“Mio figlio ha problemi respiratori, ho dovuto lasciare Roma per proteggerlo: ma il costo è stato enorme”
A settembre si riprende a lavorare a pieno regime, quando le scuole sono ancora chiuse. E spesso tocca alle madri barcamenarsi tra incastri impossibili. Se vuoi raccontarci la tua storia clicca qui o scrivici a: segnalazioni@fanpage.it.
La redazione di Fanpage.it riceve e pubblica le testimonianze delle famiglie che questa estate hanno avuto difficoltà a conciliare lavoro, cura dei figli, caldo estremo e mancanza di servizi adeguati. Questa volta a raccontarci la sua esperienza è Eva Vittoria Cammerino, consigliera del V Municipio di Roma, che ha deciso di partire dalla propria vita quotidiana per raccontare un problema che riguarda moltissimi genitori.
Voglio raccontarvi qualcosa di personale, perché credo che a volte la politica migliore nasca proprio dalla vita vera, quella di tutti i giorni. Nel suo primo anno di nido mio figlio ha collezionato otto bronchiti. Per questo, durante la sua seconda estate — un anno e mezzo di pura meraviglia — ho dovuto tenerlo fuori Roma per tutti i mesi caldi. La ricompensa è stata bellissima: lontano dalla città non si è più ammalato, e vederlo sereno, in salute, libero di crescere e scoprire il mondo è stato il regalo più grande. Ma il costo è stato elevatissimo — umano, organizzativo ed economico.
Voglio essere chiara: stare fuori Roma non è stata una scelta, è stato un obbligo. Ci siamo allontanati dalle nostre amicizie, dalle altre mamme, dalla nostra rete di affetti e dal nostro ambiente perché a Roma quest'estate ci sono stati più di 90 giorni oltre i 35 gradi. In una città così rovente avremmo dovuto tenere un bimbo di un anno e mezzo chiuso in casa, con l'aria condizionata sempre accesa. Ecco come un problema di salute e di gestione familiare si incastra con una crisi climatica potentissima: non più uno scenario lontano, ma una realtà che entra nelle case e condiziona le scelte quotidiane delle famiglie.
E l'equilibrismo di sempre, quest'estate, è diventato un'impresa: per proteggere la salute di nostro figlio ho dovuto incastrare ogni singola ora. Mi sono barcamenata tra smart working, ferie consumate fino all'ultimo giorno, nonne lontane da raggiungere con viaggi continui e baby sitter, tra costi enormi — le tariffe delle baby sitter, gli spostamenti incessanti, il caro benzina per raggiungere chi poteva darci una mano. E tutto questo senza mai fermare il mio lavoro a tempo pieno: consigli e commissioni, speaking note per il Direttore Generale del Tesoro, note tecniche su temi delicati, con scadenze che non aspettano e responsabilità che non ammettono distrazioni. Un tetris quotidiano, incastrato pezzo per pezzo, con la stanchezza sempre in agguato e la sensazione di tenere in piedi tutto da soli.
Eppure, voglio essere onesta: noi che siamo potuti uscire dalla città siamo comunque dei privilegiati. Nonostante la fatica, gli incastri e i costi, abbiamo avuto la possibilità di andare via, di trovare un altrove più fresco e più sano per nostro figlio. Ma quante famiglie non possono permetterselo? Quanti bambini hanno passato l'estate chiusi in casa, in quartieri roventi, senza verde e senza alternative? È proprio a loro che dobbiamo pensare, perché il diritto alla salute e a un'estate vivibile non può dipendere dalle possibilità economiche di ciascuno.
Il primo settembre mio figlio ha ricominciato il nido, e ne sono felice. Ma fino al 15 sarà a tempo parziale, e così eccoci di nuovo dentro lo stesso incastro stressante di orari, coperture e corse. Lo racconto senza lamentarmi, ma con la lucidità di chi vive sulla propria pelle una fatica che milioni di famiglie conoscono bene.
Perché la mia storia non è un caso isolato: è lo specchio di una società profondamente cambiata. Fare il genitore oggi, con un lavoro a tempo pieno e impegnativo, senza una rete di sostegno vicina e con una crisi climatica che stravolge persino la possibilità di vivere la propria città d'estate, è diventato un esercizio di sopravvivenza. Il caldo estremo non è più un'eccezione: è una condizione che ridisegna le nostre vite, i nostri spostamenti, la salute dei nostri figli. E qui la politica non può girarsi dall'altra parte.
Lo dico da mamma e lo dico da consigliera: lo Stato deve fare davvero la sua parte. Servono nidi accessibili, orari veri, sostegni concreti, servizi che accompagnino le famiglie invece di lasciarle sole a incastrare i pezzi. E servono città capaci di reggere la crisi climatica: più verde, più ombra, spazi vivibili anche d'estate, perché nessuna famiglia sia costretta a fuggire per proteggere la salute dei propri bambini. Non è un favore che si chiede: è un investimento sul futuro di tutti. Perché se continuiamo così, il rischio è concreto — tra dieci anni i nuovi nati rischiano di essere davvero zero.
Io continuerò a battermi, in consiglio e fuori, perché nessun genitore debba scegliere tra il proprio lavoro e la serenità dei propri figli. La seconda estate di mio figlio è stata bellissima. Vorrei che tutte le famiglie potessero vivere le loro con un po' meno fatica e un po' più di aiuto.