?
Non possiamo limitarci ad annotare questa lunga sequenza di casi di violenza a scuola, nella speranza che l'ondata passi da sola. D'altra parte, la risposta che è arrivata dal governo Meloni è stata peggio del silenzio assordante. All'indomani dell'aggressione alla professoressa Marsilio, la presidente del Consiglio ha allontanato prontamente il focus dell'attenzione dal problema del disagio giovanile, spostandolo su un'emergenza immaginaria e costruita a tavolino: la presenza dei ragazzi stranieri nelle classi, un fenomeno di cui il ministro Valditara si dice preoccupato, perché teme il "white flight, letteralmente la fuga dei bianchi". La premier così ha anticipato un pacchetto di misure per il nuovo anno scolastico: un numero massimo per classe (30%) di ragazzi stranieri che hanno difficoltà con la lingua italiana; il divieto di burqa e niqab nelle scuole; l'obbligo di imparare l'italiano per i genitori dei ragazzi stranieri. Come questi provvedimenti possano risolvere i veri problemi della scuola italiana e come possano garantire l'inclusione, non è per nulla chiaro. Eppure da giorni il governo non parla d'altro e vuole accelerare con le nuove norme.
Proprio ieri sono stati presentati i risultati di tre rapporti, frutto della prima annualità del Progetto Iride ‘La scuola vista dai giovani' del Censis, dedicati all'orientamento, alla valutazione degli apprendimenti e allo stare bene a scuola. Su quest'ultimo aspetto i dati non sono proprio rassicuranti: il 71% degli studenti intervistati considera la scuola una fonte continua di ansia e stress; mentre solo il 15,2% si sente protetto dalla scuola rispetto a bullismo, cyberbullismo o discriminazioni. Significa che i ragazzi a scuola non sono per nulla sereni. L'esecutivo ha però derubricato il benessere psicologico a scuola a questione marginale, come dimostrano le scarse misure fino a qui adottate.
Nelle scuole gli studenti non trovano quasi mai un servizio di ascolto psicologico. Nel 2026 è stato attivato ‘AscoltaMI', un servizio di sportello psicologico online, rivolto agli studenti dell'ultimo anno della scuola media e a quelli del primo biennio delle superiori. È possibile richiederlo una sola volta durante l'anno scolastico: si ha diritto a un voucher digitale da 250 euro che consente di effettuare cinque incontri di un'ora ciascuno, con psicologi selezionati dall'Ordine nazionale degli Psicologi. Ma il tutto si svolge al di fuori dell'orario scolastico, la scuola non è mai coinvolta.
Per colmare questo vuoto, l'associazione ‘Diritto a stare bene' ha scritto un emendamento da inserire nella prossima legge di Bilancio, per chiedere un intervento molto più incisivo: inserire lo psicologo direttamente nelle classi. È anche partita una raccolta firme, con circa 4mila sottoscrizioni raggiunte in una settimana. In pratica la proposta chiede di trasformare il servizio ‘AscoltaMI' da voucher per 5 sedute a presidio psicologico stabile, con una presenza continua in classe tutto l'anno. L'associazione avvierà un'interlocuzione con il ministero, e se questo dovesse chiudere le porte l'emendamento verrà proposto in Parlamento, affinché possa essere approvato con la prossima manovra economica.
Il costo del servizio ‘AscoltaMI' è di 18,5 milioni. L'idea è quella di partire da questo stanziamento: con un costo di 121 euro a studente (contro i 250 euro di AscoltaMI) si stima di poter raggiungere circa 500mila studenti, coinvolgendo anche i docenti e le famiglie.
Abbiamo intervistato Francesco Maesano, responsabile della campagna ‘Diritto a stare bene': "Le polemiche sono gratis, mentre fare educazione alle relazioni costa. Con il referendum per chiedere di abrogare la legge sul consenso informato obbligatorio per le attività di educazione sessuo-affettiva nelle scuole, che ha superato le 500mila firme, si potrebbe riuscire a eliminare la legge Valditara. Ma questo non significa che dal giorno dopo avremmo l'educazione sessuo-affettiva nelle classi. Per questo servono proposte strutturate", ha detto Masesano.
"Secondo noi l'educazione alle relazioni la devono fare persone competenti, psicologi e pedagogisti. Fare voucher e sportelli non risolve i problemi e soprattutto non fa crescere il capitale umano. Noi chiediamo una presenza continuativa di queste figure, durante l'orario scolastico, con un lavoro da svolgere all'interno delle aule. Ricordo il caso di Paolo Mendico, che si è ucciso perché non voleva tornare in una scuola in cui si sentiva escluso e bullizzato. Quel ragazzo andava aiutato, ma bisognava prendere in carico l'intera classe: quel gruppo aveva probabilmente prodotto delle condizioni disfunzionali". Allo stesso modo uno psicologo fisso in classe, oltre a essere un punto di riferimento per il gruppo, si sarebbe accorto per tempo del malessere del 13enne che ha accoltellato la sua insegnante a Roma. "Questo non vuol dire ‘psicologizzare' la scuola – ha sottolineato Maesano – significa mettere all'interno del contesto scolastico dei professionisti. E non per fare terapia con tutti, ma per lavorare con la comunità. Un cambio di paradigma".
E tu che ne pensi? Si fa abbastanza nelle scuole per il benessere psicologico?
A cura di Annalisa Cangemi