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L’insegnante aggredita dallo studente e la remigrazione: la scuola pubblica è aperta a tutti, che vi piaccia o no

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Professori Vannacciani nella scuola del diritto allo studio per tutti e tutte: il caso della docente accoltellata a Roma schierata per la remigrazione.

Articolo di Djarah Khan

Nella scuola italiana del diritto allo studio per tutte e tutti, senza distinzione di etnia, status giuridico, classe e religione, c'è posto per i professori "Vannacciani"? È questa la domanda che mi sono posta leggendo le dichiarazioni di Isabella Marsilio, la docente brutalmente aggredita da un suo alunno il 18 settembre, oggi fuori pericolo e in via di guarigione. Le auguriamo una pronta guarigione, e auguriamo alle indagini di spiegare un fenomeno che non abbiamo ancora gli strumenti per comprendere. Nel frattempo, trovo doveroso aprire un dibattito che sarebbe potuto non esistere mai. A maggior ragione nella scuola italiana.

In un'intervista rilasciata a Repubblica poco dopo l'aggressione, Marsilio si assume la colpa di non aver intercettato in tempo il malessere psicologico del suo studente. Si dice spaventata, addolorata, desiderosa di abbracciare il ragazzo che l'ha aggredita. La sua capacità di perdono e la lucidità con cui affronta la vicenda, nelle prime righe dell'intervista, appaiono incredibilmente rare in questa società sempre più vendicativa e arrabbiata. Poi succede qualcosa di inaspettato. Alla domanda della giornalista Romina Marceca — se non provi disagio nell'essere stata salvata da uno studente congolese, viste le sue posizioni politiche — la docente cambia registro. Disattiva la sua personalità da insegnante accogliente e ne attiva un'altra che nella sua sostanza, quasi rinnega la prima. Contro ogni aspettativa, pur riconoscendo l'eroismo del suo studente e ringraziandolo per il suo intervento, dichiara di essere assolutamente a favore della Remigrazione, un disegno di legge che nella mente di Vannacci, tra i tanti obiettivi ha quello di deportare non solo immigrati condannati per reati gravi, ma anche cittadini stranieri regolari non abbastanza assimilati alla cultura italiana. La docente ci tiene a specificare che lo studente congolese che l’ha salvata ha un regolare permesso di soggiorno. Ma all'ipotesi di un salvataggio avvenuto per mano di un ragazzo "irregolare" lei aggiunge che, in quel caso, "non sarebbe stato un suo alunno".

Ed è esattamente in quel punto dell'intervista che, da donna nera, cittadina italiana ed ex studentessa della scuola pubblica italiana, mi sono posta una domanda che non riguarda cosa una persona possa pensare, ma cosa una dipendente pubblica dello Stato possa dichiarare di voler fare nell'esercizio delle sue funzioni. Un pubblico ufficiale può dire in un’intervista che applicherà la legge che tutela il diritto allo studio, in modo selettivo, rispettando solo i principi costituzionali che condivide?

Perché dire che uno studente irregolare non sarebbe suo studente, è una affermazione contraria alle leggi italiane.

In Italia il diritto allo studio è garantito a tutti. Anche un adolescente senza regolare permesso di soggiorno può presentarsi a scuola ed essere istruito in piena sicurezza. Lo dice il DPR 394/1999, lo ribadisce l'articolo 38 del Testo Unico Immigrazione. Il diritto dei minori di essere seguiti da docenti volenterosi e senza pregiudizi non è un'eccezione umanitaria, né tolleranza discrezionale. È una regola che, come cittadini, siamo tutti tenuti a rispettare, a prescindere dalle nostre convinzioni politiche personali. Ed è ciò che rende la scuola, tra tutti i luoghi della vita pubblica italiana, l'unico che vede il minore nella sua umana interezza, senza che un permesso di soggiorno, o la sua assenza, possano distorcere o mettere in dubbio il suo diritto a essere protetto e istruito dagli adulti.

Ogni cittadino di questo Paese ha il diritto di professare liberamente il proprio pensiero. La nostra Costituzione, che considera reato l'apologia di fascismo, tutela la libertà di pensiero di tutte le cittadine e i cittadini. Gli italiani non hanno l'obbligo di essere di destra o di sinistra. Ma i pubblici ufficiali hanno l'obbligo di onorare, nello svolgimento delle loro funzioni, i valori costituzionali e le leggi che fondano il nostro ordinamento giuridico. Marsilio in quell’intervista non si esprime come privata cittadina, ma come docente. E in Italia la libertà di opinione del docente finisce laddove inizia il diritto dell’adolescente straniero, di essere istruito come l’adolescente italiano. Non è la scuola italiana a dover rispettare la libertà di opinione politica del docente. Perché la scuola italiana non nasce per avere al centro il docente, ma il minore vulnerabile. C’è qualcosa di radicalmente rivoluzionare e terribilmente ignorato, nei principi su cui si basa l’Istruzione Pubblica.

Se ci rifacessimo, come cittadini, all'idea di società che queste leggi esprimono, vedremmo la scuola per quello che è: l'ultimo presidio rimasto in cui un minore, qualunque cosa dica di lui un pezzo di carta, resta prima di tutto un bambino con diritto al futuro. L'articolo 34 della Costituzione non dice che la scuola è aperta a chi se lo merita, o a chi è in regola, o a chi si comporta bene. Dice che è aperta a tutti. In opposizione a questo principio, abbiamo una docente che sostiene un pensiero politico che sembra non trarre alcuna ispirazione dalla Costituzione italiana. È ironico notare come i Vannacciani della remigrazione, che impongono ai cittadini stranieri il rispetto della cultura e delle leggi italiane, taglino via da quella stessa cultura tutti i valori italianissimi e antirazzisti che non sono funzionali al racconto di un patriottismo escludente e persecutorio.

Questa storia, tragica su così tanti piani, non dovrebbe servire a trasformare una docente nostalgica in sfogatoio per le frustrazioni di una parte di questo Paese che si vede scaraventata nel pozzo nero del neofascismo. Infatti questa storia non parla di Isabella Marsilio. Ma della scuola pubblica, dei suoi studenti, dei loro bisogni e di quegli insegnanti che ogni giorno lavorano nella precarietà, giurando nonostante le condizioni proibitive e lo sfruttamento di onorare l’unico spazio pubblico in cui il diritto all’istruzione e l’uguaglianza universale non sono valori discrezionali ma obbligatori affinché ci si possa definire insegnanti. Nell'articolo 3 della Costituzione, che non ammette distinzioni di razza, lingua, religione, condizione personale, si fonda il principio stesso della scuola pubblica. Tra quelle righe c’è una memoria tangibile, ma non abbastanza praticata, del Paese che siamo stati e che potremmo ancora essere.

Prima di scegliere se far parte della scuola pubblica, sarebbe d'obbligo chiedersi in coscienza se si è disposti a vedere i minori come persone che non devono compiere gesta eroiche per essere considerate umane. Il docente vannacciano, che non accetta la multiculturalità o l'assenza di un regolare permesso di soggiorno come condizione ordinaria di un'aula, non può insegnare in un luogo che queste condizioni non solo le prevede, ma le protegge per legge.

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